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Un dramma per la cultura italiana, lo specchio di un Paese che va in frantumi

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La sospensione della visita di Benedetto XVI alla Sapienza rappresenta un dramma per l’Università e la cultura italiane, del quale sentiremo le conseguenze e porteremo il peso a lungo. Benché sia probabile che nella decisione vaticana abbiano influito preoccupazioni relative all’ordine pubblico, resta l’amarezza per la brutta, bruttissima piega che va prendendo nel nostro paese il rapporto tra cattolici e laici. 

Ciò deve indurre a una riflessione e a uno sforzo congiunto tutti i rappresentanti più consapevoli di entrambe le culture, perché venga recuperata la ragionevolezza e nessuno dimentichi mai, in prima battuta, quel “fatto del pluralismo”, che caratterizza in modo strutturale le democrazie liberali e che include, assieme alle convinzioni laiche e agnostiche, quelle religiose, con pari legittimità. È necessario che i laici ragionevoli isolino gli integralisti e che i cattolici, unitamente a coloro che pur non credenti sono pensosi dei valori della civiltà giudaico-cristiana, trovino i modi più idonei per esprimere la legittima esigenza di ridare voce a questi valori nel dibattito pubblico.

Sarebbe quindi sbagliato reagire al brutto episodio dell’intolleranza laica, che ha di fatto privato il Pontefice del suo diritto di parlare alla Sapienza, con inviti alla contrapposizione frontale. Bisogna opporre fermezza e moderazione, cercando il consenso, nella condanna dell’episodio, di cattolici e laici. Sarebbe invece bello vedere un documento in cui la parte migliore dell’intelligenza cattolica e laica italiana condannasse all’unisono l’episodio.

È certo singolare che tutto ciò accada mentre si è appena aperto l’anno che l’Unione Europea ha dedicato al dialogo interculturale. La Commissione pensava certo in primo luogo al difficile rapporto della cultura europea con quelle di diversa origine, innanzitutto quella islamica, presenti entro i nostri confini e alle frontiere. Scopriamo invece che, almeno in Italia, il conflitto più virulento è quello al nostro interno, animato da un integralismo laico di cui non si sospettava la radicalità. Non risulta, a tal proposito, che i difensori del laicismo esercitino una ‘vigilanza’ equivalente a quella riservata al Pontefice nei confronti dei predicatori d’odio e fanatismo che affollano le nostre moschee. Tutto ciò senza considerare poi che tra i contestatori del Papa, come in genere nella cultura di sinistra, coesistono in gran confusione difensori della scienza e relativisti culturali, che dell’oggettività cara agli scienziati fanno strame.

È infine difficile, venendo all’inevitabile risvolto politico della questione, non legare questo evento con l’altro che domina in questi giorni, relativo alla pesante frattura tra le regioni italiane evidenziato dal dramma dei rifiuti in Campania. Quello che emerge complessivamente è un paese frantumato, tra Nord e Sud, tra cattolici e laici, mentre il tessuto sociale si polverizza sempre più e l’economia arranca. E come reagisce a una crisi di questa portata il sistema politico? Con un livello della discussione che rischia di sembrare ormai lontano anni luce dalla realtà. Dum Romae consulitur

Accanto alla risposta degli intellettuali, è perciò urgente una risposta di alto profilo del sistema politico, anche qui a partire dalle forze più consapevoli, che faticosamente stavano avviando un dialogo, il cui filo non deve spezzarsi, e deve però mirare alto, senza timore di urtare chi si ostina nella difesa di particolarismi sempre più dannosi per la vita della nazione. Cattolici e laici, di fatto, convivono in entrambi gli schieramenti politici, ed è un bene che sia così. Ciò facilita il compito di isolare gli estremisti, di evitare che il confronto tra le diverse visioni si trasformi in una guerra civile, orientando ciascuna parte politica e culturale a ricercare una mediazione anzitutto al proprio interno, ciò che rende più facile, poi, trovare un terreno comune con l’interlocutore e avversario politico. Tale incontro deve concernere sia i valori che le regole del gioco, e deve radicarsi al più presto, prima che le fratture che vanno scomponendo il già fragile corpo del paese si approfondiscano fino al punto di non ritorno.

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