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L’eredità di Bush/9

Un Bush senza cappello da cowboy che Bush è?

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Il viale del tramonto è una lunga strada triste e solitaria: un rassegnato declivio verso l’oblio. Questo privilegio, però, non viene concesso a George W. Bush. A differenza del precedente inquilino del 1600 Pennsylvania Avenue, che ebbe modo di elaborare – anche con una certa ironia – il lutto per l’imminente pensionamento, l’attuale Presidente degli Stati Uniti a poche settimane dalla sua uscita di scena si trova dilaniato da interrogativi ai quali non può più dare risposte definitive: l’irrisolta crisi irachena, la recrudescenza talebana in Afghanistan e una crisi economica della quale non si vedono ancora i contorni definitivi. L’agenda è piena come non mai e tutte queste criticità diverranno materia di lavoro per il nuovo presidente.

Nel momento in cui la figura di Bush sta per uscire dalla cronaca per entrare nella Storia è doveroso chiedersi quale eredità lasci al suo paese ed al mondo e quale è stata la sua cifra come presidente degli Stati Uniti d’America. Nelle orecchie risuonano ancora i severi giudizi dell’onorevole Furio Colombo che – citando il “New York Times” – ha definito Bush il peggior presidente “di sempre”. Anche se comprensibili nell’agone politico le affermazioni categoriche vanno sempre evitate a favore di una analisi introspettiva più seria. Se si utilizzasse lo stesso metro di giudizio del parlamentare democratico, quello di verificare il bilancio di una presidenza sulla base della semplice sommatoria dei problemi lasciati ancora irrisolti, per giudicare figure del passato, l’immagine dell’amatissimo (da Colombo) Kennedy ne uscirebbe a pezzi. Il bilancio della 34° presidenza, il giorno dopo la tragedia di Dallas, era lungi dall’essere positivo. Kennedy lasciava alla Storia il fallimento della baia dei Porci e soprattutto l’impegno in Vietnam che il presidente democratico contribuì a complicare promuovendo l’eliminazione del presidente Ngo Dinh Diem con il conseguente, lento ma progressivo, sfaldamento del fronte interno sudvietnamita. Tutto ciò dimenticando la discutibile figura del padre e dei sempre sospettati legami con organizzazioni criminali. A suo favore giocò certamente il confronto con l’Urss nella crisi dei missili e nel secondo blocco di Berlino, ma il Civil Right Act era ancora solo un progetto e fu merito di Johnson se esso divenne legge federale. Nonostante questo non esaltante bilancio, Kennedy è ricordato come una delle figure più prestigiose della storia americana, non solo del Ventesimo secolo. Una revisione più introspettiva della sua presidenza ha reso giustizia Kennedy.

Quando si vuole determinare quale sia l’eredità che Bush lascia al suo paese e al mondo non si vuole fare ad ogni costo una azione di “revisione” storica e ideale della sua presidenza, non si vuole dire che sia stato, necessariamente, un buono o un cattivo presidente, ma solo determinare quali sono stati i momenti di novità e continuità all’interno della politica degli Stati Uniti.

George il “neocon”, George il “reborn”, con questi aggettivi si tenta – almeno a livello della stampa generalista – di sintetizzare la figura di Bush. Certamente il Presidente è un “reborn” vicino al pensiero neoconservatore, ma – a suo modo – eterodosso. Soprattutto verso il neoconservatorismo (sempre che esista un pensiero organico) egli ebbe – nei suoi due mandati – un atteggiamento non costante e non sempre in sintonia con gli item dei maîtres á penser della corrente.

Una cosa è certa. Bush jr. non è sicuramente stato un realista ma la sua azione politica ha costituito una rottura con questo modo di pensare che ha – più in bene che in male – costituito un continuum nella politica estera americana. La lista dei presidenti “realisti” è fitta ed assolutamente bipartisan. Non solo “grandi vecchi” come Truman, Eisenhower, Johnson, Nixon e Ford sono annoverati tra i mentori del realismo alla Casa Bianca, ma anche personaggi più insospettabili non si sono distaccati da questo main stream politico. Il già citato Kennedy – a parte alcuni momenti – non può essere certo ricordato per una politica di rottura con il realismo. Lo stesso – vuoi per mancanza di spessore e di capacità – accadde a Carter. I soli rari momenti in cui si distanziò dalla real politik furono una sciagura per gli americani. Anche Ronald Reagan a parte i toni della sua liturgia politica ed alcune intuizioni – peraltro geniali, come la gestione dell’SDI – restò, come ebbe a notare anche John Lewis Gaddis, ancorato al realismo. Stessa sorte toccò a George Bush padre ed al “piacione” dell’Arkansas Clinton che si smarcò, sciaguratamente, dal realismo solo quanto decretò che gli uomini della CIA non avevano più “licenza di uccidere”.

