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L'Onu condanna lo stato ebraico per la Flotilla

Tutti i presidenti Usa hanno difeso Israele con il veto. Che farà Obama?

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Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha approvato ieri la risoluzione che condanna Israele per il blitz ai danni dei militanti della Freedom Flotilla diretta a Gaza. Nel raid del 31 maggio scorso nove attivisti turchi rimasero uccisi. La risoluzione, presentata a nome dell'Organizzazione della Conferenza islamica, è stata approvata con 30 voti a favore, uno contrario e 15 astenuti. Vi proponiamo in due puntate un lungo articolo della rivista Commentary che rievoca la storia dei tentativi di isolare Israele alle Nazioni Unite e il modo in cui lo stato ebraico è stato difeso dagli Usa, almeno fino a questo momento.

Poco prima dell'alba del 31 maggio 2010, un commando israeliano ha abbordato una nave turca che intendeva forzare il blocco contro l'organizzazione terroristica di Hamas a Gaza. Quando salirono a bordo gli israeliani sono stati aggrediti da una fazione violenta di militanti islamici. All'abbordaggio è seguita una mischia in cui molti dei membri del commando sono stati gravemente feriti e nove dei militanti turchi sono rimasti uccisi. Lo scontro è finito prima del sorgere del sole. Era ancora giorno quando, a distanza di 5.600 miglia, la delegazione israeliana alle Nazioni Unite veniva chiamata davanti a una sessione di emergenza del Consiglio di Sicurezza per essere punita riguardo alle azioni dei suoi commandos. Convocata poche ore dopo le violenze, il Consiglio ha trascorso la notte del 31 maggio, fino alle prime ore del mattino, immerso in "una sessione di emergenza dominata da una forte emotività... [per esprimere] la rabbia della comunità internazionale rispetto all'attacco condotto da Israele", come ha scritto il Washington Post.

Era una scena già nota. Nel 1983, l'ambasciatore di Ronald Reagan alle Nazioni Unite, Jeane Kirkpatrick, l'aveva descritta con queste parole: "Ciò che avviene in seno al Consiglio di Sicurezza somiglia più a una rapina piuttosto che a un dibattito politico o a uno sforzo per risolvere problemi.... Israele fa la parte del cattivo... in [un] melodramma... che rappresenta... molti aggressori e una grande quantità di violenza verbale... L'obiettivo è l'isolamento e l'umiliazione della vittima... Gli aggressori, non incontrando ostacoli, diventano più audaci, mentre altre nazioni appaiono sempre più riluttanti a dare sostegno all'imputato, per paura che essi stessi diventino un bersaglio ostile di quel blocco".

La rievocazione di questo dramma familiare, il 31 maggio scorso, si è aperta con una presentazione di Oscar Fernandez-Taranco, l'assistente del segretario generale delle Nazioni Unite per gli affari politici. Il suo compito era di parlare a nome della istituzione nel suo complesso e d'inquadrare il problema oggettivo per il dibattito, a nome del suo capo, Ban Ki-moon. Fernandez-Taranco ha spiegato che lo spargimento di sangue era avvenuto perché Israele ha rifiutato di porre fine "al blocco inaccetabile e controproducente di Gaza", che stava esacerbando "i bisogni insoddisfatti della popolazione civile della Striscia". Per equità, Fernandez-Taranco ha preso atto delle rivendicazioni di Israele sul fatto che i manifestanti a bordo della nave Marmara avevano usato coltelli e mazze contro il personale della marina israeliana.

Il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, lo ha seguito a passo di marcia. Questo è stato, ha detto, "un omicidio condotto da uno stato" con "nessuna giustificazione" contro una flottiglia il cui "unico scopo era quello di fornire soccorso ai bisognosi". La teoria della legittima difesa "non può in alcun modo giustificare le azioni intraprese dalle forze israeliane". È stato un "agguato illecito... un atto di barbarie... un’aggressione in alto mare". Un oratore dopo l'altro hanno ripetuto gli argomenti sul blocco, ingiustificato, di Gaza, mantenuto attraverso l'uso eccessivo della forza senza alcuna base giuridica. Nessuno ha fatto alcuna distinzione tra un blocco che serve a prevenire l'introduzione di armi nella striscia e uno che invece colpisce esclusivamente i beni dei civili. Ognuno dei rappresentanti ha semplicemente chiesto la fine del blocco, senza spiegare come Israele dovrebbe proteggersi dal contrabbando dei terroristi.

