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Media e politica

Una ricerca americana smonta l’incidenza tra social e elezione di Trump

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Shelley Boulianne, Karolina Koc-Michalska e Bruce Bimber, tre studiosi di università canadesi e americane, hanno recentemente pubblicato uno studio intitolato Right-Wing Populism, Social Media and Echo Chambers in Western Democracies, che smonta, questo sì, la vulgata che vuole che siano i frequentatori di social, come i “deplorables” di clintoniana (Hillary)  memoria, gli elettori di Trump. Dunque gli incolti, gli ignoranti, oppure, quando la considerazione per essi vuole essere meno denigratoria, i bianchi della cosiddetta “america profonda”. I “mercanti del dubbio”, nuovo titolo molto à la page oggi in circolazione, almeno stando ai risultati di questa ricerca, sono, diversamente da quanto si immagini generalmente, dalle parti delle élites mondialiste senza confini. Non hanno sempre sostenuto, queste, che gli effetti della Echo Chambers, o quello che in psicologia si chiama confirmation bias -ovvero il volere leggere e ascoltare solo ciò che ci compiace, facendosi influenzare nelle decisioni politiche –  nei media digitali hanno contribuito  alla polarizzazione del pubblico-elettore, in alcuni luoghi favorendo ascesa dell’ala destra della politica?

Questo studio americano smentisce, scientificamente, questo mainstream impiegando i dati dei sondaggi raccolti in Francia, nel Regno Unito e negli Stati Uniti (1500 gli intervistati in ciascun paese) da aprile a maggio 2017. In generale esso spiega che non vi siano prove che i media online, in particolare i social, siano da supporto per i candidati populisti di destra, mentre invece evidenzia come negli Stati Uniti l’uso dei media online riduca, al contrario, questo sostegno al populismo di destra. Inoltre, a guardare meglio i numeri, si evince che le discussioni offline hanno una correlazione  positiva, in Francia e nel Regno Unito, tra  coloro che sono omogenei per razza, etnia e classe sociale. Nel paese, paradossalmente, dove vi è la persona che ha più followers al mondo, su Twitter (il presidente Trump), però  l’articolo dei ricercatori sottolinea come un rapporto su social media e l’ascesa del populismo non ci sia. C’è di più: un ampio uso dei social è risultato un indicatore di voto contro Donald Trump, non a favore. Come se non bastasse, ciò che viene smontato, poi, in questa pubblicazione, è la relazione che intercorre tra il titolo di studio e il voto, per la quale si è sempre associato un basso livello culturale, al voto per Trump. Boulianne e gli altri affermano, diversamente, che  l’istruzione è inversamente correlata al sostegno al populismo nel Regno Unito e in Francia, ma non è significativa per il supporto a Trump negli Stati Uniti.

Ciò probabilmente riflette il fatto che Trump era il candidato di uno dei due principali partiti negli Stati Uniti, sostengono i tre docenti,  piuttosto che il leader di un partito populista. Il paper, tra l’altro, fa notare, al di là della dicotomia sulla quale si sviluppano poi le variabili sulle scelte di voto, online-offline, quanto sia da mettere in rilievo l’incidenza del sistema elettorale. Il successo elettorale dei candidati e dei partiti populisti, scrivono Boulianne e gli altri,  dipende in larga misura dal sistema elettorale. Un testo su cui riflettere, visto che il concetto di Echo Chambers è talvolta impiegato per spiegare il legame tra social media e populismo, con il fine di far passare l’idea che le persone siano esposte in gran parte o esclusivamente alla comunicazione “attitudinale”, al comportamento, al carattere,  come la sfiducia nei confronti degli altri, il rifiuto delle competenze e verso il  dibattito ragionato tra opinioni diverse, ponendo enfasi sulla popolarità di persone o idee, declinando la sostanza delle policies proposte. Le “camere dell’eco” possono isolare il pubblico dalla verità, ma forse quello più orientato allo pseudo-progressismo.

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