Un Bersani meno miope capirebbe che le riforme servono anche a lui
02 Aprile 2010
di Dolasilla
Il cantiere sempre annunciato delle riforme istituzionali potrebbe essere sul punto di uscire dalle nebbie in cui lo hanno imprigionato per alcuni decenni le polemiche tanto esasperate e spesso altrettanto vuote della politica. Si spiega così perché fare le riforme, e non più proclamarle, sarebbe la svolta attesa dal Paese più di quanto non immagini il mondo politico.
Le riforme servono all’Italia, e neppure il più indulgente dei medici oserebbe più negarlo. Le riforme, a ben pensarci, però, servono al Pd e alla sinistra in genere più di quanto non si rendano conto gli stessi protagonisti. Di suo, Berlusconi potrebbe continuare a vincere una tornata elettorale via l’altra. Egli è sempre di più l’autobiografia della Nazione, con le luci e le ombre del caso.
La sinistra oggi in circolazione non ha un’autobiografia. Non ha mai trovato un’identità nuova o diversa, dopo aver deliberatamente rinunciato all’identità comunista. Dal novembre 1989 non c’è più il Pci ma nessuno ha mai capito che cosa abbia preso il suo posto. Né mai è stato spiegato da qualcuno dei dirigenti perché il Pci, dalla sera alla mattina, non doveva più esserci, privato del diritto di cittadinanza. Sono 21 anni che in Italia la sinistra, e le forze ad essa via via aggregate, brancola nel buio alla ricerca di un ubi consistam, di un’identità che la renda riconoscibile e spendibile sul mercato della politica.
Le riforme istituzionali possono essere lo specchio invano atteso dalla sinistra italiana per fissare un’immagine di sé in cui riconoscersi. E’ vero, Luciano Violante, responsabile delle riforme nel Pd, ha messo le mani avanti con un no secco a ogni ipotesi di presidenzialismo. Dimenticando magari che proprio sul presidenzialismo e sul doppio turno alla francese la Bicamerale di Massimo D’Alema arrivò, nel 1997, a un passo da un’intesa storica.
Al niet di Violante va dato però il giusto peso. Nessun negoziatore del resto ha mai pronunciato dei sì, neanche per sbaglio, prima ancora di accomodarsi al tavolo negoziale. E’ una vecchia regola diplomatica e ad essa gli eredi del Pci fanno bene ad attenersi. Diverso è il discorso sul grado di consapevolezza, e sul livello di diffusione ai vertici del Pd, della necessità delle riforme per salvare una qualche prospettiva al partito.
L’idea che il Pd possa dotarsi di una skyline riformista e moderna con piccoli colpi di maquillage ha un seguito molto forte nel partito, e soprattutto nei vertici. Essa sconta una visione asfittica delle dinamiche politiche che sono tutte interne a un ceto ormai autoreferenziale.
Quali sono gli ostacoli veri che impediscono al PD di avviare un confronto parlamentare serio e "alto" sulle riforme? Se ne trovano almeno tre: sedere al tavolo con un interlocutore da sempre demonizzato e presentato come l’alfa e l’omega di ogni problema del Paese; convincere il Paese che, a 32 anni di distanza da quando per primo Bettino Craxi parlò di Grande Riforma, siano sufficienti ritocchi qui e là, è un’operazione a perdere perché il risultato sarebbe a tal punto sproporzionato rispetto alla lunga attesa da scatenare un’accresciuta disaffezione verso la politica; come invocare le riforme condivise se non si riconosce l’avversario, cioè il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi?
Superare o rimuovere questi ostacoli significa per il Pd accettare, come face il Pds nel 1997, di navigare in mare aperto e raccogliere la sfida di una riforma delle istituzioni e della Costituzione che sia forte e incisiva. Non solo perché la Costituzione ha le rugosità dei sessantadue anni, ma per la ragione che modifiche radicali alla Carta che ordina i poteri dello Stato non si fanno a ogni stormir di fronde.
L’elezione diretta del potere esecutivo – nella forma dell’elezione diretta del premier o del presidente della Repubblica – è l’obiettivo senza il quale nessuna riforma potrà ripagare l’attesa del Paese. Le riforme si fanno non per deludere e neppure per sedurre i cittadini. Si fanno per restituire agli elettori lo scettro del potere, primo fra tutti il potere di scelta.
Il presidente del popolo, simbolo dell’unità morale e istituzionale della Nazione, è anche motore e insieme guardiano dell’articolazione federalista dei poteri locali. Un traguardo oggi meno remoto di qualche anno fa. Si può raggiungere, ma serve uno sforzo di fantasia e di coraggio da parte di chi ancora oggi ha qualche difficoltà a pronunciare la parole riforma.