Infine il rappresentante israeliano, Daniel Carmon, ha ottenuto la possibilità di rispondere. È stato l’unico speaker a sottolineare che esiste uno stato di conflitto armato tra Israele e Hamas; che Gaza è dominata da terroristi che l’hanno sequestrata con un violento colpo di stato; e che le armi venivano contrabbandate nel territorio, anche via mare. Ha sottolineato che un blocco marittimo, anche in acque internazionali, è un provvedimento legittimo e riconosciuto in un conflitto armato. Qualsiasi governo responsabile dovrebbe agire di conseguenza in circostanze simili per proteggere i suoi civili. Israele ha deplorato la perdita di vite innocenti, ma non può compromettere la sua sicurezza. I soldati che hanno abbordato una delle navi sono stati violentemente aggrediti e minacciati di rapimento e linciaggio. Hanno agito per legittima difesa.

Ho lasciato la risposta della delegazione americana per ultima, perché è quella che voglio approfondire. Questa sessione di emergenza del Consiglio di Sicurezza è stato il momento della verità per l'amministrazione Obama, il tipo di decisione dolorosa che rivela carattere, intenti e priorità. Se George W. Bush fosse stato ancora alla Casa Bianca, l'azione della delegazione degli Stati Uniti si sarebbe potuta prevedere con una certa fiducia. Nel luglio 2002, l'amministrazione Bush annunciò una politica sulle risoluzioni contro Israele, nota come la "Dottrina Negroponte". La dottrina, pubblicata integralmente sul sito web della missione Usa alle Nazioni Unite nel 2003, recita:

“Noi non sosterremo alcuna risoluzione che eviti la minaccia esplicita alla pace in Medio Oriente posta da Hamas e altri gruppi terroristici... Qualsiasi risoluzione del Consiglio di Sicurezza... deve contenere un’esplicita condanna di Hamas [e delle altre] organizzazioni responsabili di atti di terrorismo e... invitare a smantellare le infrastrutture che supportano queste operazioni di terrore”.

L'amministrazione Obama non ha ancora rivelato se gli Stati Uniti resteranno fedeli ai principi di Negroponte. Come candidato in corsa contro Hillary Clinton, Barack Obama lasciò intendere che si sarebbe uniformato. Il 22 gennaio 2008, alla vigilia delle primarie presidenziali democratiche, scrisse a Zalmay Khalilzad, l'allora ambasciatore di Bush alle Nazioni Unite, con parole che potrebbero essere state scritte come risposta alla riunione post-flottiglia:

“La esorto a garantire che il Consiglio di Sicurezza non emetta alcuna dichiarazione e non faccia passare alcuna risoluzione sulla situazione di Gaza che non condanni fermamente l'aggressione con i razzi che Hamas sta conducendo contro i civili nel sud di Israele... Tutti noi siamo preoccupati per l'impatto della chiusura dei valichi di frontiera sulle famiglie palestinesi. Tuttavia, dobbiamo capire perché Israele è costretto a comportarsi in questo modo. Gaza è governata da Hamas, un’organizzazione terroristica... votata alla distruzione di Israele, e i civili israeliani sono stati bombardati... Israele ha il diritto di rispondere cercando nel contempo di ridurre al minimo l'eventuale impatto sui civili. Il Consiglio di Sicurezza deve... mettere in chiaro che Israele ha il diritto di difendersi contro tali azioni. Se non può portare ad affrontare questi punti comuni al buon senso, esorto a garantire che non se ne parli affatto”. In altre parole, stava sollecitando un diritto di veto americano.

