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Italia in crisi

Un sistema politico bloccato, una Repubblica spezzata

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C’è qualcosa che viene prima della politica e che segna il suo limite. Qualcosa che non è disponibile per nessuna maggioranza e per nessuna opposizione: l’unità morale, la condivisione di un unico destino, il sentirsi responsabili l’uno dell’altro. Una generazione con l’altra. Un territorio con l’altro. Un ambiente sociale con l’altro. Tutti parte di una stessa storia. Di uno stesso popolo”.

Le parole altisonanti pronunciate dal Presidente della Repubblica erano destinate inevitabilmente ad intrecciarsi con la manifestazione organizzata dalle forze di opposizione, per questo accusate di attentare all’unità della nazione soffiando sul fuoco della rabbia sociale. Dal generale Pappalardo a Casapound, passando ovviamente per Meloni e Salvini, la maggior parte dei commentatori ha fotografato in questo modo i contorni di una protesta “a mascherina abbassata”, riportando in auge le accuse di populismo e di sovranismo, cui si andrebbe oggi ad aggiungere anche quella di negazionismo. Dal 25 aprile al 2 giugno le principali ricorrenze della Storia d’Italia continuano purtroppo a replicare le stesse stucchevoli dinamiche, mettendo a fuoco le evidenti fragilità di un paese che fatica, più di qualsiasi altra nazione europea, a preoccuparsi piuttosto del suo avvenire.

Per provare a sottrarsi alla narrativa dominante, non si può allora fare a meno di riavvolgere velocemente il nastro. Meno di un anno fa, la “manovra” parlamentare suggerita dall’ex Premier Matteo Renzi dava vita al Governo Conte Bis, il cui contenuto fondamentale era appunto costituito da una conventio ad excludendum nei confronti dell’attuale leader della Lega, incoronato in quel frangente da tutti i sondaggi ma assai poco apprezzato dal Presidente della Repubblica e dalle Cancellerie Europee.

Dal canto loro, Forza Italia e Fratelli d’Italia riaccoglievano quindi la Lega nell’alleanza di centrodestra, che si mostrava immediatamente in grado di affermarsi nelle elezioni regionali ma forse non di incarnare una prospettiva di governo davvero credibile.

In questa nuova versione del bipolarismo italiano, le forze di maggioranza giallo-rosse hanno poi avuto modo di mostrare tutti i loro limiti, da ultimo nitidamente rappresentati dalla ripetuta formula secondo la quale “il Governo deve andare avanti perché non ci sono alternative”.

Alla prova dei fatti, né il Presidente della Repubblica né il Partito Democratico hanno infatti ritenuto di esplorare eventuali percorsi diversi, in quanto ben consapevoli che nella strada verso l’ignoto i precari equilibri così faticosamente raggiunti avrebbero potuto essere definitivamente compromessi, aprendo in questo modo la strada alle urne senza alcun reale passo in avanti sotto il profilo degli equilibri istituzionali.

Il messaggio “inserito in bottiglia” da Giancarlo Giorgetti e la disponibilità manifestata da Silvio Berlusconi ad avviare una fase davvero unitaria nei nostri rapporti con l’Europa non hanno pertanto sortito particolari effetti, mentre le accorate prese di posizione di Carlo Calenda e le ardite capriole di Matteo Renzi hanno certamente evidenziato l’inadeguatezza della compagine governativa ma sono apparse comunque prive di un’effettiva progettualità politica.

Non appena superata la paura del Virus, gli italiani si sono quindi ritrovati ancora più inquieti, non tanto per la dura prova che hanno dovuto affrontare quanto piuttosto per l’oggettiva incertezza del loro futuro al cospetto di un Governo che si muove costantemente alla giornata, di oscuri comitati tecnici privi di qualsiasi utilità e di alcune proposte davvero stravaganti, come quella dei 60.000 “aiutanti” che dovrebbero convincere i loro connazionali a comportarsi correttamente.

Se così è, l’improvvisata manifestazione del 2 giugno è servita innanzitutto a ricordare che la democrazia non può dirsi certo sospesa dall’emergenza sanitaria e che la richiamata conventio ad excludendum dovrà prima o poi essere sottoposta al giudizio popolare. Considerato che la metà degli italiani si riconoscono nei partiti che hanno dato vita alla manifestazione di ieri, l’inadeguatezza del giudizio diffuso dai principali organi di stampa non può che apparire evidente.

Merita invece qualche riflessione ulteriore quella diffusa impressione di una destra in qualche modo “sgangherata” che è stata più correttamente evocata dai commentatori meno partigiani. Da un lato, il rapporto personale fra i due attuali leader della destra non è mai sembrato decollare, dall’altro l’ambigua posizione di Forza Italia è emersa anche in questo caso in modo piuttosto tangibile. In effetti, se si pensa ad un progetto politico comune è proprio sotto il profilo della struttura partitica, del “contenitore”, che qualcosa sembra oggettivamente mancare.

Ma è soprattutto sotto il profilo dei contenuti che la manifestazione di ieri è parsa priva di riferimenti riconoscibili: al di là della apprezzabile unità manifestata sul tema fiscale, le forze di opposizione avevano del resto lasciato trasparire alcune contraddizioni anche nell’ultimo periodo. Lasciando da parte la nota esigenza di coniugare le critiche all’Unione Europea con prospettive diverse da un impraticabile ritorno alla lira, si era ad esempio registrato anche un certo disorientamento in materia di giustizia, nitidamente emerso in occasione delle “due” mozioni di sfiducia.

