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Un Occidente senza identità ci lascia soli e indifesi

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Quando, durante la seconda intifada, arrivai a Betlemme, in una breve sospensione del coprifuoco, lo spettacolo che mi si presentò fu quantomeno desolante. Un’esperienza che mi ha lasciato un segno indelebile.

Ebbi, tra l’altro, l’occasione di visitare una famiglia di cristiani: i quattro figli maggiori erano già a scuola (dopo alcune settimane senza tregua la sospensione dei combattimenti era di sole cinque ore), i genitori erano in casa con la figlia più piccola. Con loro mi recai al mercato arabo, tappezzato di manifesti che inneggiavano ai kamikaze: giovanissimi con mitra e corano. Il padre tra le lacrime mi raccontò i soprusi che erano costretti a subire non dagli occupanti israeliani, ma dai vicini di casa musulmani e concluse: “Noi restiamo a difendere il luogo dove è nata la speranza per tutti”. Pareva paradossale quell’affermazione in quel luogo segnato da morte e ingiustizia, da un odio radicale. Sembrava assurdo il sentimento di appartenenza e quella coscienza di un’affezione vissuta nella fame e nella totale mancanza di libertà. E quel uomo non aveva la pretesa di essere considerato un martire: dava per scontato che qualunque cristiano avrebbe fatto la stessa cosa. Mi chiedeva solo di far conoscere ciò che accadeva.

Anche in quella terra, dove l’intolleranza dei musulmani contro i residui cattolici presenti raggiungeva livelli per me inauditi, nella scuola dei francescani -accanto alla basilica della Natività- sono accolti tutti, come ovunque nelle realtà cattoliche sparse nel mondo. Lo spettacolo di integrazione che ho potuto ammirare, per esempio, a Nazareth nell’ospedale dei Fatebenefratelli, (dove lavora personale e sono accolti degenti delle tre religioni che convivono in quel territorio) nasceva, mi hanno spiegato, “non dal compromesso ma dalla certezza della propria identità non contrapposta alle altre”.

Innanzitutto quindi chiarezza della propria identità e appartenenza. Il silenzio del mondo occidentale di fronte al dilagare di manifestazioni anticristiane, che giungono in alcuni luoghi addirittura ad avere il carattere di persecuzione, credo sia originato proprio dalla incapacità di definire chiaramente la propria identità e  appartenenza. Fare della tolleranza indifferente la propria bandiera significa essere sconfitti, schiacciati. Ed è questo stesso motivo che genera l’afasia occidentale di fronte ai crimini che continuamente vengono perpetrati nel mondo contro i cristiani.

 Di recente il custode della Terra Santa, padre Pizzaballa, ha fatto sapere che nella striscia di Gaza, ormai controllata dalle milizie di Hamas, tutte le realtà segnatamente cristiane hanno subito oltraggi e i cristiani sono costretti alla fuga. Nel resto della Palestina la percentuale cristiana è passata dal 20% del 1946 al 5% di oggi… Eppure anche la comunità ecclesiale quasi tace di fronte a ciò, annebbiata da considerazioni fortemente politicizzate. Molti sacerdoti si sono fatti protagonisti di battaglie per difendere la popolazione civile irakena dalla violenza degli ‘occupanti’, ma non ho sentito la stessa attenzione per gridare contro la violenza anticristiana in atto oggi nel Paese. Da molti pulpiti s’è urlato contro i sequestri eccellenti, ma solo da Benedetto XVI ho sentito un appello accorato per la liberazione di padre Bossi.

Già, padre Bossi… Proprio nelle Filippine sono stato testimone dell’opera di umanizzazione che delle deboli suore stanno compiendo in un quartiere periferico di Manila, Malacañang: hanno costruito un asilo per accogliere i neonati fino a 6 mesi (la mortalità infantile è scesa dal 25% al 4%), una scuola materna, elementare, un laboratorio per il lavoro femminile (nel silenzio occidentale sulla persecuzione in atto, si dimentica che le donne e la loro dignità sono le prime vittime), uno studio medico, uno odontoiatrico, la possibilità di diagnosi cardiologiche tra il loro ambulatorio e medici italiani. Sono state le suore, quando un incendio ha distrutto quel quartiere, ad adoperarsi affinché là dove sorgevano le baracche di cartone e lamiere sorgessero piccole case a due piani… La provinciale, madre Flora Zippo, mi confessava il suo sconcerto quando, presentando il loro progetto qui in Italia, ha trovato persone che erano più preoccupate del proselitismo tra gli islamici che delle opere che per tutti stavano costruendo. Per le religiose il rapporto con le famiglie musulmane era scontato e rispettoso, solo qui hanno incontrato riserve ideologiche tese a preservare la ‘libertà’ islamica.

La Chiesa da sempre ha conosciuto persecuzioni, anzi proprio dal sangue dei martiri è stata generata. Le persecuzioni sono state addirittura promesse da Gesù, come possibilità di verifica della propria adesione al vero Bene, al significato della propria vita. Ciò che amareggia è proprio la posizione occidentale di fronte al tentativo di purificazione islamica in atta in tutto il Medioriente e nelle zone convertite alla fede di Allah contro i cristiani. Questo silenzio complice (e forse compiaciuto) che è innanzitutto un’offesa alla libertà delle persone e alla dignità umana prima di essere un oltraggio alla religione; manifesta proprio l’incapacità dell’Occidente di una coscienza di appartenenza, di un ragionevole riconoscimento che tanti propri diritti - iscritti nel cuore stesso dell’uomo - gli sono stati manifestati grazie al Cristianesimo che ha contribuito in modo decisivo alla sua dignità. Ritenere doveroso la presenza in Afghanistan dei giornalisti e invece arbitraria quella dei missionari nella Filippine, delle comunità storiche fino a ieri integrate in Iraq, Palestina, Siria, Pakistan, Indonesia, Malesia, Sudan, Turchia, Libano è il triste risultato di una libertà che non ha radici, di una ragione che si stempera nella tolleranza, di una pace che si vuole edificare sull’ideologia e non sulla verità. Se non ci muoviamo ora educando alle radici del nostro popolo, la legge coranica che sta generando genocidi, violenze, persecuzioni o anche solo discriminazioni e violazioni delle libertà umane individuali, troverà noi come prossimo obbiettivo, destinandoci a quella che alcuni autori chiamano la dhimmitudine (sottomissione alla nazione islamica). La difesa delle comunità cristiane nel mondo è garanzia per quei popoli di una promozione umana possibile e per la nostra gente è radice della speranza.

Rivendicando una strage di cristiani in una serie di attentati a Baghdad e Musul nel 2004, il Comitato di pianificazione e attuazione in Iraq diffuse questo comunicato: “Dio misericordioso ci ha permesso di infliggere dolorosi colpi alle loro tane, tane di malvagità corruzione e proselitismo cristiano… Mentre ci assumiamo la responsabilità degli attentati, diciamo a voi, gente della croce: tornate in voi stessi e sappiate che i soldati di Dio sono pronti ad affrontarvi. Avete voluto una crociata e questi sono i risultati”. Non si preoccupino troppo i terroristi islamici: nelle nostre scuole già i nostri ragazzi distruggono il crocifisso, simbolo dei valori della nostra società, prima ancora di essere segno di un Uomo che ha dato la vita per la libertà di ciascuno.

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