Il 14 luglio, l'ambasciatore di Obama alle Nazioni Unite, Susan Rice, ha dichiarato: "Dobbiamo... combattere tutti i tentativi internazionali per contestare la legittimità di Israele... presso le Nazioni Unite”. Ma molti degli ammiratori di Obama non vogliono o non si aspettano che si prendano tali impegni. Il Comitato che gli ha dato il premio Nobel per la pace ha detto che l’ha fatto per i suoi "sforzi straordinari per rafforzare la diplomazia internazionale... ponendo l’accento sul ruolo che le Nazioni Unite... possono giocare... sulla base di valori e atteggiamenti che sono condivisi dalla maggioranza della popolazione mondiale".

I 6 milioni di ebrei di Israele, che hanno un solo voto in sede ONU, sfidano un miliardo e mezzo di musulmani, che hanno 50 voti. È il veto americano nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu che fornisce una potenziale linea di difesa per loro. Ma la dichiarazione di fatto del portavoce di Obama a quella sessione di emergenza sull'incidente della flottiglia di Gaza del maggio 2010 è scesa ben al di sotto del linguaggio utilizzato nella lettera del 2008 a Khalilzad. Alejandro Wolff, il rappresentante permanente degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, non ha minacciato il veto. Non ha messo l'accento sulla minaccia di Hamas. Non ha menzionato il pericolo di infiltrazioni di armi. E ha taciuto sulla legittimità del blocco israeliano.

Ha detto invece che meccanismi alternativi erano disponibili per la consegna degli aiuti umanitari a Gaza e che la consegna diretta dal mare non era appropriata. Ha detto che l'interferenza di Hamas aveva complicato gli sforzi umanitari a Gaza minando la sicurezza e la prosperità per tutti i palestinesi. Ma Wolff ha bilanciato queste parole aggiungendo che Israele deve fare di più per concedere beni umanitari, compresi i materiali da costruzione, dentro Gaza, pur riconoscendo a Israele legittime preoccupazioni di sicurezza. Alla fine della sessione di 90 minuti pubblici destinati a queste affermazioni, il Consiglio si è riunito in una sessione privata esecutiva per un’intensa contrattazione dietro le quinte per formulare la dichiarazione rilasciata dal Presidente del Consiglio.

La Turchia ha chiesto che la Dichiarazione Presidenziale condannasse "nei termini più forti", "l'atto di aggressione israeliana" come una "chiara violazione del diritto internazionale"; che chiedesse al segretario generale Ban Ki-Moon di "effettuare un'indagine internazionale indipendente dalle Nazioni Unite"; che includesse "la punizione di tutte le autorità responsabili "; e che invocasse la revoca immediata del blocco su Gaza. L'adozione di una tale Dichiarazione Presidenziale richiede un consenso. I voti non vengono registrati. Qui c'era la possibilità di difendere Israele senza necessariamente percorrere la via principale del veto formale. Obama avrebbe potuto garantire, come aveva detto nel 2008, "che il Consiglio di Sicurezza non faccia passare alcuna dichiarazione e trasmetta alcuna risoluzione sulla situazione di Gaza che non... metta in chiaro che Israele ha il diritto di difendersi... [e] perché Israele è costretto a farlo". Avrebbe potuto insistere, come un tempo ha esortato a insistere Khalilzad, che se il Consiglio di Sicurezza "non può portare se stesso ad approvare questi punti comuni al buon senso... e non [deve] parlare affatto ".

Ma non è questo quello che è successo. I negoziati hanno prodotto una dichiarazione presidenziale più debole di quella richiesta dalla Turchia, ma ancora molto ostile a Israele. La dichiarazione ha condannato solo "gli atti" che hanno causato morti senza citare Israele per nome - una elisione per cui l'amministrazione merita credito. Ma non conteneva nessuno degli elementi che Obama aveva definito indispensabili e che dovevano essere la conditio sine qua non per gli Stati Uniti ad accettare una dichiarazione del Consiglio di Sicurezza. Non è stato fatto alcun riferimento alla minaccia che ha dato origine al blocco; alcuna menzione di Hamas o il suo impegno a distruggere uno stato membro delle Nazioni Unite; nessun riscontro che lo scopo di Israele è quello di impedire il contrabbando di armi; nessuna affermazione del diritto di Israele alla legittima difesa ai sensi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite; non una sillaba sul terrorismo; e in generale, non una parola per riflettere il punto di vista israeliano.

