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Un blog per raccontare che nello sport c’è molto più dello sport

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Per dirla alla Phil Jackson, il coach degli indimenticabili Chicago Bulls di Michael Jordan: «nello sport, c'è molto più dello sport». «Fuorigioco» è il blog che vuole dar conto dei tanti (altri) aspetti del fenomeno sportivo, in Italia, in Occidente, verso Pechino 2008. Senza ricorrere a troppi tatticismi e tecnicismi. Piuttosto, esibendo un sano spirito agonistico. L'importante sarà rendere partecipi i lettori di partite che si giocano anche a bordo campo, applicando gli schemi della politica, dell'economia, dello spettacolo e della cultura. Pronti? Via!

Tre indizi uno in fila all'altro, sommati giusto per totalizzare una prova. Primo e secondo indizio. La controversa risoluzione dei due gialli dell'estate sportiva – la spy story/legal thriller della Formula 1 e il legal thriller/medical drama del Tour de France – continua a intrigare teorici del complotto e più pragmatici analisti del Palazzo, là dove si amministra il business dei motori e del pedale, governandolo secondo norme codificate (scritte e non scritte). A proposito di regole e di eccezioni. Il circo allestito da Bernie Ecclestone aveva dunque provato a risolvere al suo interno, lo scontro senza precedenti tra le due maggiori scuderie in pista. L'ha rivelato l'AD della Ferrari Jean Todt, accennando a un gentleman's agreement stabilito con la McLaren di Ron Dennis, ancora lo scorso 9 giugno. La salomonica decisione del Consiglio FIA, per l'assoluzione del comportamento sospetto di Stepney e Coughlan, è quindi l'inevitabile conseguenza dello stralcio di ogni possibile constatazione amichevole tra le parti. Lo stretto passaggio obbligato alle vie legali ha finito per penalizzare quelli del Cavallino, e non poteva essere altrimenti, per chi si è ritrovato l'incombenza di giudicare un caso già scottante di suo, per giunta a campionato in accelerata verso la dirittura d'arrivo.

Lo spettacolo doveva continuare: e con ambedue i suoi massimi protagonisti, evitando accuratamente di ritoccarne assetti e sospensioni (anche dalle gare). Viceversa la corsa di Michael Rasmussen, lanciato in maglia gialla verso Parigi, neanche avrebbe dovuto cominciare. Appena prima dell'inizio della Grande boucle, il fuggitivo non si è reso reperibile per l'effettuazione di due controlli anti-doping a sorpresa, richiesti dalla federazione internazionale. La scorrettezza non varrebbe altro che la squalifica, soprattutto in termini d'immagine, di un evento e di una disciplina di loro abbondantemente schizzati di fango, nonostante le severe lavate di capo a chi si macchia di assunzioni proibite (due espulsioni in quindici tappe). Oltralpe quasi un reato penale. Per colpa di un cavillo burocratico e di una comunicazione istituzionale fuori tempo massimo, l'albo d'oro del Tour ha rischiato seriamente di sporcarsi un altro anno ancora, dopo quelli segnati dagli affaire Rijs e Landis. Il caso strano l'ha risolto un'operazione di pulizia, condotta in extremis dalla stessa Rabobank, che ha infine licenziato il proprio dipendente capo-classifica. Nella sostanza, la pressione di CIO, organizzatori, gruppi sportivi e ciclo mediatico-giudiziario si era fatta davvero insostenibile, anche al di là di quello che formalmente sostenevano i regolamenti. E poi dice che uno la butta in politica.

Terzo e ultimo indizio. Il Palazzo del governo de l'Havana ha diramato un laconico dispaccio presidenziale, settimana scorsa. Il comunicato faceva riferimento alla spedizione della selezione cubana, chiamata a rappresentare l'isola e il suo regime in quel di Rio de Janeiro, sede designata per i Giochi Pan-americani 2007 (13-29/7). Più in particolare, una nota si esprimeva in questi termini, sul (quasi) misterioso abbandono del peso gallo Guillermo Rigondeaux e del welter Erislandy Lara, scomparsi all'improvviso dal ritiro della nazionale: «I pugili cubani sono stati messi a terra da un colpo alla mascella, pagato con dollari USA. Esiste una mafia che utilizza raffinate tecniche psicologiche e milioni di dollari, per selezionare, acquistare e promuovere la carriera dei cubani in competizioni pugilistiche internazionali». Questa la versione dei fatti offerta dall'entourage di Fidel Castro, quasi in loop con altre scarne prese di posizione espresse in circostanze analoghe (di recente se la sono svignata, approfittando di una tournée all'estero, anche altri validi boxeur quali Barthelemy, Gamboa e Solis Fonte). Certo fanno un'altra sensazione, i nomi del campione olimpico Rigondeaux e del fuoriclasse Lara: nomi puntualmente rispuntati fuori dopo pochi giorni, compresi nell'elenco aggiornato dei professionisti messi sotto contratto dall'Arena Box Promotion di Ahmet Oner, navigato manager di stanza in Europa. La fuga per la vittoria nel pugilato che conta, allo svolgimento di un'attività remunerata a prezzi di mercato, è infine una libertà che il regime castrista non si può permettere. E non appena i suoi indifendibili difensori abbassano la guardia, ci pensano poi gli stessi migliori sportivi cubani, a metterne KO la retorica propagandistica. Non sono forse loro, a subire in prima persona il più pesante degli embarghi? In definitiva, riuscire ad aggirarlo vale davvero la conquista del titolo più prezioso.

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