Un Medio Oriente atomico produrrà soltanto più terrorismo

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Un Medio Oriente atomico produrrà soltanto più terrorismo

27 Agosto 2010

A differenza di Israele, l’Arabia Saudita non ha mai assunto una posizione ufficiale ambigua sulla questione nucleare, ma in realtà il suo status è ancora più opaco di quello israeliano. Infatti, malgrado non abbia mai riconosciuto d’aver avviato un programma nucleare, il regno saudita potrebbe già essere in possesso di una bomba.

Con l’Iran che prosegue la sua marcia apparentemente inesorabile verso l’arma nucleare, non è difficile immaginare perché i sauditi vorrebbero averne una tutta loro, sostanzialmente per assicurare la sicurezza del regime contro un avversario-chiave nella regione. La popolazione saudita è tra le più vulnerabili al mondo perché la sopravvivenza umana nella penisola arabica dipende da alcune piante legate al processo di desalinizzazione che potrebbero diventare un facile bersaglio di una testata esplosiva convenzionale. Ciò che interessa a Riyadh è in che modo la bomba iraniana potrebbe destabilizzare l’ordine del potere saudita. Ogni Stato autoritario del Medio Oriente è allo stesso modo preoccupato per la sicurezza del proprio regime ed è quindi solo una questione di tempo prima che ciascuno di essi abbia una capacità nucleare, visto che ogni singolo Paese ha una ragione per temere l’altro.

Certi osservatori ritengono che i sauditi non abbiano ancora premuto il grilletto. “Non sappiamo se hanno preso una qualsiasi decisione sulla questione”, afferma Henry Sokolski, executive director del “Nonproliferation Policy Education Center” di Washington. Nonostante ciò, per alcuni alti funzionari dell’Amministrazione Bush l’assunzione di base era che l’Arabia Saudita avesse una bomba pachistana “in garanzia”, uno dei possibili scenari di cui Sokolski ha sentito parlare. “Una delle opzioni possibili è che i pachistani abbiano trasferito una parte della loro capacità nucleare in Arabia Saudita. Il regno ha sottoscritto il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare ma questo strumento non pone il divieto ai Paesi terzi – per esempio per il Pakistan – di basare le loro capacità nucleari in territorio saudita, sempre che esse rimangano sotto il controllo pachistano”.

Ma chi altro ha bisogno di una bomba? Gli Emirati Arabi Uniti – che hanno un programma nucleare civile molto più avanzato di quello degli altri Stati arabi – potrebbero volere una bomba perché non temono solo l’Iran ma anche il vicino saudita con cui hanno avuto dispute su questioni territoriali. Il Kuwait, lo Stato del Golfo che più di recente è stato invaso da un vicino arabo, cioè l’Iraq, ha appena annunciato che anch’esso sta iniziando un programma nucleare civile. Il fatto che l’Egitto stia riprendendo il programma che ha interrotto vari anni fa suggerisce che anche Il Cairo è preoccupato sia per l’Iran che per la Siria – alleato di Teheran e rivale di lunga data dell’Egitto – alla quale, nel 2007, gli israeliani distrussero la struttura nucleare.

La Giordania, che ha appena dato il via ad un programma nucleare civile, potrebbe essere interessata a una bomba per tenere a bada il vicino siriano che da più di mezzo secolo lavora per destabilizzare il regno hascemita. Persino il Sudan vuole una bomba, per questioni di prestigio e per respingere l’Egitto, con cui ha spesso dispute sui diritti che riguardano il Nilo. Poi ci sono gli attori non arabi, come la Turchia, che molto difficilmente permetterà all’Iran o agli arabi di avere un vantaggio. I curdi sembrano essere l’unica nota fuori dal coro ma nell’ipotesi di una proliferazione nucleare diffusa non è impossibile immaginare uno scenario in cui i legami esistenti tra curdi e israeliani potrebbero espandersi al punto da includere la tecnologia necessaria per assicurare l’indipendenza curda dalla Turchia, dall’Iran, dall’Iraq e dalla Siria.