Poi c'era questa frase: "Il Consiglio di Sicurezza prende atto della dichiarazione del Segretario generale dell'ONU sulla necessità di avere un'indagine completa della questione... conforme agli standard internazionali". Questo è stato inteso nel senso di un'indagine condotta da una commissione internazionale nominata dal segretario generale. Tutto ciò appena qualche mese dopo il rapporto Goldstone, un rapporto dell'Onu sulla situazione a Gaza, su cui l'amministrazione Obama ha dichiarato di avere "gravi preoccupazioni" perché la relazione riportava un "focus sbilanciato su Israele" e una "equivalenza morale tra Israele... e il gruppo terroristico Hamas". I diplomatici americani hanno impedito che la dichiarazione del Consiglio autorizzasse una tale inchiesta delle Nazioni Unite a titolo definitivo. Gli Stati Uniti hanno detto che Israele, un paese con un sistema giudiziario fieramente indipendente e dalle forti istituzioni democratiche, dovrebbe essere autorizzata a condurre la propria indagine, con la partecipazione di osservatori internazionali.

Il risultato della riluttanza di Obama di affermare inequivocabilmente che egli è contrario a una indagine delle Nazioni Unite è stato riassunto da un titolo del giornale Politico: "L’inchiesta del Segretario Generale su Gaza raccoglie entusiasmi, mentre gli Stati Uniti restano neutrali". Come ha detto l'ex ambasciatore Usa alle Nazioni Unite John Bolton, "il presidente Obama non si è mosso con decisione per disperdere quella idea, e la sua inerzia è stata presa alle Nazioni Unite come un implicito consenso alla iniziativa illegittima di Mr. Ban".

La presa di posizione di Obama in occasione della sessione di emergenza del 31 maggio sulla vicenda di Gaza segna la seconda volta in una settimana in cui l'amministrazione mette i suoi obiettivi multilateralisti davanti alla difesa di Israele. In una conferenza delle Nazioni Unite sulla non proliferazione nucleare, che si era conclusa tre giorni prima della crisi della flottiglia, la delegazione Obama ha approvato l'adozione all'unanimità di una dichiarazione finale. Lo ha fatto, anche se l'amministrazione ha reso noto di avere "serie riserve" sulla sua sezione in Medio Oriente, che individua Israele come un trasgressore degli sforzi di non proliferazione e di fatto non parla di Iran.

Dopo il voto, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti James Jones ha detto che "Gli Stati Uniti deplorano la decisione di isolare Israele nella sezione Medio Oriente... [nonché] la mancanza della risoluzione di menzionare l'Iran". Gli Stati Uniti la fanno passare comunque, perciò la conferenza potrebbe essere considerata un successo. Dopo l'accaduto, l'amministrazione ha cercato di riparare il danno che aveva causato. "Gli Stati Uniti non permetteranno una conferenza o azioni che potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza nazionale di Israele", ha detto Jones. "Non accetteremo un approccio che isoli Israele o che imposti delle aspettative non realistiche". Ma solo poche ore prima, gli Stati Uniti avevano fatto proprio questo. Le questioni sollevate dalla risposta degli Stati Uniti per l'agguato alla flottiglia e il problema di proliferazione sono puntuali e pregnanti. Siamo pronti per un flusso di dichiarazioni presidenziali del Consiglio di sicurezza e di risoluzioni che si pronunciano in merito alla minaccia terroristica, che delegittimano e condannano Israele, convocando prima tribunali ostili, limitando la sua libertà di azione per difendere i propri cittadini, accusando i suoi leader, e forse alla fine mettendola sotto sanzioni? 

