Tutto quello che l’Europa avrebbe dovuto fare ma non ha fatto
04 Novembre 2008
Finalmente se ne sono accorti. A Bruxelles, da un paio di settimane, abusano della parola recessione. La lungimiranza, ormai lo si è compreso, non è la dote principale della Commissione Europea, come non lo è della Banca Centrale Europea. Si, perché in fin dei conti, se si fosse agito in modo differente, forse lo scenario economico per i prossimi anni sarebbe stato più positivo. Che tutto il marcio della crisi subprime, almeno a livello industriale, si sarebbe vissuto nel 2009, era chiaro da tempo. Ma che l’incidenza fosse così considerevole, lo pensavano in pochi a Bruxelles.
Partendo dai dati, non è arduo commentare la correzione al ribasso che è stata prevista per il 2009, una crescita dello 0,1%, con otto paesi in stagnazione e tre in recessione tecnica (due trimestri consecutivi di crescita negativa del Pil), fra cui anche l’Italia. La ripresa, seppure minima, attestata secondo le stime intorno allo 0,9%, si potrà osservare solamente nel 2010. In questi casi, le parole si caricano di allegorie che cercano laconicamente di addolcire la pillola: «L’orizzonte economico si è significativamente oscurato con la crisi finanziaria che ha colpito l’economia europea» ha affermato Joaquin Almunia, commissario UE agli affari economici e monetari. Certo è che i subprimes hanno influito molto sulla flessione del Pil, ma anche l’Europa ci ha messo del suo.
In primis, nella valutazione della crisi stessa, snobbandola all’inverosimile tacciandola di essere una questione prettamente statunitense. Un conto è ritenere differenti due economie, quella americana e quella europea, un altro è viaggiare a compartimenti stagni non considerando le relazioni che intercorrono fra esse. La smania di controbattere le spire inflazionistiche che hanno imperversato nell’Eurozona per tutta la prima parte del 2008 hanno ottenebrato le menti del Board della Bce che hanno agito in modo discutibile sui tassi d’interesse. Ignorando le variabili esogene che stavano alla base della variazione dei prezzi al consumo, hanno alzato il costo del denaro, ponendo le basi per un fenomeno particolare. Da una parte, lentamente ma inesorabilmente, cominciavano le basi per un credit crunch con pochi eguali, dall’altra le stesse imprese vedevano impennarsi sempre più i costi delle materie prime e continuavano a domandarsi quale sarebbe stata l’evoluzione finale della crisi. Il risultato lo vediamo solo ora, marginalmente, e lo vivremo negativamente il prossimo anno. La chiusura di numerosi stabilimenti per un periodo natalizio che di festivo, quest’anno, ha ben poco e la cassa integrazione che comincia a non essere più sufficiente a soddisfare la domanda, sono alcuni degli elementi che fanno intuire la gravità della situazione.
Infatti, come ricorda anche il Wall Street Journal, il secondo fattore di responsabilità dell’UE è da ricercarsi proprio a partire dal settore più in crisi insieme con il bancario, quello automotive. Pochi giorni fa è stato varato un piano che prevede lo stanziamento di 40 miliardi di euro, da parte della Banca Europea degli Investimenti (Bei), «a sostegno dell’innovazione e della ricerca finalizzata all’efficienza energetica e all’abbattimento delle emissioni». Questo secondo le parole di Guenter Verheugen, commissario UE alle imprese, e Christian Streiff, numero uno di PSA (Citroen, Peugeot) e presidente di turno dell’Acea, l’associazione europea dei costruttori d’automobili. Peccato che proprio PSA sia uno dei gruppi maggiormente colpiti dalla crisi industriale, costretto ad una drastica riduzione dei volumi di produzione per il quarto trimestre 2008 ed i primi due dell’anno venturo. Non sarà mica, quindi, che dietro alla facciata dell’innovazione tecnologica, l’UE sta fornendo una gran dose di liquidità ad un settore completamente immerso nelle sabbie mobili? Non sarebbe la prima volta, se ripensiamo a tutto quello che è stato fatto per le banche. Gli effetti collaterali, tuttavia, si riverserebbero in gran parte sui cittadini europei.
Proprio i gruppi bancari, oltre ad aver liquidità garantita fino al 2009, hanno ricevuto praticamente tutto ciò che volevano dall’UE (salvataggi compresi), scontando in minima parte le proprie responsabilità. La Bce, lo si è scritto tempo fa, ha peccato principalmente nella tempistica e nella perseveranza di un obiettivo, quello della stabilità dei prezzi, quando in realtà il mondo andava in un’altra direzione. L’apertura incondizionata dei rubinetti monetari e la scarsa sicurezza nell’assunzione di una posizione solida hanno portato le imprese a rivedere al ribasso le proprie aspettative, già limitate da finanziamenti che non giungevano. Ora si scopre l’acqua calda, affermando con dovizia di numeri, cifre, calcoli, stime, grafici e quant’altro, che l’economia europea è ufficialmente in recessione, o sta per esserlo. Forse era più opportuno accorgersene prima, dato che i sintomi erano tutti presenti.
E se qualcuno si chiederà com’è la situazione italiana, eccola servita: calo della produzione industriale, dei consumi ed aumento del tasso di disoccupazione. Se uniamo il tutto ad un ricorso sempre maggiore del credito al consumo ed una domanda aggregata negativa (-0,3%) per il 2008, stagnante nel 2009 (0,1%) e solo nel 2010 in flebile ascesa (0,6%), comprendiamo quanto sia colmo di ostacoli il percorso. Dopo la crisi finanziaria, prepariamoci per quella industriale. E purtroppo, se la casalinga di Voghera non si era accorta della prima, certamente si renderà conto della seconda.