A ben vedere il confuso dinamismo dell’attuale centrodestra ha delle radici assai più profonde, che si legano per l’appunto alla paradossale condizione di questa nostra Repubblica “spezzata”, ma al tempo stesso sapientemente condotta dall’ideologia del politicamente corretto.

Mentre tutti tendono ad etichettare in una matrice comune il populismo di Salvini e Meloni, nessuno sembra invece chiedersi per quali strane ragioni il centrodestra riesca ad attrarre contestualmente il consenso delle forze produttive e di quelle antisistema, ad assecondare alcune istanze liberali (comprensibilmente insofferenti alle falsificazioni di comodo dei virologi di Stato) andando contemporaneamente incontro alle pretese più autoritarie, magistralmente incarnate dagli eccessi del fu Ministro dell’Interno.

Da Monti in poi, il centrodestra italiano ha visto progressivamente ridursi ogni forma di rappresentanza nelle istituzioni democratiche pur a fronte di un consenso elettorale non inferiore a quello dei suoi avversari. Senza il ruolo predominante di Silvio Berlusconi è venuto meno qualsiasi significativo punto di riferimento di un centrodestra di Governo.

Per questo motivo, se si vuole provare a decifrare la confusa identità delle forze di opposizione e le reali prospettive dei suoi attuali leader occorre prima comprendere quello che rappresentano invece i loro avversari politici, perché in un sistema bipolare finiscono necessariamente per affermarsi delle progettualità contrapposte.

Da questo punto di vista, l’ormai risalente alleanza fra gli eredi del Partito Comunista ed il cattolicesimo di sinistra è stata recentemente “rinnovata” con una forte apertura al movimentismo egualitario, antiparlamentare e giustizialista dei 5 Stelle, istituzionalizzatosi in brevissimo tempo proprio grazie al ruolo svolto dal Premier Conte. Questo blocco, che aveva da tempo abbandonato le istanze “di sinistra” più profonde, affermandosi piuttosto come punto di riferimento della borghesia urbana, sembra essersi ora stabilmente trasformato nel trionfo del politicamente corretto ed ambisce ovviamente al mantenimento di un ruolo egemone. L’apparente conclusione della parabola del Rottamatore ha poi ulteriormente indebolito qualsiasi prospettiva “innovativa” della sinistra italiana, divenuta ormai depositaria di una precisa finalità di conservazione dell’attuale assetto socio-economico pur al cospetto della sua progressiva decadenza.

In questo senso, il politicamente corretto ritiene ad esempio perfettamente normale che chi lavora 10 ore al giorno riceva lo stesso reddito di chi non lavora, né si stupisce del fatto che il reddito da lavoro possa essere tassato 10 volte di più del reddito da locazione, impedendo di fatto qualsiasi mobilità sociale.

Per quanto riguarda il rapporto fra presente e futuro, il politicamente corretto non si scandalizza per nulla se i più giovani sono chiamati a sostenere il sistema pensionistico dei loro ascendenti o se l’attuale tasso di natalità rischia di condannare l’Italia ad una progressiva estinzione perché tutto questo è il prezzo da pagare all’affermazione dei diritti sociali tradizionalmente riconosciuti.

Sul piano etico, il politicamente corretto aborre giustamente lo sfruttamento sessuale della donna, ma legittima invece il possibile utilizzo del suo corpo a fine riproduttivo allo scopo di garantire il diritto alla filiazione dei cittadini omosessuali.

Se queste sono le principali contraddizioni del blocco egemone, le scelte effettuate dal Governo nel corso degli ultimi mesi hanno fatto poi deflagrare altre significative ambiguità quali il diverso trattamento dei dipendenti del settore pubblico rispetto a quelli del privato, la totale incapacità di guardare ai lavoratori autonomi come destinatari di diritti e non solo di doveri ed un assoluto disinteresse per la scuola e per la giustizia, rimaste inspiegabilmente “chiuse”, a differenza delle palestre e dei ristoranti.

Ed al cospetto di una identità prettamente assistenzialista e burocratica, una gran parte del paese ha ormai sviluppato un senso di profondo fastidio e ritiene a giusto titolo che l’attuale maggioranza non sia in grado di esprimere alcun messaggio inclusivo in quanto del tutto disancorata dalle esigenze del mondo produttivo ed ispirata dall’ipocrita pretesa di una sua superiorità morale.

Dal canto loro, Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno avuto oggettivamente la capacità di coagulare intorno alla loro figura molte delle ragioni di questa diffusa insofferenza all’universo del politicamente corretto. Il loro successo non è certo figlio dell’estremismo politico quanto piuttosto dell’assurda pretesa dei “saggi”, dei “moralisti” e dei “benpensanti” di difendere lo status quo a qualsiasi costo, emarginando ogni possibile innovatore.

Tuttavia, per provare davvero a rilanciare la nostra giovane Repubblica non bastano le capacità comunicative dei leader ed il legittimo sfogo di milioni di italiani, ma serve effettivamente un grande sforzo inclusivo che possa dar vita ad un progetto comune, senza paura di ricorrere al contributo delle nostre menti migliori o di immaginare una forza politica diversa da quelle attuali e senza sottrarsi alle preoccupazioni del Capo dello Stato.

Serviranno coraggio e prudenza. Il coraggio di guardare oltre i limiti dell’emergenza, pensando al futuro e a ciò che deve cambiare”.  

 

 

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