Quindi che aspetto avrà la regione con una proliferazione nucleare su larga scala? La buona notizia è che la politica mediorientale sarà praticamente la stessa di quella che è adesso, ma peggiore – violenta, irritabile e con gli attori più ambiziosi della regione che cercheranno di sbilanciare l’equilibrio del potere a loro favore ma che, allo stesso tempo, saranno sotto il controllo di altre potenze regionali così come degli Stati Uniti. In poche parole, si tratta della questione del contenimento – al punto che i contorni strategici essenziali di un Medio Oriente nucleare saranno esattamente gli stessi ma saranno anche molto più pericolosi.

La bomba nucleare, ha scritto lo storico militare inglese B. H. Liddell Hart, “riduce la possibilità di una guerra su vasta scala, mentre aumenta le possibilità di una guerra limitata e intrapresa per frenare una vasta aggressione locale”. Liddell Hart si riferiva alla Guerra Fredda ma forse stava profetizzando un Medio Oriente nuclearizzato in cui la guerra stato-contro-stato è già molto rara, specialmente se paragonato al XIX e al XX secolo in Europa. Forse questo deriva dal fatto che nella regione il concetto di stato-nazione è relativamente nuovo, o forse perché gli arabi – come una volta mi spiegò lo storico libanese Kamal Salibi – sono gente abituata alle faide e non un popolo guerriero, mentre i regimi regionali cercano di evitare un confronto diretto tra di loro. Infatti, le ultime due guerre nel Medio Oriente che hanno visto scontrarsi due Stati avevano da un lato una potenza straniera, gli Stati Uniti, schierata contro l’Iraq di Saddam Hussein; l’ultima volta che due Stati mediorientali si sono affrontati direttamente è stata la guerra tra l’Iran e l’Iraq negli anni ’80 e per di più è dal 1973 che Israele non combatte contro un esercito arabo entro i propri confini.

Gli attori mediorientali sono storicamente inclini a dichiarare un conflitto armato attraverso emissari o corsari (come i padri fondatori dell’America definivano i pirati che riscattavano le navi e i cittadini americani nelle coste barbaresche sotto il comando dei governatori di Algeri o di Tripoli). Oggi noi li definiremmo attori non-statali, oppure organizzazioni terroristiche che sarebbero incapaci di lanciare ampie operazioni senza l’appoggio logistico, finanziario e politico dei Paesi mediorientali.

La cattiva notizia è quindi che un Medio Oriente nuclearizzato sarà molto simile a quello attuale ma con i governi che utilizzano terroristi che agiscono per procura per attaccare, e dissuadere, altri Stati. La vera preoccupazione di una bomba nucleare iraniana e la susseguente corsa alle armi atomiche non riguarda l’ipotesi in cui gli Stati della regione sarebbero pronti a sganciare le cariche esplosive uno contro l’altro ma bensì lo scenario in cui una scacchiera piena di “ombrelli” nucleari avrebbe l’effetto di incoraggiare ulteriormente le organizzazioni terroristiche a lavorare sotto il comando dei “servizi clandestini” arabi o iraniani. Mentre l’Iran e la Siria utilizzano Hezbollah e Hamas, non bisogna dimenticare che al-Qaeda è uno dei sistemi con cui il ministero degli Interni e i servizi segreti sauditi hanno risolto il problema dell’eccesso di giovani uomini in Arabia Saudita, mandandoli a fare la guerra santa, in Afghanistan negli anni ’80, in Bosnia negli anni ’90 o adesso in Iraq.

