Un Nobel che in Italia è vietato

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Un Nobel che in Italia è vietato

10 Ottobre 2007

L’attribuzione del Nobel per la medicina all’italo americano Mario
Capecchi per le sue pluridecennali ricerche in materia di targeting dei geni a
fini terapeutici di malattie gravissime, attraverso innesti genetici sui topi,
offre sul piatto d’argento una riflessione obbligata. Molti media si
diffonderanno sulla vita effettivamente romanzesca dei primi anni di Capecchi,
senza genitori e in fuga dalla sinistra ombra di Dachau. Tutto vero. L’America
è il grande Paese che è perché, per tantissimi giovani senza passato e futuro
come Capecchi, è stata generosa dispensatrice di occasioni. Da noi non avrebbe
trovato facilmente qualcosa come l’Howard Hughes Institute presso l’Università
dello Utah, dove da copresidente ha condotto con successo e mezzi adeguati le
sue ricerche in materia di biologia genetica, genetica umana e neuro scienze.

E’ vero, Capecchi ha lavorato sulle cellule staminali embrionali dei
roditori. Ma il suo Nobel dovrebbe indurci a riflettere. Ci richiama al
problema che in Italia resta gravissimo, a nostro giudizio: il veto posto dalla
legge 40 sulle tecniche di fecondazione artificiale alla ricerca sugli embrioni
umani soprannumerari.

Ai tempi del referendum sulla legge 40 che si concluse con la vittoria
dell’astensionismo, chi qui scrive fece attivamente campagna abrogazionista. E
a spingermi fu e resta – tra l’altro – la convinzione che la ricerca sulle
staminali embrionali sia una strada utilissima per salvare la vita e rendere
più dignitosa la sopravvivenza di migliaia e migliaia di malati di gravi
patologie. Il mio dissenso fu civile e argomentato, contro la campagna
“fratello embrione, sorella verità”, che allora si scatenò nel Paese
raffigurando i ricercatori italiani come SS in camice bianco, pronti a chissà
quali innesti eugenetici alla ricerca del Golem, o quali agenti vittoriosi del
nichilismo trionfante. Agostino e Tommaso non riconoscevano anima all’embrione.
Non avrebbero oggi motivi di preoccupazione, da un Nobel che ci deve far
riflettere sulle vie della ricerca dalle quali ci siamo autoesclusi. Lo scrivo
anche oggi, col massimo rispetto sia del risultato del referendum che dei
cattolici, convinti o entusiasti del suo risultato. Lo dico da credente
anch’io, sia pure per effetto di una lunga crisi personale.

Com’è noto, le cellule staminali sono non ancora definite nel loro
sviluppo e dotate, pertanto, della possibilità di differenziarsi in una
qualsiasi delle cellule dell’individuo adulto. La ricerca sulle staminali si
sta sviluppando molto rapidamente in molti Paesi, in quanto offre la
possibilità sia di ottenere importanti informazioni sui meccanismi di
fondamentali processi biologici, quale il differenziamento cellulare, sia di
intervenire in futuro in numerose e gravi malattie degenerative oggi
incurabili. Le staminali umane sono ottenibili da diverse fonti: tessuti
adulti, cordoni ombelicali, tessuti fetali ed embrionali. Si definiscono
sovrannumerari gli embrioni generati nel corso dei procedimenti della
fecondazione assistita ma destinati ad essere eliminati in quanto non
trasferiti nella donna. La legge 40 rende impossibile la ricerca su “quelle”
staminali, e dispone per gli embrioni sovrannumerari una vana custodia. Nessuno
di noi “informati”parlo da ammalato consapevole e da volontario nei
reparti di malati terminali oncologici – ha mai sostenuto la sciocca certezza
secondo la quale le staminali embrionali daranno con certezza risultati
migliori, in termini di cosiddetta “totipotenza” – di quelle derivate
dai tessuti adulti e dai cordoni ombelicali. Noi ci limitiamo – sulla base di
ricerche in atto in moltissimi Paesi del mondo, ma da noi oggi impossibili – a
sostenere che finché non vi è attestata certezza in materia, la ricerca sulle
embrionali va condotta, perché da esse possono venire molte risposte che da
quelle adulte magari non verranno.

