Un miracolo per Annapolis?
03 Dicembre 2007
A malapena erano rientrate in garage le
decine e decine di limos impiegate
per trasportare le 49 delegazioni invitate al vertice di Annapolis, che è
cominciato l’ultimo tormentone: sarà servito a qualcosa?
Domanda ovvia visto la posta in gioco,
le spaventose difficoltà sul terreno, un certo cinismo spalmato equamente.
Dimenticavo: manca solo che Bush il guerrafondaio riesca a far la pace nella
regione più tormentata. Così vanno i pensieri di molti analisti, che si sono
sbracciati per dimostrare che il documento finale (437 parole) era poco meno
che wishful thinking. Perché non
contiene neppure la lista dei problemi maggiori, come lo status di Gerusalemme,
i confini del futuro stato palestinese, le risorse idriche, la sorte di 4
milioni e mezzo di profughi palestinesi, gli insediamenti ebraici in
Cisgiordania. Visto la fine che hanno fatto gli sforzi precedenti difficile entusiasmarsi in effetti.
Le trattative per lo status finale tra
le parti cominciano tra una decina di giorni e già si profila la sostanza
negoziale, la road map del 2003, gli
accordi di Taba, – non si butta niente – il supervisore, già nominato, il
generale James Jones. Perfino la debolezza politica di Olmert e Abbas potrebbe giocare a favore. L’ampia
partecipazione araba ad Annapolis è stata comunque un segnale fortissimo: fare
fronte comune contro la minaccia del terrorismo sciita (leggi Iran e clienti
come Hamas e Hezbollah). Non buttiamo il
bambino con l’acqua sporca insomma. Siamo vicini alle feste di Natale:
perlomeno per noi cristiani è d’obbligo credere ai miracoli.