Per quasi 40 anni, dal primo veto di Richard Nixon in difesa di Israele il 10 settembre 1972, ogni presidente americano ha usato il veto per bloccare le risoluzioni ostili a Israele. Richard Nixon ha posto il veto su due di questi progetti di risoluzioni del Consiglio di sicurezza, Gerald Ford quattro, Ronald Reagan 18 (!), George HW Bush 3, Bill Clinton 3 e George W. Bush 9. Anche Jimmy Carter ha chiamato a raccolta tutto il suo coraggio per un veto, il 30 aprile 1980, perché era ostile agli accordi di Camp David che aveva mediato. In tutto, sette presidenti americani hanno totalizzato 41 veti in difesa di Israele al Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

La mancanza di equilibrio nei 41 progetti di risoluzione su cui è stato posto il veto è stato il motivo esplicito o implicito usato più frequentemente per spiegare la necessità di una decisione del genere. Le risoluzioni che deploravano l'uso della forza di Israele o le misure di sicurezza israeliane sono state respinte perché non venivano riconosciute né criticate le azioni sul fronte arabo, in particolare gli atti terroristici, che hanno dato luogo ai provvedimenti di autodifesa da parte israeliana. La proposta di risoluzioni prese durante le conferenze internazionali e altre iniziative diplomatiche favorite dagli arabi sono state respinte perché sarebbero state in conflitto con le iniziative di pace degli Stati Uniti e dei negoziati diretti tra le parti. Diversi progetti di risoluzione sono stati posti sotto il veto perché erano ritenuti in contrasto con le risoluzioni 242 e 338 o con accordi di pace già siglati. Almeno due progetti di risoluzione hanno avuto il veto perché accusavano il governo di Israele per degli atti estremi, commessi da alcuni cittadini israeliani che però sono stati indagati e perseguiti dalle autorità israeliane.

In circa la metà delle 41 dichiarazioni di veto, il rappresentante americano ha riconosciuto che gli Stati Uniti condividevano le preoccupazioni circa una determinata azione israeliana, ma ha contestato la formulazione della risoluzione o giudicato inopportuno portare la questione in Consiglio di Sicurezza. Il numero effettivo di risoluzioni anti-Israele e dichiarazioni presidenziali a cui è stato impedito di giungere a una votazione a causa di una credibile minaccia di un veto americano è stato probabilmente molto più grande di questi 41 voti registrati. Nahory Céline, un esperto del Consiglio di sicurezza, dice che "se ne devono aggiungere fino a molte centinaia... in consultazioni informali a porte chiuse [dove] il Consiglio dirige gran parte del suo potere". Ma questo "veto nascosto" è efficace quanto la minaccia di un veto reale. Se diventa evidente che c'è una politica di veto da parte di Obama, altri membri possono perdere il loro timore di uno schiaffo americano - e andrà perso anche il veto nascosto.

Obama è morbido sul veto? Ci sono molte situazioni che suggeriscono esattamente questo. Il 29 aprile, il Guardian ha riferito che David Hale, uno degli uomini dell'inviato speciale statunitense George Mitchell, ha detto al presidente palestinese Mahmoud Abbas che Obama "può prendere in considerazione la possibilità che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu possa biasimare Israele per le attività di insediamento... piuttosto che usare il suo veto".

Il 14 giugno scorso la rivista Foreign Policy ha riportato una dichiarazione del Consigliere della Sicurezza Nazionale Jones secondo cui la Casa Bianca avrebbe previsto di esaminare separatamente queste questioni, rispetto ai procedimenti che sono stati avviato alle Nazioni Unite. Quel giorno, il portavoce del Dipartimento di Stato PJ Crowley ha risposto senza sbilanciarsi "Ascolteremo quello che il segretario generale ha in mente e poi esprimeremo un giudizio". Reuters ha concluso che "sotto il presidente Barack Obama, gli Stati Uniti non forniscono più un supporto automatico a Israele alle Nazioni Unite, nel momento in cui lo Stato ebraico deve affrontare una raffica costante di critiche e di condanne".