Il partito del no

Curare la vita con la vita, rigenerare il corpo curandola da malattie
mortali con elementi provenienti dall’organismo stesso, è qualcosa che non
contraddice affatto la tutela di quei princìpi che stanno tanto a cuore al
Comitato Scienza e Vita, il nucleo duro accademico-culturale che portà alla
vittoria dell’astensionismo. Nessuno è ancora certo dei risultati terapeutici e
perciò serve la ricerca. Pensate alla contesa spettacolare svoltati negli Stati
Uniti a colpi di offerte fiscali e infrastrutturali più vantaggiose tra le
diverse città americane per aggiudicarsi al sede del California Institute for
Regenerative Medecine. Paragonatela alla saracinesca anatemizzante che in
Italia si èvoluto opporre ad alcuni tra i più promettenti filoni
dell’ingegneria tessutale. Non comprendo come il partito del no possa aver
impugnato la bandiera del diritto alla vita.

So bene che la stragrande maggioranza dei cattolici ha aderito
all’astensionismo e al no alla ricerca sotto lo slogan del no alla dittatura
del relativismo. L’un tema caro anche a me, ma con le contraddizioni della
legge 40 c’entra come Hegel rispetto alle terapie dell’Alzheimer.

Sono tra i primi a non sottovalutare la necessità di un “risveglio
dei valori”. Ma l’America dei valori che confermò Bush è appunto quella
delle ricerche di Capecchi. Quella che due anni fa ha visto l’estensione dei
criteri in base ai quali consentire l’uso di fondi federali per la ricerca
sulle staminali, “anche” quelle da embrioni sovrannumerari frutto di
tecniche di fecondazione assistita. Molti repubblicani hanno votato a favore,
battendosi “non” per una libertà di ricerca priva di limiti,
irrispettosa delle basilari garanzie a tutela della vita umana. Ma
“per” accelerare i tempi della ricerca ancora necessaria per capire
davvero quali staminali abbiano migliori chance di adeguata totipotenza,
ciascuna per le diverse patologie oggi prive di terapia. Negli Usa non sì pensa
affatto che ì fondi federali possano sostituirsi in alcun modo a quelli
privati, che sono liberi di applicarsi alle staminali embrionali, ricordiamolo
bene. Ma si resta fedeli all’idea che non possano essere proprio i fondi
federali a negarsi a una ricerca che è rivolta esclusivamente alla vita, non al
nichilismo amorale.

Il nostro tabù

Il documento sulle staminali elaborato dalla National Academy of
Science degli USA prevede che quasi la metà della popolazione degli Stati Uniti
potrà giovarsi dell’uso di cellule staminali nel corso di malattie
degenerative: le cardiovascolari, le malattie autoimmuni, diabete, osteoporosi,
tumori, morbi diAlzheimer e di Parkinson, varie forme di interruzione della
trasmissione nervosa, le ustioni, i trapianti di organi e altro. Non è
pensabile che su temi così importanti possa essere delegata ad altri la
responsabilità della sperimentazione per sfruttare poi noi a posteriori i
risultati. Da noi, non consessi misteriosofici di adoratori di Satana, ma
l’Accademia Nazionale dei Lincei ha vanamente chiesto che sia evitata la
perdita o l’eliminazione, invece dell’utilizzazione, degli embrioni
soprannumerari congelati attualmente esistenti, e che il Parlamento approvi
rapidamente leggi che consentano – in condizioni severe, controllate e protette
da abusi la donazione degli embrioni soprannumerari. Per accrescere le
conoscenze e, di conseguenza, alleviare sofferenze. Pensateci, oggi che
leggerete del Nobel Capecchi. La sua ricerca sconfina nel tabù, da noi. Per me,
è un delitto contro il genere umano.

da Libero del  9 Ottobre, 2007