Non sappiamo se le testate atomiche fuoriuscite in modo incontrollato da alcuni Paesi (definite loose nukes) finiranno nelle mani degli Hezbollah o di al-Qaeda, ma sappiamo già in che modo ciò finirà per incoraggiare gli Stati sponsor del terrore. Da quando Islamabad si è nuclearizzata, infatti, i gruppi terroristici basati in Pakistan hanno attaccato l’India (come l’attentato contro il Parlamento indiano nel 2001 e il massacro di Mumbai del 2008) con la certezza che New Delhi non può fare assolutamente nulla, altrimenti rischierebbe la guerra nucleare. E’ quindi ragionevole pensare che altri Paesi sponsor del terrore, non appena diventeranno nucleari, faranno la stessa cosa.

Ma c’è un altro problema con la proliferazione nucleare nel Medio Oriente, una lezione che i sauditi hanno imparato quando comprarono i missili cinesi a medio raggio negli anni Ottanta. Come disse l’allora vicesegretario di Stato americano, Richard Armitage, al governo di Riyadh “avete messo l’Arabia Saudita direttamente nella lista di bersagli degli israeliani. Adesso siete al top della classifica di Israele. Se le cose inizieranno a mettersi male, ovunque sia in Medio Oriente, sarete i primi ad essere colpiti”. In realtà, ciò non è mai successo ai sauditi, che semplicemente temevano gli iraniani.

Se è vero che la proliferazione nucleare in Medio Oriente può essere ricondotta a Teheran e Riyadh, o persino ai sunniti e sciiti, o ancora di più se fosse vero che la questione mediorientale riguarda solo il conflitto israelo-palestinese, allora è altrettanto vero che la questione nucleare sarebbe bipolare, proprio il tipo di scenario che gli Stati Uniti hanno cercato di impedire per circa mezzo secolo. Ma il Medio Oriente non è fatto così e la questione non riguarda solo il multipolarismo; al contrario, la proliferazione nucleare nella regione condivide gli stessi problemi che rendono questa parte del mondo, così fortemente ideologica, diversa da qualsiasi altro luogo. Nel Medio Oriente, infatti, sparare ai Paesi terzi per fare la guerra al tuo nemico è la procedura operativa standard.

Basti pensare a come gli Stati mediorientali abbiano creato un triangolo di relazioni attorno a Israele per aumentare il loro prestigio. L’ossessione americana per il processo di pace mette in ombra il fatto che il conflitto è il metodo principale con cui i regimi mediorientali competono tra di loro. Per esempio, il sostegno agli Hezbollah non è solo il modo in cui l’Iran lotta contro Israele, ma è anche la maniera con cui Teheran sfida il prestigio dei suoi avversari arabi sunniti. Facendo la guerra a Israele attraverso gli Hezbollah, l’Iran crea una divisione tra i regimi arabi conservatori che hanno raggiunto compromessi con Israele e la massa di arabi che apprezzano la resistenza contro il nemico sionista.

Più di recente, la Turchia ha cercato di rafforzare la propria posizione nella regione entrando in competizione con gli altri Paesi, per avere un ruolo nella "resistenza" contro Israele, quando ha inviato la Mavi Marmara a Gaza. Gli iraniani sono stati colti di sorpresa e per pareggiare i conti con Ankara hanno promesso di inviare una propria flotilla, che in realtà ancora non si è materializzata. La proliferazione nucleare significa che tutti i regimi competono l’uno contro l’altro, con le armi nucleari nelle loro faretre. Se gli Hezbollah o Hamas fossero in guerra contro Israele, forse la Turchia o l’Arabia Saudita si affretterebbero ad attivare il proprio “ombrello nucleare” contro la resistenza prima che gli iraniani possano ccorgersene. Tale competizione tra musulmani potrebbe pure riuscire a frenare Israele, ma un simile scenario non farebbe altro che aumentare la posta tra Teheran, Riyadh e Ankara.

E non c’è modo di controllare decine e decine di persone che si sparano tra di loro in una stanza. E’ proprio quuesta l’immagine di un Medio Oriente nuclearizzato.

Tratto da Tablet©

Traduzione di Fabrizia B. Maggi