Una foresta di colonne
17 Luglio 2011
Amici, questa settimana gli argomenti a disposizione sarebbero: l’interminabile occupazione del Teatro Valle (impotentia concludendi), l’ammuffita Festa dell’Unità a Caracalla (repetita non juvant plus), e qualche altro minuscolo evento (de minimis non curat Crotalus Caballerus). Perché farci del male? Rimaniamo sul serioso.
Abbiamo la fortuna di abitare nel centro storico di Roma. Scendiamo la mattina. Appena usciti dal portoncino, eccola, la grande colonna di granito rosa che sostiene l’angolo di casa nostra, sprofondata nel terreno fin sotto la cantina del ristorante. Due passi verso il cappuccino, e contiamo una decina di paracarri cilindrici di marmi diversi. Un salto in cartoleria: all’interno, due magnifiche colonne di alabastro (spezzate ad altezze diverse) con capitelli di marmo bianco, più altre due di granito grigio che sostengono il soffitto. La soglia del tabaccaio è una colonna di cipollino tagliata nel senso della lunghezza (chissà dov’è finita l’altra metà), e finalmente eccoci nella sala del bar con al centro una colonna scanalata di marmo venato reso morbido come la seta da duemila anni di carezze.
Questo, in una normalissima passeggiata di pochi metri. Due dozzine almeno, fra colonne e colonnine riutilizzate, magari dopo essere state sepolte per qualche secolo sotto la sabbia del fiume. Perché è così che sono scomparsi, e in molti casi si sono salvati, i resti della magnifica architettura, e soprattutto dei magnifici materiali usati da Roma (un pezzo di cemento vecchio di vent’anni è sbriciolato, scrostato, brutto; un pezzo di marmo vecchio di venti secoli è solo impolverato. Una lavata e ridiventa splendido).
Ci sono stati, certo, gli incendi, i terremoti, le distruzioni dei barbari, ma questo non sarebbe stato sufficiente a creare quello scarto di sei metri fra il livello di Roma antica e quello di oggi. La differenza la fa la sabbia che il Tevere nelle sue numerose inondazioni, prima che fossero costruiti i muraglioni, ha depositato in una città spopolata dove nessuno prendeva più in mano una vanga.
Fermiamoci un attimo a immaginare quante migliaia, o decine di migliaia di colonne di ogni misura riempivano come una foresta l’antica Roma. Il fatto che ne siano rimaste in circolazione ancora così tante, dopo tanto tempo e tanti disastri, vuol dire che in origine doveva essercene un numero strabiliante.
Questa foresta aveva un denso sottobosco (su cui svettavano naturalmente gli alberi più alti, la colonna Traiana, la Antonina, quelle del Panteon), formato da tutte quelle umili, o meno umili colonnine e colonnette, sostegno di edifici pubblici, normali case e magazzini. E sono proprio queste, per la loro piccolezza meno soggette a rompersi nei crolli, che popolano ancora ogni androne, ogni negozio, ogni ex stalla del centro storico.
Perché nel medio evo, e ancora nel civilissimo rinascimento che aveva un gran bisogno di materiali edili e non gli sembrava vero di trovarli belli e pronti sotto casa, cornicioni, statue, colonne, finivano prima spezzati a colpi di mazza, e poi nelle bocche dei forni che spuntavano dovunque in mezzo ai ruderi, le calcare. Con il fuoco questi marmi pregiatissimi si sbriciolavano e producevano una calce eccellente. Che spreco. E durato secoli.
Malgrado questo, come dicevamo prima, Roma è ancora piena di colonne e colonnine scampate anche ai forni.
C’è un edificio, ricostruito nell’ottocento dopo un incendio disastroso, che dà un’idea perfetta di come doveva essere un grande spazio pubblico al culmine dell’Impero Romano. E’ la basilica di San Paolo. Ha esattamente le stesse dimensioni che aveva la Basilica Ulpia nel foro di Traiano. Uno spazio immenso, lucido di marmi pregiati e con un tesoro di centonovantun colonne. Fa un effettone a noi del ventunesimo secolo; proviamo a immaginare che spettacolo doveva essere duemila anni fa per gli occhi di quei mezzi selvaggi che venivano dalle capanne della Gallia o dalle grotte della Pannonia. E’ ovvio che in quello splendore si identificasse la grandezza di Roma.
In un angolo del parco davanti a San Paolo, naturalmente in mezzo a cartacce e altre immondizie c’è un interessantissimo reperto, probabilmente recuperato dal Tevere o dalle banchine dell’antico porto fluviale che è a due passi. Si tratta di una grande colonna di granito semilavorata. E’ un lungo masso grezzo, nel quale si intuisce la forma della colonna che sarebbe apparsa a fine lavorazione, che certamente viaggiava così incompiuto per rendere meno rischioso il trasporto. Solo in alcuni punti appare la circonferenza levigata del fusto. Evidentemente avevano cominciato a raffinarla, poi per chissà quale ragione è stata abbandonata. Vale la pena di andare a cercarla perché crediamo che sia un esempio unico.
PS. Un altro dei nostri irresistibili PS. Questo viene dalla presentazione del catalogo alla mostra “Acquedotti Romani”, Gangemi Editore (fra parentesi, le nostre osservazioni). Ecco il testo; si parla ovviamente di acquedotti: “Questi spettacolari ruderi, che si perdono nella lontananza come un’eco (ci sembra che l’eco faccia tutto tranne perdersi, visto che torna indietro), alternando il pieno al vuoto (un’immagine davvero audace per descrivere una serie di archi), costituiscono tracce territoriali continue che pervengono (?) alla scala geografica (??) conferendo ad essa una dimensione eroica (???)”.
Non è inventato. Ce l’abbiamo in archivio.
PPSS. La settima prossima, più veleno. Promesso.
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