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Una guerra per il diritto di esistere

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Se mai al mondo c’è stata una guerra giusta quella fu certamente la cosiddetta “guerra dei sei giorni”. Quando Israele riuscì per la prima volta nella sua storia a fare capire al nemico pan-arabo nazista, successivamente trasformatosi in islamo-fascista, che chiunque nel mondo, comprese le le dittature arabe, avesse voluto fare un’altra shoà con la complicità dell’Europa imbelle stavolta avrebbe trovato pane per i loro denti.

La guerra dei sei giorni fu un conflitto di difesa che rappresentò un bene per tutta l’umanità. Paragonabile all’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America contro la Germania di Hitler.

Oggi ricorrono i quaranta anni dall’inizio di quei combattimenti. E mezzo mondo, in un’ottica politically correct che piacerà al terrorismo islamico di oggi, si accoderà ai pianti e ai rimpianti di chi ricorda quella data, 5-11 giugno 1967, solo per l’inizio della cosiddetta occupazione dei territori della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est.

Oggi si può dire con il senno di poi, senza tema di smentite, che la “naqsa”, la perdita, fece del bene prima di tutto ai paesi che la subirono, che da quel momento smisero di coltivare l’illusione di una superpotenza araba e la conseguente eliminazione degli ebrei dal Medio Oriente. Tornando con i piedi per terra a trattare. Sia pure alimentando il terrorismo anti israeliano e anti occidentale da allora fino a tutt’oggi. Prima sotto specie di terrorismo marxista- leninista finanziato dall’Unione Sovietica, oggi sotto specie di terrorismo islamico finanziato dall’Iran, dalla Siria e dalla Arabia Saudita.

Ecco un po’ di cronologia che da sola spiega il perchè di quella guerra preventiva che assicurò ad Israele il diritto all’esistenza e al mondo un bastione di democrazia in seno al Medio Oriente, all’epoca sovietizzato e oggi islamizzato in maniera estremistica con lo stesso inconfessabile scopo di destabilizzare la parte democratica del pianeta.

Nel 1960 Nasser, che già all’indomani della guerra per il canale di Suez del 1957, che loro chiamano “uduan al tulati”, la triplice aggressione, aveva cominciato%0D la propaganda per una futura guerra contro Israele, inizia ad ammassare truppe ai confini con lo stato ebraico.

Nel 1966, l’11 novembre alcuni terroristi giordani dell’Olp partiti da Amman uccidono con una mina tre soldati israeliani. Ci sarà una reazione immediata in cui verranno uccisi 11 soldati giordani e poi, solo poi, re Hussein prende le distanze da quel gesto.

Nel febbraio del 1967 la Siria annuncia al mondo che è ora di muoversi verso posizioni offensive contro Israele, lasciando la linea difensiva che finora aveva caratterizzato la sua politica militare. Il 7 aprile iniziano i lanci di razzi siriani contro i villaggi del confine, pochi giorni dopo ci sarà anche una battaglia aerea sui cieli israeliani. Come si noterà la tattica che oggi usano gli Hezbollah dal Libano e Hamas da Gaza ha precedenti illustri. Tra il 12 e il 13 maggio l’Unione sovietica, che come ha scritto ieri sul “Giornale” Fiamma Nirenstein, era interessata a mettere le mani sulla tecnologia nucleare israeliana una volta che i paesi arabi avessero vinto, lancia la propria offensiva di disinformazione all’Onu: in un rapporto che oggi si sa essere stato falso accusa Israele di ammassare truppe ai confini con Siria e Egitto, spingendo di fatto i paesi arabi a fare altrettanto. 14-15 maggio 1967: la Siria chiede all’Egitto di firmare un mutuo patto di difesa contro Israele.

E il feldmaresciallo capo dell’Egitto, Abd al Hakim Amer mette i suoi uomini pronti per un attacco ventiquattro ore su ventiquattro. Il 18 e il 19 maggio l’Onu si vede recapitare la richiesta egiziana di far sloggiare tutti gli osservatori delle Nazioni Unite dal Sinai. U Thant obbedisce senza neanche riunire il Consiglio di Sicurezza.

Il 20 maggio l’Egitto ammassa 100 mila soldati ai confini di Israele, poi due giorni dopo viene chiuso lo stretto di Tiran alle navi israeliane, in pratica l’unico sbocco da cui potevano arrivare aiuti. I giorni 26 e 27 maggio sono i più drammatici: l’intelligence israeliana viene a sapere di un piano di annientamento ordito da Nasser che prevede nelle prossime 48 ore il passaggio di circa 450 mila soldati che avrebbero dovuto tagliare in due il territorio ricongiungendosi con l’esercito giordano. Il 30 maggio Egitto e Siria siglano il patto militare di alleanza e l’esercito giordano sarà messo ai comandi del comandante egiziano Abd Al Hakim Amer.

Si poteva ancora aspettare? Il 5 giugno nelle prime ore del mattino l’aviazione israeliana distrusse al suolo quelle di Egitto, Siria e Giordania con 19 attacchi consecutivi durante i quali vennero distrutti il 90% dei velivoli militari.

Il 7 giugno inizia l’avanzata di terra e in un solo giorno viene presa Gerusalemme. Il giorno dopo cadono il Sinai e il Golan. Gli eserciti dei tre paesi aggressori sono distrutti. Israele se volesse potrebbe facilmente conquistarli, ma si ferma obbedendo all’Onu. Da allora occupa quei famosi territori che comunque non sono mai stati palestinesi. Li occupa per evitare che succeda una nuova  aggressione, come quella tentata e respinta nei giorni di Yom Kippur del 1973.

Nasser appare in tv ed è costretto ad ammettere la disfatta, lui la chiama “naqsa”. Un popolo che allora come oggi era ipnotizzato dalla propaganda dell’odio gli chiede incredibilmente di restare. L’Egitto da quella disfatta economica e militare a tutt’oggi non si è ancora sollevato. Prima di Nasser era un’isola felice nel panorama arabo islamico, dopo ha conosciuto solo arretratezza, regimi e la crescita esponenziale del terrorismo islamico guidato dai Fratelli Musulmani. Tra loro il medico Ayman al Zawahiri che poi fonderà al Qaeda con Bin Laden dopo avere organizzato nel 1981 il mortale attentato al presidente Anwar al Sadat (reo di avere firmato la pace con Israele nel 1979), che succedette a Nasser dopo la sua morte per infarto nel 1970. Questa la storia e questa la geografia, in pillole, di quei formidabili giorni. Quella che probabilmente sentirete nelle prossime ore invece tutta propaganda sovietica fuori tempo massimo.

 

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