George W., invece, con quella sua faccia da impiegato di banca, ha avuto il “coraggio” di introdurre una politica controcorrente che sarebbe piaciuta, forse, al più fortunato Theodore Roosevelt. Se il Realismo intende perseguire il male minore, preferendolo di gran lunga al bene assoluto, che sa pressoché irrealizzabile, Bush potrà essere ricordato come il presidente più lontano da questa teoria e da questa prassi. La sua coscienza cristiana vivificata, e resa forse un po’ ottusa, da una conversione in età adulta, ha reso il Presidente estraneo alla logica dell’accomodamento politico. 

Bush ha introdotto nella politica di una grande potenza il principio – spesso rischioso – dell’azione etica. Per certi versi la politica americana di questi ultimi anni è stata attraversata da un “complesso del messia”. L’attuale Presidente non ha mai cercato la “riduzione del danno” nei confronti delle minacce esterne e delle crisi interne negli Stati Uniti, ma ha cercato di imporre – anche con l’uso della forza – la superiorità morale di quelli che ritiene essere i “valori americani”. Da qui la scelta di collaboratori, niente affatto incompetenti, ma – alle volte – dimentichi di una sana prudenza nell’adottare principi morali forti.

Le azioni in Afghanistan ed in Iraq rispondevano all’esigenza di rispondere più ad un onore ferito che alla minaccia “militare” posta dal Terrorismo internazionale. La volontà di Bush di dotare la politica americana di una dimensione “etica” forte ha condizionato anche i suoi critici che hanno utilizzato argomentazioni ben distanti dall’oggettività. Un refrain utilizzato spesso in Europa continentale e riportato in un manifesto sotto il volto sorridente di Prodi che ricordava come l’Iraq sia stata una “guerra sbagliata”. La categoria del “giusto” e dell’“ingiusto” afferisce a una dimensione morale il cui discernimento non può – come già aveva enunciato in modo decisivo Walzer – essere ridotto a definizioni di convenienza che discendono dalla semplice condivisione o avversione verso il conflitto in questione. Anche se può sembrare cinico è preferibile utilizzare una differente categoria di giudizio. E’ quindi meglio chiedersi se le guerre di George W. sono state condotte “bene” o “male”. La risposta, in questo senso, non può essere positiva. Gli errori commessi dagli Stati Uniti sui due campi di battaglia in parte possono essere ascritte ai pregiudizi etici di Bush ed in parte ad anni di superficialità nella gestione della macchina militare americana.

La cristallizzazione del confronto bipolare e la successiva convinzione che bastasse un gigantesco sistema di avvistamento satellitare per venire incontro a tutte le necessità dell’intelligence ha portato gli Stati Uniti a non avere agenti sul campo in numerosi teatri del mondo. Non è un caso che all’inizio della crisi con il regime talebano gli americani non avessero agenti segreti che parlassero pashtun. Le nefaste conseguenze di questa impostazione del sistema di informazioni – di cui è in gran parte responsabile l’amministrazione Clinton – non possono essere poste a carico di Bush. La responsabilità di Bush nell’andamento della guerra in Iraq e più rilevante. Prudenza e saggezza – di netta matrice realista – avrebbero consigliato di abbattere Saddam, ma di non smantellare tutti i gangli del potere baathista (come d'altronde in Italia ed in Germania il processo di defascistizzazione o di denazificazione risparmiò grandissima parte della macchina amministrativa dei due paesi), al fine di mantenere la coesione e una struttura amministrativa del paese. Purtroppo la volontà del Presidente di colpire e annientare alla base ogni elemento del potere che faceva capo al presidente Hussein ha favorito la nascita di forze centrifughe nel paese e l’attuale instabilità che affligge l’Iraq.

Da più parti si sostiene che Bush lascia al nuovo inquilino della Casa Bianca un paese indebolito al suo interno e screditato all’esterno. Se è vero che gli Stati Uniti appaiono come un paese con un prestigio e un consenso in calo, questo non può essere imputato unicamente a George W Bush. Gli Stati Uniti, come ancor prima la Russia, hanno iniziato a soffrire di una endemica perdita di prestigio e di influenza nel mondo (a fronte di un primato militare, economico e tecnologico immutato) con la fine del confronto bipolare. Né Bush sr., né Clinton furono in grado di evitare questa emorragia di “autorevolezza”, che Hobbes chiamava “Gloria”. Da qui viene la consapevolezza che questo “prestigio” non era interno e proprio degli Stati Uniti in quanto tali, ma del “sistema” bipolare, rappresentato dalle due Superpotenze.

La fine della Guerra Fredda non poteva che portare alla perdita della centralità delle due potenze egemoni. La Russia – minata dalle sue contraddizioni esterne – crollò di schianto. Gli Stati Uniti, ben più solidi al loro interno, hanno cominciato a soffrire di una lenta me continua perdita di legittimità come arbitri delle contese internazionali. Ecco, quindi, quello che, nel bene come nel male, è la legacy dell’uscente presidente americano: il folle, disperato, ma pieno di speranza, tentativo di dare una dimensione etica alla politica. Negli ultimi giorni Bush ha fatto i conti con la sua presidenza, ammettendo una serie di errori. Il prossimo 20 gennaio uscirà dalla cronaca per entrare nella storia, così come Bogart e Rains in Casablanca escono dalla scena immergendosi in una notte nebbiosa sulle languide note di As time goes by.

 

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