Obama potrebbe trovarsi a fronteggiare più progetti di risoluzioni contro Israele in breve tempo. Nel novembre del 2009, "il capo negoziatore" Saeb Erekat disse che l'Autorità palestinese si apprestava ad approcciare il Consiglio di Sicurezza dell'Onu per una risoluzione che dichiarava uno stato palestinese entro i confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale. Abbas aveva presentato questo progetto al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon e alla Russia, disse Erekat, e aveva ricevuto risposte positive. Se il Consiglio di sicurezza avesse riconosciuto uno Stato palestinese che fosse stato conforme ai confini esistenti prima dello scoppio della Guerra dei Sei Giorni nel 1967, le  comunità israeliane sulla "Green Line", comprese le frontiere che delimitavano Gerusalemme est, avrebbero potuto essere considerate nulle e svuotate. Erekat disse anche che gli arabi avrebbero dovuto avvicinarsi al Consiglio di Sicurezza al momento giusto. E potrebbe essere al più presto. Se il governo israeliano riprenderà la costruzione di insediamenti, quando la moratoria di 10 mesi che il governo si è autoimposto si concluderà (la moratoria è scaduta nei giorni scorsi, ndr), i palestinesi potrebbero pensare prudentemente di muoversi seguendo la via della provocazione.

Altre questioni potrebbero anche interessare il Consiglio di Sicurezza dell'Onu nei prossimi 12-24 mesi. La decisione di Obama di rifiutare compromessi sugli insediamenti che erano stati predisposti dalle amministrazioni precedenti ed affrontare il primo ministro Benjamin Netanyahu sulla questione nel maggio 2009 e nel marzo 2010 potrebbe essersi radicata nella mente araba. Questi ultimi possono pensare di poter riuscire a infilare un cuneo tra gli Stati Uniti e Israele, mettendo gli insediamenti e le questioni di Gerusalemme in una risoluzione del Consiglio di sicurezza su cui Obama potrebbe essere riluttante a porre il veto. Né questo esaurisce la lista. Hamas e Hezbollah potrebbero lanciare azioni terroristiche contro Israele nascondendosi dietro gli scudi umani e, inevitabilmente, la risposta israeliana provocherà vittime civili sul fronte arabo; così gli alleati delle organizzazioni islamiche potranno andare al Consiglio di Sicurezza per condannare Israele per l'uso "eccessivo" o "sproporzionato" della forza. È ragionevole prevedere che Barack Obama dovrà presto affrontare la questione di un nuovo veto al Consiglio di Sicurezza.

Se Obama intende essere il primo presidente dal 1970 a non voler esprimere un veto in difesa di Israele, le conseguenze per il Medio Oriente saranno gravi. Se gli Stati Uniti non si metterano più di traverso, perché i palestinesi e gli arabi dovrebbero partecipare a negoziati onesti e diretti con Israele - una cosa che per loro significherebbe fare dei sacrifici? Senza l'intervento del veto degli Stati Uniti, avrebbero una maggioranza automatica al Consiglio di Sicurezza che gli darebbe anche ciò che vogliono, gratis.

Obama stesso potrebbe pagare un prezzo. La storia insegna. Su nove voti sostanziali sul Medio Oriente presi nel Consiglio di Sicurezza tra il gennaio 1979 e l’agosto 1980, l'amministrazione di Jimmy Carter si astenne sette volte, e, nel marzo 1980, votà una risoluzione di condanna per le attività degli insediamenti israeliani a Gerusalemme. I democratici erano sgomenti. Il senatore di New York Daniel P. Moynihan, che aveva servito come ambasciatore delle Nazioni Unite cinque anni prima, disse: "Come risultato diretto della politica [dell'amministrazione Carter], il Consiglio di Sicurezza è degenerato in quelle che sono le condizioni dell'Assemblea Generale".

Carter ammise che nel marzo del 1980 il voto del Consiglio di Sicurezza contro gli insediamenti israeliani a Gerusalemme l'aveva gravemente indebolito alle primarie presidenziali democratiche di New York del 1980, quando i sondaggi prima del voto invece lo davano in testa. Il senatore Edward Kennedy riuscì a battere il presidente in carica, 59 per cento contro il 41. Carter disse al New York Times che la sconfitta dipendeva dal "voto delle Nazioni Unite", una conclusione condivisa dai suoi strateghi. Un augurio interessante per il futuro, forse.

