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Le origini della conflittualità

Una legge elettorale più selettiva per migliorare la convivenza tra il Cav. e Fini

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Della conflittualità endemica tra Berlusconi e Fini si sono date diverse letture. Si è sottolineata, anzitutto, una diversità caratteriale. Estroverso e comunicatore il primo, più freddo e compassato il secondo. Si è anche messo l’accento sulle profonde differenze culturali. Berlusconi è un imprenditore che ha portato nell’agone politico la sua cultura d’impresa. Un approccio pragmatico ai problemi, molta attenzione all’orientamento dell’opinione (sondaggi a tutto azimut), grande capacità di motivare gli uomini. Fini, invece, ha respirato fin da ragazzo l’atmosfera della politique politicienne. Cresciuto alla scuola di una vecchio lupo della Prima Repubblica come Almirante, l’ex leader di An è capace di ardite combinazioni tattiche e di raffinati calcoli di posizionamento.

Tuttavia le diversità caratteriali e di cultura politica non spiegano da sole la difficile convivenza nel partito fondato da entrambi. Tra i due c’è stato, certo, un matrimonio d’interesse più che di sentimento, ma spesso le unioni nate da un calcolo razionale hanno una sorte migliore di quelle nate da un’infatuazione forte ma superficiale.

A queste considerazioni sulle persone se sono aggiunte altre di ordine più generale. Le ricadute negative che la contrapposizione Fini/Berlusconi ha avuto e continua a avere sul tono generale della vita pubblica fanno tornare di attualità vecchie considerazioni sulla scarsa caratura della classe politica o addirittura sul carattere degli italiani. Le osservazioni sulla qualità del ceto politico colgono in buona parte nel segno. Tra le più negative eredità della Prima Repubblica c'è anche quella di non aver lasciato classe dirigente. Di più, tra i fattori strutturali che hanno determinato il crollo di quel regime, oltre alla fine della Guerra Fredda, si può indicare l’inaridimento, durato alcuni decenni, dei canali di formazione della classe politica. Un retaggio passivo con il quale stiamo ancora facendo faticosamente i conti.

Assai meno interessanti, invece, risultano le elucubrazioni sulla difettosa tempra etica della stirpe italica. Si tratta di un argomento assai vulgato, una sorta di risorsa inesauribile dei commentatori politici. È quello che possiamo definire lo schema pseudogucciardiniano sul particolarismo italico. Secondo questa corrente di pensiero, i nostri connazionali sarebbero geneticamente incapaci di farsi carico dell'interesse generale, perché sempre preoccupati del proprio "particulare".

Rispetto a queste analisi che rasentano il luogo comune falsamente sofisticato possiamo avanzare un’altra più semplice chiave di lettura. La conflittualità si può riportare a una mancanza di regole efficaci. Non intendiamo parlare della riforma costituzionale che, per quanto resti sempre auspicabile, sembra oramai un miraggio. Per avere una migliore convivenza tra Berlusconi e Fini sarebbe sufficiente una legge elettorale più selettiva. Personalmente non ho preferenze per un particolare formula, una qualunque legge che avesse una soglia di accesso almeno del 9 o del 10% sarebbe in grado di contenere le spinte centrifughe all’interno del Pdl.

Probabilmente la incompatibilità caratteriale tra i due cofondatori resterebbe immutata, ma il Presidente della Camera sarebbe molto più accorto nel modulare i tempi e toni della polemica, perché il pericolo di restare a piedi nel caso di uno scioglimento anticipato delle Camere sarebbe reale.

Sicuramente la qualità della classe politica rimane mediocre e con ogni evidenza il tasso di civismo degli italiani non è da record. Tuttavia continuiamo a credere che le buone regole, quelle che (citando Guicciardini in modo serio) possiamo definire i "buoni ordini", possono incanalare e correggere i difetti degli uomini imponendo comportamenti virtuosi e non distruttivi. Il fatto è che non si vede come una migliore legge elettorale possa essere messa in cantiere. Peraltro, l'anno scorso, per il ricatto partitocratico della Lega, si è persa l'occasione d'oro offerta dal referendum "Guzzetta", che, anche senza muovere una foglia in Parlamento, avrebbe dotato il Paese di una legge elettorale assai più efficace nel contrastare le dinamiche disgregative.

Riprendendo e adattando un proverbio africano, Theodore Roosevelt soleva dire: "parla dolcemente e porta con te un grosso bastone. Andrai lontano". La crisi della politica italiana è tutta qua, Berlusconi, se vuole, può parlare molto dolcemente ma, purtroppo per noi, il grosso bastone non ce l'ha.

 

 

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