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Un “Mulino” che macina a vuoto

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Habent sua fata libelli!  Il bimestrale «Il Mulino» porta solo il titolo della rivista che fu di Luigi Pedrazzi (quello di allora!), Giorgio Galli, Nicola Matteucci, Pietro Scoppola, Antonio Santucci. Per molti decenni ha contribuito – come pochi altri periodici – a un confronto,  certamente deciso e talora anche aspro – ma pur sempre un confronto – fra le varie anime presenti all’interno dell’Associazione e della casa editrice, e più in generale della cultura italiana: dal liberalismo conservatore al cattolicesimo democratico. La rivista aveva una sua “linea”, ma al tempo stesso cercava di restare un luogo di dibattito fra esperienze politico-culturali diverse, che continuavano a riconoscersi reciprocamente dignità e legittimità.  Per questo il suo ambiente è rimasto a lungo essenziale per la nostra cultura: un po’ come quei club dell’Inghilterra vittoriana in cui anche gli avversari politici più inaspriti potevano incontrarsi, discutere e magari prendere insieme un tè.

Da qualche tempo non è più così:  tutto quel mondo ha conosciuto una radicalizzazione politica, una svolta “militante” che si è fatta  tanto più decisa ed escludente, quanto più fallimentare è stata l’effettiva esperienza di governo dei suoi principali esponenti. Perché questo è un aspetto che deve essere ben sottolineato: i “bravissimi”, i “preparatissimi”, i “sicuri di sé e della propria scienza”, quelli che avevano da insegnare un po’ a tutti, hanno dato vita al governo meno popolare e più inetto della storia repubblicana, che si è consumato nello spazio di un mattino. L’impatto con la rugosa realtà, tuttavia, non li ha resi più avvertiti e modesti:  ha come inacerbito il loro moralismo e inasprito il loro risentimento. E questo nuoce alla rivista: la rende un catalogo dei principali temi dell’opposizione politico-intellettuale, elaborato in modo apparentemente sapiente, ma in fondo assai convenzionale. Insomma «Il Mulino» – non si tratta di una buona notizia –  sta diventando una rivista prevedibile, una specie di pagina culturale di «Repubblica» stampata ogni due mesi.

Si prenda il numero arrivato or ora nelle nostre biblioteche, il terzo del 2009. Non mancano ovviamente contributi interessanti e intelligenti (noblesse oblige, si  potrebbe dire), ma il tono generale del fascicolo è dato da alcuni nodi tematici: la polemica sdegnata contro ogni forma di  euroscetticismo, a cui si nega qualsiasi legittimità e men che meno radici nella realtà  («l’euroscetticismo si appiglia su falsità ed esagerazioni strillate da “luridi tabloid” antieuropei», così l’ Editoriale riassume il tono di alcuni interventi) e la difesa dell’Europa dei tecnocrati per cui si chiede sostanzialmente più potere (rispunta il ci-devant Tommaso Padoa Schioppa); l’antiratzingerismo, che ormai  è parte integrante di ogni discorso comme il faut, mascherato da frasi pensose sul «momento difficile, incerto, travagliato» che vivrebbe la Chiesa, che non può essere nascosto dalla «spettacolarizzazione di alcuni eventi» (il Family Day brucia ancora) e dalla «buona stampa di cui gode in Italia (ma solo in Italia)».

Per riparare, il fascicolo presenta un’intervista: indovinate a chi? Ma a al «grande teologo Hans Küng» naturalmente, il quale propone un dilemma assolutamente originale: la Chiesa deve decidere se «vuole essere una chiesa gerarchico-burocratica oppure vuole stare più vicina alla sua base, nello spirito del Vaticano II; [deve] decidere cioè se essa intende affrontare il futuro in maniera centralistica oppure pluralistica, dogmatica oppure dialogica». Da qui la critica alla recente revoca della scomunica ai lefebvriani, che non va nella direzione «conciliare» e l’auspicio che dal popolo di Dio si levi una voce di opposizione: perché per «Il Mulino» ogni atteggiamento di ascolto dell’insegnamento del pontefice altro non è che conformismo e opportunismo!