Tratto da Commentary

Traduzione di Maria Teresa Lenoci

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3 COMMENTS

  1. Commento 1. La Israel lobby e la politica estera americana
    Non so se anche questo mio commento verrà pubblicato. Scrivo perciò anche io a puntate, riservando a dopo il seguito, se interessa averlo. Intanto osservo che il testo proposto al lettore italiano è una traduzione. Nulla contro le traduzioni. Ben vengano, ma credo che in questo caso esprimano una certa dipendenza dalla Israel lobby statunitense di quella di casa nostra. Non reggono però ad un’analisi critica e probabilmente la Israel lobby italiana non riesce ad esprimere più di una Nirenstein o di un Israel.

    Ebbene, la prima osservazione è che l’articolo andrebbe letto, avendo accanto ben altra traduzionte italiana: il grosso volume di Mearheimer e Walt sulla “Israel lobby e la politica estera americana”, per nulla “demolito” dalla critica di un Dershowitz, come ebbe a dire un giornalista italiano, pure lui sionista, che in questo modo pensava forse di ostacolarne la diffusione in Italia. Do per noto il libro di Mearsheimer e Walt e non ne riassumo i contenuti, che per chi li conosce, demoliscono l’esordio dell’articolo di Rosen annunciato in due parti.

    Bisogna proprio essere uomini di fede, di grande fede e persuasione sionista, per non vedere il recente, ultimo episodio della Mavi Marmara per quello che è: un’aggressione di soldati armati fino ai denti (e con la premeditazione di uccidere) contro gente disarmata che andava a portare aiuti ad un milione e mezzo di persone cinte da assedio e ridotte allo stremo.

    Per chi appena legge un poco di letteratura sulle tecniche della propaganda sa che queste consistono fra l’altro nella “ripetizione” della tesi menzognera, cioè in questo caso che gli aggrediti e disarmati e perfino ammazzati non siano essi gli aggrediti bensì siano aggressori, e se poi sono morti ben gli sta. È grottesco ed è ancora più allucinante immaginare che questo sia uno dei documenti “Per la Verità”, che si intendono esibire su una pubblica piazza il prossimo 7 ottobre.

    Si noti una finezza espressiva, insegnata nelle scuole di giornalismo (ricordate una certa scena del film “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, dove si insegnava a dire “rimasto senza lavoro” anziché licenziato, e nel film per questo suicidatosi?): non dire semplicemente “ammazzati”, “assassinati”, “uccisi”, ma «rimasti uccisi», come se inciampando dalle scale e attraversando la strada fossero “rimasti uccisi” senza che qualcuno li abbia propramente e deliberatamente uccisi. Anzi, magari si sono uccisi da soli e sono quindi “rimasti uccisi”. Il giornalismo è un gran mestiere!

    ONU CONTRA ISRAELE. All’indomani della prima guerra mondiale le potenze vincitrici crearono la Società delle Nazioni, un’organizzazione che fu progettata e si rivelò come un paravento per decisioni che le grandi potenze non volevano adottare in prima persona e direttamente. Fu la stessa cosa per l’ONU, quando scomparsa nel nulla la precedente SdN, si pensò di ripeterne la formula. Le cose andarono un po’ diversamente a causa del processo di decolonizzazione: Inghilterra, Francia ed altri persero il loro impero coloniale e i nuovi stati via via che acquistavano personalità giuridica entravano di diritto all’ONU. Fu così che sia pure in modo altalenante si creò un’assemblea di tutti gli stati del mondo che riesce di tanto in tanto ad essere autonoma dagli Usa e da Israele. E proprio perchè si mostra di tanto in tanto autonoma e addirittura equipara razzismo e sionismo, assistiamo ad una sistematica delegittimazione di tutto il mondo da parte di articoli come questo di Rosen, che ci vuol far credere che Israele sia il mondo, tutto il mondo, ed invece quanti occupano un seggio all’ONU, rappresentando i restanti stati del mondo, siano in realtà una banda di terroristi che se la prendono con Israele, cui non si lascia fare ai palestinesi ciò che gli Usa fecero con successo agli indiani…

