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Tv, l’alfa e l’omega dell’epopea berlusconiana

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In principio fu la TV: e una TV ci voleva per ripartire. Più dello stesso “Giornale delle libertà”, l’esperimento televisivo di Michela Vittoria Brambilla reca a chiare lettere la cifra berlusconiana; non solo, e non tanto, per via della benedizione del Presidente, che ha salutato l’avvio delle trasmissioni. Impossibile cogliere la dimensione dell’uomo e del politico senza partire dal suo maggiore successo imprenditoriale: un network di televisioni nate da una libera iniziativa, sostenute da un capitale vero, con un modello di business in grado di sfidare le reti di Stato, e un palinsesto che sfuggiva gli schemi triti in cui la TV pubblica aveva continuato a muoversi per trent’anni. Così, le tre reti Fininvest – oggi Mediaset - sin dall’origine portarono novità e concorrenza, e quindi libertà: difficile da comprendere, per chi nell’impresa vede un puro luogo di sfruttamento, e nell’esistenza di voci dissonanti rispetto alla cultura blasonata una “minaccia per la democrazia”.

Doveva perciò essere una televisione a dare il segnale, perché nulla più della TV in questi anni di feroce antiberlusconismo ha patito la sottrazione della libertà: a partire dalla par condicio, traslazione televisiva di un vecchio adagio livellatore (non delle opportunità, come si pretende, ma dei risultati: vale a dire, chi ha investito tempo e denaro dei suoi deve ottenere lo stesso rendimento di chi al massimo ha sprecato soldi pubblici); fino alla inverosimile regolamentazione che ha trasformato il confronto tra i due candidati premier alle elezioni politiche in una selva oscura di divieti e ingessature. Doveva esserci una televisione per ricominciare, perché alla TV – paradossalmente in nome del pluralismo - è stata negata l’elementare possibilità di esprimere limpidamente un orientamento politico, pacificamente riconosciuta a qualsiasi altro mezzo di comunicazione di massa: dai quotidiani, alla radio, a Internet. Se ad animare il berlusconismo è la convinzione che lo spettatore ieri, l’elettore oggi, è sovrano, responsabile e soprattutto libero di scegliere, a guidare i suoi detrattori è la diffidenza verso il piccolo schermo, in nome di un suo presunto strapotere occulto sulle coscienze dei cittadini-elettori. Ipotesi rafforzata dalle originalità senili di qualche pensatore (altrimenti ignorato dai più), ma platealmente smentita dall’esito di dodici anni di elezioni che hanno visto l’affermazione di una regolare alternanza, con o senza mass media.

La “TV della Libertà” rappresenta una sfida per il fatto stesso di essere una televisione, un’avventura proprio sul terreno per il Cavaliere più minato.  Ma chi – concentrandosi sul look&feel forzitaliesco dello studio, o sulle incertezze da “bello della diretta” durante il collegamento con Berlusconi – non vede l’ora di bollarla come l’ennesimo altoparlante kitsch per la voce del padrone, incorrerebbe in un errore storico, oltre che politico. Rispetto alle reti del Biscione, che nacquero a dimensione nazionalpopolare, il canale della Brambilla è infatti un sapiente distillato: quelle scelsero la più accessibile delle reti, l’etere, per stabilirvisi come ingombranti punti di riferimento; questa guarda a una rete ancora poco familiare, il satellite, per prendere modestamente posto accanto a Tizianasat e Mediolanum Channel; in quelle si partì dalla massa per arrivare alla politica, qui si parte dalla politica – e non è detto che si arrivi alla massa, almeno quella televisiva.

La piccola televisione sacrifica le dimensioni alla chiarezza, dichiarando le proprie intenzioni con una limpidezza ben rappresentata dalla scenografia vagamente acquatica, circoscritta dall’ininterrotto movimento della parola “Libertà”. Una novità assoluta: un canale che fa di una trasparente partigianeria la sua forza, vendicando anni di timidezze obbligate, di lottizzazioni istituzionalizzate, di ostracismi comminati minacciando di volta in volta il trasferimento su satellite o su digitale terrestre (minacce qui neutralizzate all’origine: la “TV della Libertà”, sul satellite, ci è nata). Eppure, l’idea non è quella di creare un organo di partito – ciò che di certo sfuggirà ai critici -, ma l’organo di una base elettorale, che possa osservare, valutare, convenire o dissentire. Perché ad accomunare le reti di Berlusconi e la TV della Brambilla resta la stessa, ferma convinzione che lo spettatore di ieri, l’elettore di domani sia sovrano, responsabile e soprattutto libero di scegliere.

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