Un colpo al cerchio e uno alla botte, ecco la “Dottrina Obama”

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Un colpo al cerchio e uno alla botte, ecco la “Dottrina Obama”

10 Febbraio 2011

Rassegniamoci, la linea politica del presidente Barack Hussein Obama è cambiata. Alla farragine dei primi due anni di reggenza ne seguiranno due di vuoto. Il relè del cambiamento, change, è scattato il 2 novembre, giorno di elezioni perse; l’ufficializzazione è venuta il 25 gennaio, con il discorso sullo Stato dell’Unione. In quella data, infatti, il mondo intero ha scoperto che il nome della “dottrina Obama” è cerchiobottismo. Il seguito è cronaca. La consueta retorica buonista viene intercalata agli appelli pseudoreaganiani per la ripresa economica, la carezza data alla grande industria segue a quella ammannita ai “bisognosi”, il tocco da “sogno americano” si accavalla a un nonsoché radical-chic di lagnanza pauperista. Bisogna pur tirare sera, del resto, e a volte Washington può pur valere una predica soporifera.

La situazione venutasi a creare con le elezioni di “medio termine”, cioè lo stallo della Casa Bianca (una gran zampata invece per l’opposizione conservatrice), sta già realizzando le previsioni, del resto facili, della vigilia. L’Amministrazione in carica dovrà barcamenarsi fra la conservazione dei diritti acquisiti con il posto di lavoro conquistato nel 2008 e il tentativo di non perdere, nei prossimi mesi, ancora più consensi di quanto già ne abbia, probabilmente in modo definitivo, perduti sino a oggi. Per di più, il contesto internazionale non aiuta. Ci mette del proprio, e palesa la totale incapacità di prospettiva, se non addirittura la vera e propria inettitudine al comando di Obama e della sua compagine di governo.

La totale assenza fattiva di Washington (le parole, quelle non mancano mai, ma è un’altra questione) dalla cabina di regia dello scenario nordafricano e mediorientale sbalordisce. Che Obama e i suoi non si siano nemmeno per un momento chiesti cosa stia sul serio succedendo da quelle parti, quale posizione conviene davvero assumere, per attendista o schierata che sia, così come quale discrimine corra fra gli nemici che van sempre tenuti ben distinti dai nemici, è superata solo dall’acquiescenza con cui certi commentatori (non tutti, certuni sì) hanno preventivamente e acriticamente, quindi pregiudizialmente, scelto di stare con la “piazza”.

Bene inteso, è lecitissimo scegliere di stare con la “piazza” araba, ma il farlo meriterebbe in taluni casi (quelli appunto gratuitamente invece acquiescenti) qualche spiegazione in più, che pure rendesse conto di cose non secondarie. Per esempio il ruolo delle forze islamiste attive in quelle regioni, certo ora in sonno, ma, a meno di un magico e improvviso loro salto in una dimensione insondabile dell’universo, meritevoli comunque di qualche supplemento d’indagine circa le intenzioni future. E quindi altre cose spicciole quali, eventualmente, la stabilità dell’intera area, gli assetti del Mediterraneo, la sicurezza dello Stato d’Israele, lo statuto e le libertà delle minoranze cristiane d’area in primis i copti sia ortodossi sia cattolici dell’Egitto.

Mentre il mondo denunciava le palesi violazioni della libertà religiosa e di coscienza dei cristiani, anzi il loro sangue versato in mezzo mondo, Obama se ne stava zitto durante il discorso sullo Stato dell’Unione. Mentre i rischi d’instabilità crescevano di ora in ora, Obama non c’era. Mentre c’è sempre più bisogno almeno di un segnale di vigilanza costante, Obama latita. Per arrivare a quel nadir della dignità internazionale a cui costrinse gli Stati Uniti il presidente Jimmy Carter fra 1976 e 1980, innescando tra l’altro il grande schiaffo che il popolo gli mollò preferendogli senza nemmeno battere ciglio Ronald W. Reagan (1911-2004), manca solo l’umiliazione della sconfitta militare o l’onta degli ostaggi di allora. Speriamo episodi così non arrivino più, anzi mai. In questo modo, Obama potrebbe pure sperare di stare, nella classifica dei peggiori presidente degli Stati uniti di ssempre, almeno un punto sopra Carter.

Il “caso Wikileaks” era per un momento sembrato evidenziare delle differenze, magari persino delle rivalità, fra Casa Bianca e Segreteria di Stato, cioè fra “postamericanismo” e una idea criticabile, persino criticabilissima, per noi che non amiamo le scelte di Hillary Clinton, ma comunque caratterizzata a caratterizzante di politica estera. Il “caso Mubarak” pare invece levarci ogni dubbio, ci si sbagliava. Ricordate The Economist con il suo unfit to lead scagliato contro il governo italiano? Abbaglio colossale: l’uomo non adatto siede alla Casa Bianca. Non perché governa come non ci piace, ma perché sembra uno spaventoso ibrido fra il convitato di pietra e la gatta di marmo, e questo, per il suo Paese, non è bene.

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute [www.columbiaimstitute.it] e Direttore del Centro Studi Russell Kirk [www.russellkirk.eu]