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Tutti i giochi aperti

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Si inaugura con oggi una nuova rubrica dedicata alle elezioni presidenziali in Francia previste per l'aprile del 2007. Le autrici, Lucia Bonfreschi e Christine Vodovar, ci offriranno di puntata in puntata, uno sguardo approfondito e informato sulla complessa partita destinata a eleggere il prossimo inquilino dell'Eliseo.

Quando parlano della politica italiana, i Francesi ricordano sempre la confusione che vi regna o, più eufemisticamente, le sue “sottigliezze”. La situazione sembra oggi rovesciata. All’inizio dell’anno, i “pretendenti” alla poltrona di Presidente della Repubblica, individuati dal giornalista Alain Duhamel (Les prétendants 2007, Plon, 2006), erano ben quindici. A distanza di dieci mesi ci si accorge che alla foto di gruppo mancano i volti della principale candidata al secondo turno per la sinistra, Segolène Royal, ed altri ancora. È ancora molto presto per dire che “i giochi sono fatti”: a pochi mesi delle elezioni, persistono numerose incognite sulla scelta dei candidati, nonché sulle strategie per la campagna elettorale, soprattutto per ciò che riguarda le principali formazioni.

Nel centro-destra, Nicolas Sarkozy è per il momento l’unico ad aver esplicitato la propria candidatura all’interno dell’Union pour le Mouvement Populaire (UMP). Sulle modalità della sua investitura pesano, tuttavia, due interrogativi, che rimandano alla storia della V Repubblica. Il principale interrogativo riguarda la coesione dell’UMP, sulla quale influiranno le mosse del Presidente della Repubblica uscente e dei suoi seguaci. Chirac, infatti, non ha escluso una sua ricandidatura e ha rinviato la decisione in merito al gennaio prossimo. Una sua uscita di scena non escluderebbe, comunque, probabili manovre fratricide degli chirachiani, sull’esempio di quanto Chirac stesso ha fatto, almeno a due riprese, in passato: nel 1974, quando al primo turno, il candidato dell’UDF Giscard eliminò il suo avversario gollista Jacques Chaban-Delmas, grazie all’appoggio di parlamentari gollisti dissidenti, da Chirac organizzati; nel 1981, quando, non essendo passato al secondo turno, egli non indicò ufficialmente nessuna preferenza per Giscard, consigliando ufficiosamente l’astensione se non, addirittura, il voto per Mitterrand.

Il secondo interrogativo riguarda invece ciò che sembra essere diventata una “legge ferrea” della politica francese: nessun Primo Ministro uscente è mai riuscito a vincere la corsa all’Eliseo (né Chirac nel 1988, né Balladur nel 1995, né Jospin nel 2002). Benché “Sarko” non sia il Primo Ministro, egli occupa nondimeno, in quanto Ministro dell’Interno, un posto molto esposto.

In queste settimane, tuttavia, l’attenzione dell’opinione pubblica è concentrata sul partito socialista (PS), impegnato nella designazione del proprio candidato. Le difficoltà del PS ad esprimere una leadership, in seguito alla clamorosa sconfitta del 2002 e al frettoloso ritiro di Lionel Jospin, hanno indotto i socialisti ad impegnarsi nell’organizzazione di primarie, sulle quali torneremo nei prossimi articoli. Il rilievo dato all’evento dai media e, soprattutto, l’esito aperto (o presunto tale) della competizione relegano in secondo piano sia le vicende delle altre formazioni della sinistra, delle quali nessuna ha rinunciato a presentare il proprio candidato, sia quelle della destra.

La storia della V Repubblica insegna che queste incognite non sono affatto secondarie. Nel sistema istituzionale francese, l’elezione del Presidente della Repubblica a suffragio universale diretto, con la possibilità per i soli due primi candidati di passare al secondo turno in caso di ballottaggio, oltre che fornire una forte legittimità al neo-eletto, contribuisce anche a bipolarizzare fortemente il sistema politico. In altri termini, mentre al primo turno si tende ad esprimere una preferenza, al secondo si vota per il candidato “meno peggiore”. Con l’eccezione del 1969 e del 2002, quando nessun candidato di sinistra, a causa delle proprie divisioni, riuscì a superarlo, il primo turno ha sempre svolto il ruolo di primaria all’interno dei due schieramenti opposti di destra e di sinistra (nel 1974, Chaban fu eliminato da Giscard; nel 1981, Marchais da Mitterrand e Chirac da Giscard; nel 1988, Barre da Chirac; nel 1995, Balladur e Le Pen da Chirac).

Proprio il 2002, però, ha ricordato che il sistema istituzionale non consente troppe divisioni al primo turno. Furono queste che, a sinistra, insieme all’insoddisfazione dell’elettorato socialista nei confronti di Jospin, regalarono la vittoria a Chirac. Mentre a sinistra, dunque, l’interrogativo principale riguarda la capacità del Partito socialista di mobilitare i delusi dell’attuale maggioranza, a destra, è la strategia interna al partito maggioritario che rappresenta finora la principale incertezza. Anche perché, sia nel 1981 sia nel 1988, quando la sinistra vinse l’elezione, furono le divisioni della destra a decidere l’esito della consultazione a favore di Mitterrand.

Sul rimescolamento delle carte potrebbe influire anche la parziale perdita di rilevanza del clivage destra-sinistra, in particolare per quanto riguarda le questioni istituzionale e di politica estera: su questi temi le scelte assunte negli ultimi anni dai principali partiti del sistema politico francese, in particolare dall’UMP e dal PS, hanno messo in luce una convergenza di posizioni quasi “bipartisan”. La riforma del quinquennato e la guerra in Iraq (più generalmente la posizione nei confronti degli Stati Uniti) sono stati momenti di vasto consenso, a volte anche di disinteresse dell’opinione pubblica. Viceversa, lo spartiacque rappresentato dal referendum sulla Costituzione europea è passato all’interno di ogni coalizione e ha visto il PS (almeno ufficialmente) sostenere il “si” accanto a UMP e UDF, contro una parte della sinistra ed una parte della destra.

Le problematiche di politica estera, nondimeno, rimangono un ambito poco rilevante nella raccolta dei consensi elettorali. I dibattiti e l’attualità del clivage destra/sinistra tendono a concentrarsi sui problemi economico-sociali e sulle questioni della cittadinanza. Tematiche come la disoccupazione, i costi alti della politica previdenziale, la sicurezza, l’integrazione non sono certo nuove, ma, a causa della loro accresciuta interdipendenza e dell’intersecarsi con i problemi post-11 settembre 2001, investono più in profondità l’identità nazionale ed il modello di società stessa. Per di più ciò accade in un paese che, per tradizione, dibatte pubblicamente sul tipo di società che intende forgiare.

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