Home News Un vaccino tutto italiano: speranza per il futuro, ma frutto di un grande passato

La scoperta

Un vaccino tutto italiano: speranza per il futuro, ma frutto di un grande passato

La notizia del risultato positivo ottenuto da quello che è stato giustamente battezzato come il vaccino anti-Covid “tutto italiano”, è stata accolta con grande soddisfazione. Per molti si è trattato di una sorpresa, ma non per chi studia il ruolo della ricerca nella storia e nell’economia del nostro paese. Ne parliamo con il professor Giuseppe Sacco.

“Sarebbe difficile non considerare più che legittima la soddisfazione di tutti coloro che sono stati coinvolti in questa impresa, e anche dell’opinione pubblica. Con tutta la freddezza e la prudenza che occorre mantenere in questi casi e su una materia così delicata, è evidente che si tratta di una eccellente notizia: merce assai rara da un anno a questa parte. E non c’è dubbio che prospettive assai interessanti si aprano ora non solo per ReiThera, l’azienda di Castel Romano che, con la sponsorizzazione dell’ospedale Spallanzani, ha messo a punto questo vaccino, ma anche per il nostro Paese nel suo insieme. Ma forse val la pena di ricordare che questo successo è anche frutto di un lungo passato di ricerca e di impegno tanto politici quanto scientifici. Senza voler sminuire il ruolo sinora svolto dalla Advent-IRBM di Pomezia nella produzione del vaccino messo a punto dall’Università di Oxford e commercializzato dalla società Astra-Zeneca, è un fatto che sinora la nostra industria farmaceutica è stata sinora coinvolta solo in maniera marginale nella corsa all’unica arma che può essere veramente risolutiva contro la pandemia. E che il successo della ReiThera può essere una vera manna, in un momento in cui il nostro Paese rischia – insieme ad altri Paesi – di trovarsi ben presto in una situazione di scarsità del vaccino. Una possibilità ben illustrata dalla necessità in cui sembra trovarsi attualmente l’Inghilterra di abolire la seconda iniezione di richiamo, in modo da poter usare tutte le dosi disponibili per vaccinare immediatamente, anche se sommariamente, quante più persone possibile. Avere un vaccino di produzione nazionale potrebbe alleviare le preoccupazioni che si possono oggi nutrire su questo importantissimo fronte”.

Lei mi sta dicendo che esiste un problema di autosufficienza nazionale per quel che riguarda i vaccini contro il Covid-19 ? Che la centralizzazione a Bruxelles delle decisioni in questo campo si è già dimostrata insufficiente?

“E’ un fatto difficile da negare che quanto predisposto dalla UE lasci insoddisfatti molti Paesi membri, a cominciare dalla pur efficiente Germania, che a Bruxelles è molto più che influente. Tanto è vero che Berlino ha già deciso – in patente violazione degli accordi comunitari – di acquisire dalla americana Pfizer altri 30 milioni di dosi a titolo puramente nazionale. Le quantità che la UE ha prenotato per l’insieme dei 27 Paesi è infatti troppo piccola per le necessità dei 27 paesi membri”.

E come mai?

“Manca una spiegazione ufficiale da parte della UE, così come manca riguardo alla asimmetria che si potuta vedere nella distribuzione sinora effettuata dei vaccini disponibili, che non è stata proporzionale alla popolazione da vaccinare. Comunque, una spiegazione verosimile è che, su pressione della Francia, a Bruxelles si sia deciso di aspettare, per ordinare l’enorme numero di dosi che ancora mancano, che sia pronta un’azienda francese, la Sanofi, che però sembra in ritardo di almeno sei mesi. In tutto il mondo, negli Stati Uniti, in Sudamerica, in India, in Medio Oriente, in pratica dappertutto tranne che in Cina, non è infatti in corso – e  bisogna rendersene conto – solo una tragedia che ha fatto già due milioni di morti, e di cui l’ampiezza e la rapidità del contagio continuano ad accrescere la gravità. Su questo sfondo c’è in atto anche una importantissima sfida industriale ed economica; una corsa – come è stato giustamente fatto notare – che ‘vede in gara aziende piccole e grandi, centri di ricerca ed università, startup e scale-up; e non solo nel campo farmaceutico, ma anche nella diagnostica e nell’uso dei dati… società biotech sia europee che statunitensi, australiane e cinesi, che veleggiano su Nasdaq con valutazioni miliardarie, nonostante bilanci in profondo rosso’. Grazie a Reithera anche l’Italia partecipa ormai a questa corsa, non solo per assicurarsi i quantitativi di vaccino necessari per tutta la popolazione a rischio, ma anche ottenere profitti su un mercato internazionale disperatamente bisognoso di strumenti per la lotta al Covid; profitti che risulteranno preziosi quando si faranno i conti di economici di questo flagello”.

