Una risposta a Michela Nacci sul mio libro-intervista su Nolte

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Una risposta a Michela Nacci sul mio libro-intervista su Nolte

05 Aprile 2009

Ringrazio Michela Nacci per il corposo, intelligente e dettagliato articolo sul mio libro-intervista ad Ernst Nolte. Non sarei intervenuto nel dibattito che si è aperto non foss’altro per la serietà delle tesi portate da Michela Nacci e dal fatto che le numerosi citazioni sottintendono il fatto che, seppur minuscolo, il librino è stato letto integralmente. In tempi in cui i recensori si moltiplicano a vista d’occhio, questo elemento mi è sembrato di indiscutibile serietà, anche se non esclude una mia contro-replica. In realtà, i colpi di fioretto dovrebbero essere inferti dal Prof. Nolte le cui tesi vengono parzialmente confutate ma un breve intervento mi sento di farlo, anche perché condivido in toto le tesi dello storico tedesco.

Partiamo dall’inizio.

Che la Tecnica non sia solo uno strumento ma sia diventata anche un fine e convertita in un fattore simbolico sembra un considerazione incontrovertibile. Essa è il tratto comune del nostro tempo. E’ l’ambiente al quale siamo subordinati sin dalla nascita ed in ogni nostra espressione fisica o culturale. La tecnica è il nostro orizzonte di senso. Essa non svela scenari, essa è. Ed è’ inconfutabile il fatto che ci adattiamo al mondo, che essa sia il nostro destino e non possiamo fuggirle.

La Modernità è il tempo in cui essa si dispiega con tutte le sue forze telluriche e l’ampia e variegata produzione scientifica sul tema dimostra che non è un pallino da reazionari, come Lei però lascia intendere.

Lei però dice che “affermare che la tecnica rappresenta un convitato costante, imponente e sempre più pervasivo nella vita degli esseri umani e del pianeta, è un fatto, una constatazione”. E Le sembra un elemento di poco conto? E’ davvero di poco conto il fatto che il Tempo abbia un significato diverso rispetto ai millenni che ci hanno preceduto? Che gli spazi non hanno più la stessa dimensione? Che il lavoro e quindi la produzione e di conseguenza il consumo, occupino la quasi totalità del tempo di ogni essere umano?  Che la razionalità abbia seppellito la passione e l’istinto? Ed in tutto questo, ed in molto altro ancora, lei non legge anche una relazione causa-effetto con la Tecnica?

In più sembra meravigliarsi del fatto che uno storico si occupi di temi “metafisici”. In primo luogo trattandosi di intervista, Nolte risponde a mie sollecitazioni. Dunque, nel caso specifico, sono io ad assumermi questa quota di responsabilità. In secondo luogo la formazione culturale di Nolte, come Lei ricorda,  non è solo volta a mettere in fila i fatti del passato ma spesso ad individuare le ragioni di uno o più fenomeni. Infine, ed è qui la vera novità di Nolte che implicitamente Lei sottolinea, lanciandosi su temi non propriamente da storico, lo sbigottimento cresce a dismisura, tanto da non rendere credibili le sue tesi o tuttalpiù relegarle nel girone infernale con quelle dei conservatori più retrivi. Ma come ho sottolineato anche in altre occasioni ci sono due tipologie di storici: da una parte quelli che si occupano solo ed esclusivamente del passato e dall’altra quelli che si gettano nell’agone del dibattito politologico con un carico di partigianeria che poi non giova a nessuno. Nolte non appartiene a nessuna di queste categorie perché  il filo logico che lega la lettura del passato a quella dei fatti di oggi, in lui, si struttura intorno ad una costruzione tanto filosofica quanto storica e l’analisi del presente non è mai scevra da dubbi.

Non credo perciò che, come Lei sostiene, il lettore stia lì a chiedersi, ogni tre o quattro righi, a che cosa serva questa presenza della Tecnica nel discorso di Nolte.

Le vicende narrate dallo storico tedesco rientrano in quella cornice culturale che passa anche per l’antitesi spengleriana tra "Kultur" e "Zivisation, per le tesi dei rivoluzionari conservatori tedeschi della prima metà del’900 che lessero nella modernità la decadenza dell’occidente e grazie ad essa l’avvento generalizzato e totalizzante della tecnica. Passa anche, ma non solo. Nolte giunge a queste conclusioni perché ha letto tutto il novecento.

Dunque, per restare alla sua critica, se la cifra della modernità non è la Tecnica, allora  quale sarebbe? Non lo ha scritto “solo Martin” ma una sterminata serie di intellettuali di provenienza e percorsi culturali, a volte anche diametralmente opposti. Peraltro l’idea di Tecnica ha molteplici varianti ed anche da quelli che vengono erroneamente definiti reazionari le analisi sono a volte sorprendenti:. Ernst Jünger, addirittura, in una certa fase della sua vita, dall’esaltazione delle forze primordiali scatenatesi dalla Tecnica tentò di tirare fuori Dio.

Non entro nel discorso sulla correlazione dei temi della Tecnica con il nazismo ma il dato che non sarebbe  possibile criticare l’America perché lì non sono nati razzismo e campi di concentramento mi pare abbastanza fragile seppur condivisibile. Più che un’analisi  sembra la riproposizione di quei rituali che inebriano il senso di appartenenza. Non c’è stato il nazismo, quindi è il migliore dei mondi possibili.

 Il nostro, per fortuna, non è un mondo che deve scegliere tra nazismo e libertà ma tra diversi tipi di democrazie liberali, il che però non implica che la libertà sia un dato ovunque acquisito e che essa abbia la stessa forma e sostanza in ogni luogo del pianeta.

Ed è abbastanza superficiale il fatto che non essendoci stato il razzismo e, chiamiamolo con il proprio nome, l’Olocausto, le critiche all’America e di conseguenza alle democrazie occidentali non interessate dai totalitarismi cadrebbero in maniera molto facile. Un assioma che ostacola ogni tipo di critica. Visto che il peggio della storia è stato incarnato in Germania negli anni 30, il resto è sempre meglio. Tutto ciò è vero, ma non credo che il termine di paragone per analisi approfondite sui temi della libertà,  possa essere il nazismo.

Sul tema delle critiche al liberalismo, anche qui, credo si rischi di cadere nel politically correct. E diciamola tutta: il liberalismo non si critica perché è la moderna teologia politica. Rifuggo dai toni agiografici quanto dalla retorica ma basterebbe citare tutte le restrizioni di libertà che negli ultimi decenni, per esempio in tema di privacy e di riservatezza, sta subendo l’individuo a livello planetario, per rendersi conto che le cose non stanno così come appaiono. La libertà è sempre più declinata a parole e meno declinata nei fatti.

La formula usata da Nolte , la società dei supermercati, è anch’essa esemplificativa ma non confutabile, nemmeno dai sostenitori del liberismo duro e puro. Altrimenti come vogliamo definirlo il nostro tempo? L’età delle biblioteche e dei grandi narratori? L’età delle cattedrali? L’epoca in cui vengono esaltate le identità nazionali, le patrie o le comunità? O ancora l’età dell’egalitarismo planetario o del socialismo realizzato? Penso proprio che nessuna di esse vada bene.  Il fatto che Nolte indichi un mondo sempre più liberale e quindi sempre più tendenzialmente illiberale non è una contraddizione.

Il fatto stesso che ancora oggi, Nolte come molti altri,  non possono esprimere delle perplessità o delle varianti sul tema, dimostra che siamo in una nuova fase di ideologismo soffuso, poco doloroso ma  ugualmente penetrante.