Finanza pubblica

Una manovra senz’anima (e senza futuro)

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Un paradosso si aggira intorno alla prossima manovra di finanza pubblica. Nei mesi passati abbiamo assistito ad un repentino e bizzarro cambio di maggioranza di governo (ad urne chiuse) giustificato con l’esigenza di evitare indiscriminati aumenti dell’IVA, assicurare stabilità finanziaria al Paese e tranquillizzare i mercati e le istituzioni UE.

Insediato il nuovo esecutivo e varata (pare) la nuova manovra finanziaria per gli anni 2020-2022, quando sono ormai passate settimane dalla formale approvazione in Consiglio dei Ministri, a parte stringate comunicazioni a Bruxelles e un profluvio di anticipazioni di stampa, ancora il Parlamento è tenuto all’oscuro, e i commenti inevitabilmente si avvitano su quel poco che sapientemente è fatto filtrare. Quindi, al momento di valutare davvero i primi effetti sulla politica finanziaria determinati dal cambio di maggioranza della scorsa estate, ancora i commenti e gli approfondimenti risultano necessariamente filtrati da questa forzata limitazione di dati effettivi, frutto di una censurabile scarsa considerazione del Parlamento e del (vero) dibattito istituzionale su un tema così rilevante.

È paradossale, così, che in uno scenario che non manca di inneggiare alla democrazia partecipativa, si debba rivendicare proprio l’assenza delle condizioni informative essenziali. Ma forse non tutto è casuale.

Sta di fatto che, sulla base di quanto proclamato, la nuova manovra finanziaria pare fare perno fondamentalmente su una rinnovata e vigorosa attività di contrasto all’evasione fiscale, attraverso le armi tradizionali dell’inasprimento dell’apparato sanzionatorio. Ovviamente, in un quadro di così spiccata originalità, non poteva mancare il ricorso diffuso alla sanzione penale, come ineliminabile complemento della strategia.

A completamento, si addita il ricorso al contante come mezzo di pagamento quale indice del più disdicevole tradimento del patto di lealtà fiscale: questo è lo specchio dell’evasione, e quindi va decisamente debellato!

Affermare che l’evasione fiscale – comunque quantificata – costituisca un freno per lo sviluppo del Paese e il risanamento delle finanze pubbliche è verità tanto condivisibile quanto ovvia. Quindi, ogni strumento in grado di ridurla è da accogliere con favore al di là degli schieramenti politici, finchè si tratta di combattere una battaglia comune che non può avere colori politici.

Ma davvero la risposta posta in campo è la più efficace? Con un’osservazione banale, e forse semplicistica, si potrebbe notare che se davvero l’esito dipendesse dalla entità della risposta sanzionatoria, già da tempo i governi repubblicani avrebbero potuto fregiarsi del successo. E invece il fenomeno dell’evasione fiscale non è cancellato, e continua a popolare le campagne propagandistiche che puntualmente accompagnano il varo pressocchè di ogni manovra di finanza pubblica.

Allora sarà forse il caso di interrogarsi sul senso di una reale azione di contrasto all’evasione fiscale: una battaglia così impegnativa non si combatte a suon di pericolose e laceranti operazioni di criminalizzazione sociale, come invece emerge dai segnali di questo esecutivo. Ciascuno nel proprio ruolo è chiamato a fare la sua parte, e tutti siamo tenuti ad un sussulto di responsabilità ed etica fiscale; ma, data la dimensione del fenomeno, pare francamente singolare e distonico, come si legge nella relazione del decreto legge fiscale circolata, che l’aumento di sanzioni penali “funge da monito e deterrente ad un comportamento illecito, diffuso in alcune categorie del settore del commercio”.

Davvero l’evasione fiscale, odiosa e soffocante per le sorti non solo finanziarie del Paese, sta tutta nella lealtà dei commercianti, per questo meritevoli di un sonoro “monito” a suon di inasprimento delle sanzioni criminali? E dov’è la capacità di analisi, incrocio di dati, approfondimento e contrasto verso condotte più sofisticate, magari meno evidenti, ma certo non meno rilevanti sul piano etico e finanziario?

In realtà, sembra quasi che il dibattito innescato, che non può portare ad assolvere o arruolare solo una parte a discapito delle tante altre di cui il fenomeno evasione si compone, risulti funzionale a mascherare un aspetto ancora più grave. E cioè l’assenza di reali misure di rilancio della crescita economica e produttiva, di ripresa del mercato del lavoro, di sostegno alle condizioni economiche e sociali di ampie fasce della popolazione.

Una poderosa arma di distrazione di massa, allora, per nascondere e sottrarre al dibattito quesiti chiave: quand’anche le mirabolanti promesse di questa strategia antievasione fossero coronate dal successo, quale è l’idea di crescita economica che questo governo e questa maggioranza fa propria? Dove sono le misure per il rilancio della domanda interna, al di là di una riduzione del cuneo fiscale in realtà tanto modesta, che – purtroppo – pare destinata a naufragare nell’irrilevanza?

Quali sono gli strumenti offerti all’impresa (piccola e grande) per una ripresa degli investimenti?

Come si conciliano proclami di blocco dell’aumento dell’IVA con l’insieme di nuove tasse, balzelli e prelievi destinati a gravare proprio sui consumi (plastica, tabacchi, gioco, settore immobiliare)?

Cosa si prevede per attrarre investimenti dall’estero, così da allargare il campo delle risorse disponibili per la crescita del PIL? E per le esportazioni, in una fase di preoccupante instabilità internazionale, tra guerre planetarie di dazi e fosche nubi di conflitti armati in aree strategiche del pianeta?

Francamente lo scenario emergente finora sembra dominato più dall’assenza di possibilità di affrontare questi punti invece cruciali. E questo pare, tristemente, condannarci a dover annoverare l’ennesima occasione sprecata di una inutile manovra finanziaria, tra propaganda spiccia e scampoli di uno scalcinato “Stato etico” pronto ad autolusingarsi con fantasiose forme di tassazione sempre nuove, tra bevande gassate e bottiglie di plastica, ma incapace di offrire una rotta per governare la tempesta nella quale procediamo, in bilico sempre tra l’angoscia del baratro incombente, e il miraggio di un salvataggio, possibile però solo da mano esterna.

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