In una precedente intervista a L’Occidentale (9 Agosto 2020) lei, che più di cinquant’anni fa ha pubblicato a Milano, con Etas Kompass, “Il Mezzogiorno nella Politica Scientifica” e lanciato l’idea di una politica di sviluppo del Sud fondata su incentivi alla creazione di laboratori di ricerca, ci ha già raccontato del ruolo che ha avuto il meridionalista liberale Francesco Compagna….

“Certamente! E a rischio di ripetermi voglio tornare a ricordare come Francesco Compagna, di cui ricorre in questo nuovo anno il centenario della nascita, ebbe un ruolo decisivo nel tradurre in realtà quella che sino ad allora era solo l’idea – anche se ben documentata – di una politica di sviluppo di tipo nuovo: l’idea di una strategia coerente ed in armonia con la grande stagione di rivoluzionari progressi scientifici e tecnici che abbiamo vissuto nella seconda metà del secolo scorso, e che stiamo vivendo ancora oggi. E’ stato grazie Francesco Compagna, che ha sposato questa strategia, e alla azione legislativa di questo grande intellettuale meridionale, che sono sorti, anche a soprattutto al Sud, alcuni poli della ricerca, degli ambienti scientifici in cui hanno potuto nascere e dare i loro frutti personalità come il creatore di Reithera, il professor Riccardo Cortese, una grande personalità scientifica, purtroppo prematuramente scomparsa poco più di tre anni fa, nell’aprile del 2017. Cortese era un genio. E quando ho visto con quanto interesse si guarda alle prospettive future del vaccino ‘tutto italiano’, ho inevitabilmente pensato a lui, e mi è venuto da dire che dietro questo successo di oggi c’è anche un grandissimo passato. Perché Riccardo Cortese era – certo! – uno scienziato di prim’ordine, ma era anche una di quelle tante belle menti meridionali che, dopo aver brillato in qualche famosa università britannica, tedesca, o comunque straniera, finiscono per donare i frutti delle loro capacità ad un paese diverso da quello in cui sono nati. E invece, il suo destino è stato diverso, e per quasi un ventennio, a cavallo dei due secoli, ha potuto essere Direttore Scientifico e Presidente dell’Istituto di Ricerca di Biologia Molecolare P. Angeletti – IRBM, con sede a Pomezia, quello stesso cui oggi l’Istituto Jenner di Oxford ed Astra-Zeneca affidano una parte non secondaria della loro attività.  Se ne è staccato solo nel 2009, per dare vita a quella che oggi è appunto la Raithera. Cortese ha potuto cioè trovare collocazione in patria, in una delle aziende innovative la cui nascita è figlia delle riforme che Francesco Compagna aveva fatto introdurre, non appena eletto deputato, nella legislazione a favore del Mezzogiorno. Ed è perciò con Francesco Compagna, quanto con Riccardo Cortese, che siamo in debito se tutta questa vicenda ha avuto, e sta avendo luogo, alle porte di Roma”.

Non lo si deve un poco anche a lei, che aveva pensato per primo a quella strategia di sviluppo per il Mezzogiorno?

“Ma anch’io, per quel poco che ho contribuito, sono in debito con Francesco Compagna! Non fosse stato per lui, che quasi mi obbligò a essere per quindici anni suo indisciplinato assistente all’Università di Napoli, forse non mi sarei mai occupato del Mezzogiorno e del suo sviluppo. Anch’io sarei finito in America, dove avevo pure ottenuto una borsa alla Columbia University, o forse sarei emigrato definitivamente a Parigi. E non avrei mai fatto la mia tesi alla Sorbona sulle attività di Ricerca e Sviluppo nel Sud Italia, e forse non avrei mai scritto il libro che ispirò Compagna, ‘Il Mezzogiorno nella Politica Scientifica’. E avrei così perduto anche la possibilità di partecipare, e di vivere due altre straordinarie esperienze della stessa ispirazione: quella di Professore all’Università della Calabria, il tentativo di Nino Andreatta e di Sylos-Labini di usare una istituzione di insegnamento e di ricerca per portare nella modernità la regione più ‘difficile’ d’Italia; e quello di Rosario Romeo di dare vita, con la creazione della Luiss, ad una università privata che andasse in controtendenza rispetto al conformismo prevalente negli anni ‘70, e che tanto danno ha fatto alla società e alla cultura italiana. Insomma, sarei un emigrato come tanti altri meno fortunati di me. E non starei qui a constatare, mentre con gli amici dell’Occidentale celebriamo il centennale della sua nascita, e mentre nel dibattito intellettuale italiano si afferma il concetto di ‘Paese innovatore’, che l’eredità di Francesco Compagna è ancora fruttifera, e produce ancora benefici tangibili per il nostro Paese”.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here