    (continua)

  2. Commento 1. La Israel lobby e la politica estera americana
    Non so se anche questo mio commento verrà pubblicato. Scrivo perciò anche io a puntate, riservando a dopo il seguito, se interessa averlo. Intanto osservo che il testo proposto al lettore italiano è una traduzione. Nulla contro le traduzioni. Ben vengano, ma credo che in questo caso esprimano una certa dipendenza dalla Israel lobby statunitense di quella di casa nostra. Non reggono però ad un’analisi critica e probabilmente la Israel lobby italiana non riesce ad esprimere più di una Nirenstein o di un Israel.

    Ebbene, la prima osservazione è che l’articolo andrebbe letto, avendo accanto ben altra traduzionte italiana: il grosso volume di Mearheimer e Walt sulla “Israel lobby e la politica estera americana”, per nulla “demolito” dalla critica di un Dershowitz, come ebbe a dire un giornalista italiano, pure lui sionista, che in questo modo pensava forse di ostacolarne la diffusione in Italia. Do per noto il libro di Mearsheimer e Walt e non ne riassumo i contenuti, che per chi li conosce, demoliscono l’esordio dell’articolo di Rosen annunciato in due parti.

    Bisogna proprio essere uomini di fede, di grande fede e persuasione sionista, per non vedere il recente, ultimo episodio della Mavi Marmara per quello che è: un’aggressione di soldati armati fino ai denti (e con la premeditazione di uccidere) contro gente disarmata che andava a portare aiuti ad un milione e mezzo di persone cinte da assedio e ridotte allo stremo.

    Per chi appena legge un poco di letteratura sulle tecniche della propaganda sa che queste consistono fra l’altro nella “ripetizione” della tesi menzognera, cioè in questo caso che gli aggrediti e disarmati e perfino ammazzati non siano essi gli aggrediti bensì siano aggressori, e se poi sono morti ben gli sta. È grottesco ed è ancora più allucinante immaginare che questo sia uno dei documenti “Per la Verità”, che si intendono esibire su una pubblica piazza il prossimo 7 ottobre.

    Si noti una finezza espressiva, insegnata nelle scuole di giornalismo (ricordate una certa scena del film “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, dove si insegnava a dire “rimasto senza lavoro” anziché licenziato, e nel film per questo suicidatosi?): non dire semplicemente “ammazzati”, “assassinati”, “uccisi”, ma «rimasti uccisi», come se inciampando dalle scale e attraversando la strada fossero “rimasti uccisi” senza che qualcuno li abbia propramente e deliberatamente uccisi. Anzi, magari si sono uccisi da soli e sono quindi “rimasti uccisi”. Il giornalismo è un gran mestiere!

    ONU CONTRA ISRAELE. All’indomani della prima guerra mondiale le potenze vincitrici crearono la Società delle Nazioni, un’organizzazione che fu progettata e si rivelò come un paravento per decisioni che le grandi potenze non volevano adottare in prima persona e direttamente. Fu la stessa cosa per l’ONU, quando scomparsa nel nulla la precedente SdN, si pensò di ripeterne la formula. Le cose andarono un po’ diversamente a causa del processo di decolonizzazione: Inghilterra, Francia ed altri persero il loro impero coloniale e i nuovi stati via via che acquistavano personalità giuridica entravano di diritto all’ONU. Fu così che sia pure in modo altalenante si creò un’assemblea di tutti gli stati del mondo che riesce di tanto in tanto ad essere autonoma dagli Usa e da Israele. E proprio perchè si mostra di tanto in tanto autonoma e addirittura equipara razzismo e sionismo, assistiamo ad una sistematica delegittimazione di tutto il mondo da parte di articoli come questo di Rosen, che ci vuol far credere che Israele sia il mondo, tutto il mondo, ed invece quanti occupano un seggio all’ONU, rappresentando i restanti stati del mondo, siano in realtà una banda di terroristi che se la prendono con Israele, cui non si lascia fare ai palestinesi ciò che gli Usa fecero con successo agli indiani…

    (continua)

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