Ma la rivista – non paga di queste originalissime elucubrazioni – tenta anche il ruggito: lo fa nella rubrica La farina del diavolo, a proposito – avverte l’Editoriale -  di «una delle peggiori cadute di “civiltà politica” […] messa in atto nelle aule parlamentari»: la reazione dei senatori Quagliariello e Gasparri in Senato alla notizia della morte di Eluana Englaro la sera del 9 febbraio di quest’anno, esempio illustre di «fanatismo e fondamentalismo», che l’Editoriale – con stile e benignità  unici – accosta all’uccisione del medico abortista perpetrata da alcuni «rigorosi difensori della vita» il 31 maggio scorso in Kansas.   La prosa  polemica in questione non è  gran che: quando per dare forza al proprio sarcasmo si apostrofano gli avversari con forme retoriche viete («il Gaetano Quagliariello», «il Maurizio Gasparri»), si scrivono delle “articolesse” scipite e inutilmente violente.

Ma due cose colpiscono anche il lettore meno prevenuto. Si ha l’impressione che quella contro Quagliariello (è lui il bersaglio vero) sia una polemica  a lungo trattenuta, mormorata, ammiccata e finalmente esplosa quando la cronaca ne ha fornito l’occasione. Costui è un intellettuale, uno storico fra i più agguerriti della sua generazione, studioso così di storia italiana come di questioni europee; è autore della casa editrice «Il Mulino», presso cui ha  pubblicato i suoi lavori più significativi: eppure «si è messo con Berlusconi»!

E non è neanche uno di quei radicali  con cui  – continuano a pensare le intelligenze del periodico – si può parlare, con cui prima o poi ci possiamo ritrovare insieme. Dice invece di essere diventato un «liberale conservatore» (la prosa in questione tenta dell’ironia a questo proposito), afferma di difendere la vita e la tradizione: o è ammattito o ha venduto l’anima al diavolo! Entrambe queste ipotesi lo escludono dal nostro mondo di gente perbene, in mezzo alla quale era vissuto finora: di questa involuzione etico-politica, quale riprova migliore delle vicende del 9 febbraio?

La passione politica, l’angoscia, la tensione giustificano ampiamente ogni  gesto di lor signori, i loro girotondi, le loro invettive: ma quelle di Quagliariello e di quelli come lui non possono essere passioni umane, esplose in un momento di tensione estrema, ma lo smascheramento di pulsioni infami, proprie di un ideologo dello «stato etico» quale egli è diventato.  E poi costui – pensano, ma non dicono i nostri –  non solo è entrato in politica dalla parte sbagliata, ma sta facendosi strada: altra colpa inespiabile, per intellettuali che sono, spesso e volentieri, dei politici falliti e/o abortiti.

Ma quello che sconcerta ancora di più è l’approccio dell’ignoto polemista al caso Englaro: esso è stato deciso da «alcune sentenze e decreti, per tacer di tutta una serie di articoli della Costituzione», che sarebbero – secondo la sua interpretazione – gli articoli 3, 13 e 32, e quindi non c’è che chinare il capo e tacere. La morte di Eluana altro non sarebbe che «la (tardiva) liberazione di un corpo dalla soperchieria della politica autoritaria e clericale», contro di lei si sarebbe protratto un «accanimento talebano-statalista».

Il sedicente polemista dimentica  che – nel caso di Eluana –  non vi è stato «un singolo [che] decide di rivolgersi ai giudici per vedersi riconosciuto il diritto di occuparsi lui – lui e nessun altro, tanto meno lo stato – della sua vita e della sua morte»:  si è trattato invece di un tutore, che ha cercato di convincere tribunali e opinione pubblica, di essere lui e  solo lui l’interprete autorizzato della presunta volontà di morire della figlia e lo ha fatto in modo così poco convincente che i tribunali della repubblica – con ben sette pronunciamenti e per otto anni – gli hanno negato tale funzione.

I comuni cittadini non possono continuare a nutrire dubbi e perplessità che giudici di ogni ordine e grado hanno a lungo mostrato, prima che una ancora poco chiara giravolta giudiziaria innestasse il meccanismo fatale che ha portato al 9 febbraio 2009? E deputati e senatori non se ne possono fare interpreti, anche da un punto di vista legislativo? Ma il nostro polemista dov’era? Non   ha avvertito l’intensa emozione che ha percorso tutta l’Italia in quella sera di febbraio? O se ne è andato a dormire tranquillo, in compagnia delle sue sentenze e degli articoli della costituzione (mi raccomando, il 3, il 13 e il 32)?

