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Tutti sperano nell’Expo ma il Paese è in mano ai Bakunin di periferia

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Dunque, in un paesino del bellunese c'è unapiccola azienda in crisi il cui titolare chiede ai dipendenti di allungare di mezz'ora la giornata lavorativa a parità di retribuzione. C'è una nuova commessa all'orizzonte, ma per farvi fronte in economicità occorre ridurre il costo della manodopera. Su trenta persone in organico, ventotto votano a favore di quella che, ai loro occhi, è una proposta sensata: prendere al volo una concreta prospettiva di lavoro nella speranza che il mercato di settore ricominci presto ad offrire nuove opportunità produttive. Una scommessa, in definitiva: su sé stessi, innanzitutto, ma anche sulle capacità imprenditoriali del proprio titolare. La puntata non sembra folle: mezz'ora al giorno per i prossimi mesi.

Una storia ad accettabile lieto fine, insomma. Ma perché parlarne, allora? Semplice, capita che si presenti ai cancelli della piccola ditta un tizio della Fiom conciato come un anarchico russo del XIX secolo, deciso ad impugnare quel patto tra liberi ed a denunciare il proprietario all'ispettorato del lavoro perché, come dichiara ai microfoni del TG2, "è preoccupante che, in questo Paese, leggi e contratti si possano non applicare pur di lavorare". E non è tutto: mostrando inattesa ansia per le dinamiche interne al sindacato degli imprenditori, il Bakunin della val Belluna afferma perentorio (agli stessi microfoni) che, con questa azione delittuosa, l'imprenditore "ha messo fuori mercato gli altri associati a confindustria". Niente di meno. Naturalmente, all'improbabile discepolo di Hayek non salta neppure in testa di produrre uno straccio di numero a sostegno della propria, finissima analisi teorica. Se fossimo cattivi, diremmo che l'obiettivo della tirata pro-mercato fosse, in realtà, quello di scavare un fossato di reciproca diffidenza tra il malcapitato titolare ed i suoi colleghi. Ma cattivi non siamo e diamo per scontato che lo Schumpeter del Piave fosse autenticamente in pena per le ulcere confindustriali che lo scellerato patto avrebbe aperto.

Ma la nostra attenzione è stata più che altro attirata dalla prima parte della dichiarazione, quella in cui viene di fatto negato il diritto di una trentina di persone di decidere liberamente cosa fare del proprio tempo e, soprattutto, di salvare la propria occupazione sulla base di un rapporto di reciproca fiducia con l'imprenditore. Ancora una volta, la precedenza viene data all'intricato groviglio di leggi e contratti che garantisce rigoglio alle corporazioni del lavoro e sopravvivenza a sterminate legioni di sindacalisti. Il senso, da sempre caro al peggior sindacalismo è: caro lavoratore, per garantirti dignità, ti impedisco di impegnarti come vorresti, anche se questa tua dedizione significasse salvare l’azienda in cui lavori. Un paradosso del quale, in un periodo in cui quotidianamente evapora una frazione del settore produttivo nazionale, faremmo volentieri a meno.

Ma non è tutto, perché il Landini della Schiara riappare purenegli schermi del TgCom, da dove, dopo aver seccamente ribadito il no ad accordi lavorativi tra liberi, ci svela la suageniale ricetta per salvare il Paese ed i lavoratori: “Occorre fare come gli altri Paesi: puntare su prodotti e servizi e perseguire un certo tipo di politica industriale ed un certo tipo di politica energetica”. In pratica, un perfetto concentrato di nulla ideologico e culturale. A rinforzare l’importante contributo in tema di strategia nazionale, ecco arrivare,su quelle stesse frequenze, un altro ispirato fiommino pronto alla tirata di rito contro l’arroganza degli imprenditori che, dopo il post-Marchionne (sic), si sentirebbero nuovamente liberi, a parer suo,di fare l’unica cosa cui tengono veramente: sfruttare gli operai.

Mettiamoci nei panni di quei ventotto volenterosi che si vedono offrire da una parte concrete prospettive di salario e dall’altra un bel piatto di legalissimo niente burocratico, preparato da due sacerdoti del plusvalore, rappresentanti di una ditta la cui definizione giuridica è fumosa almeno quanto la situazione patrimoniale. Non ci sarebbe da meravigliarsi se il loro grado di fiducia nel sistema delle relazioni sindacali cominciasse a vacillare. Mettiamoci anche nei panni di quell’imprenditore che, oltre a tutte le grane derivanti dalla difficile congiuntura, se ne troverà presumibilmente un’altra fra i piedi, fatta di inutili costi e spreco di tempo ed a zero valore aggiunto. Speriamo solo che non sia la volta buona che, preso dallo scoramento, decida di chiudere baracca e burattini.

Verrebbe, infine,da chiedersi se tutte quelle cariche istituzionali che ieri cianciavano sterilmente di occupazione a margine di una manifestazione sull’Expò milanese siano a conoscenza di questa vicenda e se, per caso, abbiano intenzione di intervenire in qualche modo, operando finalmente qualcosa di concreto per la difesa del lavoro in questo disperato Paese. A loro beneficio, riportiamo la dichiarazione di una dipendente di quella azienda che ci parela candidi prepotentementealla carica di cavaliere del lavoro: “Diciamo che non c’era neppure bisogno che il titolare ce lo chiedesse”.
 

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