Tutto quello che vuole un musulmano è una vita migliore
08 Settembre 2010
L’Islam moderato era la fede praticata dai genitori del mio compagno di stanza metà inglese metà pachistano all’Università di Edimburgo e, senza dubbio, è anche la religione praticata dalla vasta maggioranza di immigrati musulmani in Europa e negli Stati Uniti. La madre e il padre di Khalid erano musulmani devoti. Suo padre pregava cinque volte al giorno e sua madre, che non aveva ancora imparato decentemente l’inglese dopo quasi 20 anni di vita trascorsi nelle città industriali del West Yorkshire, con piacere mi diede l’impressione che l’unico libro che avesse mai letto fosse il Corano.
Sono sempre stato benvenuto nella loro casa. La madre di Khalid regolarmente mi riempiva di cibo col curry e mi scuoteva con domande su come un non-musulmano che aveva attraversato l’Atlantico per studiare l’Islam potesse resistere all’attrazione dell’unica vera fede. Determinati a che i loro figli restassero musulmani in mezzo ad un mare di incredulità aggressiva, piena di alcool e impregnata di sesso, i genitori di Khalid praticavano felicemente e predicavano la coesistenza pacifica, persino di fronte ad un infedele che ovviamente stava portando il loro figlio per la cattiva strada.
Questa è l’essenza della moderazione in ogni fede: la volontà di esistere pacificamente, se non con esuberanza, insieme ai non credenti che possono avere anche punti di vista offensivi nei confronti di molti soggetti sacri. Si tratta di una deroga che viene facile a quei musulmani ordinari che hanno abbandonato la loro patria per vivere insieme ai "miscredenti" nelle democrazie occidentali. Per i musulmani circondati dai loro simili invece è molto più difficile rispettare tale regola, perché i politici e la cultura non li ha abituati a rinunciare alle proprie ragioni.
Tra i musulmani tradizionali, la tolleranza viene definita nello stesso modo in cui l’Europa Cristiana la definì per prima volta: un credo superiore è d’accordo nel non perseguitare un credo inferiore, sempre che i praticanti di quest’ultimo non diventino troppo arroganti. La tolleranza non significa categoricamente eguaglianza di fede, come invece avviene in Occidente. Persino in Turchia, dove il secolarismo autoritario ha cambiato l’identità musulmana molto più profondamente di quanto sia avvenuto in qualsiasi altro luogo del Mondo Antico, un musulmano totalmente secolarizzato non chiamerebbe mai “turco” un cittadino non musulmano anche se cittadino della Turchia. Esiste infatti un certo orgoglio nel “primo posto” che non può essere condiviso con un non credente. L’orgoglio ferito fa anche il lavoro del Diavolo nell’ecumenismo: adattandosi alla modernità, con i suoi confini intellettuali aperti e un inevitabile caos morale, per i monoteismi è brutalmente difficile andare avanti, specialmente per quelli abituati a governare. Ma sono cose che capitano.
Quando dissi al padre di Khalid che i suoi figli – in particolare le sue figlie – non avrebbero venerato la loro fede come invece avevano fatto lui e sua moglie, mi disse: “Stanno vivendo una vita migliore di quella che abbiamo vissuto noi. E’ già abbastanza”.
*Reuel Marc Gerecht, un ex operativo della CIA, è senior fellow presso la Foundation for Defense of Democracies.
Tratto da Wall Street Journal
Traduzione di Fabrizia B. Maggi