 

P.S.  Il nostro autore, oltre che filosofo, moralista, giurista, costituzionalista e… polemista, si picca anche di essere un valente grammatico e accusa un senatore del Pdl di ignoranza della lingua italiana. Si tratta del sen. Enrico Musso, professore di economia applicata all’università di Genova e anche lui autore della casa editrice «Il Mulino» (come si vede, vogliono far pulizia). Il sen. Musso (anzi, «l’Enrico Musso») avrebbe detto: «Oggi la politica, per dirla con Pessoa, è un calice che trabocca di dolore altrui e ciò non avrebbe dovuto essere». D’accordo, non si tratta di un pensiero sublime, ma il Nostro è offeso soprattutto dalla struttura grammaticale: «In italiano sarebbe opportuno dire: “e ciò non sarebbe dovuto essere” per una regolina che si applica a potere, volere e dovere, verbi servili. Ma bisogna capirlo, il Musso. E’ senatore del Pdl: le regole gli fan venire l’orticaria, e quando sente l’aggettivo servile, subito pensa che lo si voglia sfottere» (Mon Dieu, che arguzia!).

Ma l’autore della Farina del diavolo, la  regolina, non se la ricorda tutta. E’ ben vero che l’ausiliare di un verbo servile tende a essere lo stesso del verbo retto: «ho dovuto lavorare» (come si dice «ho lavorato»), «sono dovuto uscire» (come si dice «sono uscito»), ma tutte  le grammatiche avvertono che la norma presenta delle eccezioni, la più importante delle quali riguarda proprio il verbo essere: se l’infinito è essere, l’ausiliare del verbo reggente è avere, avverte Luca Serianni nella sua Grammatica italiana (cap. XI, 38, b), che riporta un esempio manzoniano dal cap. IX dei Promessi sposi: «avrebbe voluto esser cento braccia sotto terra». Ma  il polemista del «Mulino» non si lascerà  convincere. Di Manzoni si deve fidar poco: è un convertito che ha difeso la morale cattolica e soprattutto aveva in uggia tutti gli Azzeccagarbugli, con i loro articoli di legge e le loro sentenze.

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2 COMMENTS

  1. Luogo di elezione del
    Luogo di elezione del politicamente corretto,del pensiero unico,della banalità che non si ripensa,ma è costretta alla ripetizione continua.Profondamente antidemocratici,nella convinzione che loro sono i destinati al comando,il popolo conta solo se li segue.L’europa non è quella dei popoli,ma dei Padoa Schioppa.la Chiesa,non quella del Papa,ma dei cattolici adulti e di teologi alla Kung.Che poi il popolo cattolico sia molto più vicino al Papa e non certo a loro,è un dettaglio di poco conto,come pure la superiorità intellettuale indubbia di Ratzinger.Il valore della vita non è indisponibile,anzi.Con che coraggio parlano di stato etico,visto che il loro riferimento in materia sembra essere il vecchio Adolf

  2. Segni dei tempi
    Non sono un complottista. Però, se si mette in fila tutto quello che sta succedendo in Europa, sembra proprio che ci sia qualcuno che abbia pensato di potersi mangiare la nostra civiltà in un boccone.
    Aborto, eutanasia, svilimento delle proprie basi culturali, riscrittura della storia, antisemitismo, porte aperte a Tariq Ramadam e all’Islam, ostilità verso la Chiesa Cattolica, odio allo stato puro per un Papa che ha fatto la storia (e non ha ancora finito). Ostilità radicale verso gli Stati Uniti, ultimi depositari della nostra storia e del nostro orgoglio. Di questo disastro Romano Prodi è stato l’artefice durante la sua presidenza.
    L’Europa stessa, come istituzione, è un mostro fascista ed autoritario che da anni sta tramando contro i propri popoli. Se passa la loro “costituzione” bisognerà pensare alla lotta armata per farci sentire.

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