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Una risposta a Michela Nacci sul mio libro-intervista su Nolte

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Ringrazio Michela Nacci per il corposo, intelligente e dettagliato articolo sul mio libro-intervista ad Ernst Nolte. Non sarei intervenuto nel dibattito che si è aperto non foss’altro per la serietà delle tesi portate da Michela Nacci e dal fatto che le numerosi citazioni sottintendono il fatto che, seppur minuscolo, il librino è stato letto integralmente. In tempi in cui i recensori si moltiplicano a vista d’occhio, questo elemento mi è sembrato di indiscutibile serietà, anche se non esclude una mia contro-replica. In realtà, i colpi di fioretto dovrebbero essere inferti dal Prof. Nolte le cui tesi vengono parzialmente confutate ma un breve intervento mi sento di farlo, anche perché condivido in toto le tesi dello storico tedesco.

Partiamo dall’inizio.

Che la Tecnica non sia solo uno strumento ma sia diventata anche un fine e convertita in un fattore simbolico sembra un considerazione incontrovertibile. Essa è il tratto comune del nostro tempo. E’ l’ambiente al quale siamo subordinati sin dalla nascita ed in ogni nostra espressione fisica o culturale. La tecnica è il nostro orizzonte di senso. Essa non svela scenari, essa è. Ed è’ inconfutabile il fatto che ci adattiamo al mondo, che essa sia il nostro destino e non possiamo fuggirle.

La Modernità è il tempo in cui essa si dispiega con tutte le sue forze telluriche e l’ampia e variegata produzione scientifica sul tema dimostra che non è un pallino da reazionari, come Lei però lascia intendere.

Lei però dice che “affermare che la tecnica rappresenta un convitato costante, imponente e sempre più pervasivo nella vita degli esseri umani e del pianeta, è un fatto, una constatazione”. E Le sembra un elemento di poco conto? E’ davvero di poco conto il fatto che il Tempo abbia un significato diverso rispetto ai millenni che ci hanno preceduto? Che gli spazi non hanno più la stessa dimensione? Che il lavoro e quindi la produzione e di conseguenza il consumo, occupino la quasi totalità del tempo di ogni essere umano?  Che la razionalità abbia seppellito la passione e l’istinto? Ed in tutto questo, ed in molto altro ancora, lei non legge anche una relazione causa-effetto con la Tecnica?

In più sembra meravigliarsi del fatto che uno storico si occupi di temi “metafisici”. In primo luogo trattandosi di intervista, Nolte risponde a mie sollecitazioni. Dunque, nel caso specifico, sono io ad assumermi questa quota di responsabilità. In secondo luogo la formazione culturale di Nolte, come Lei ricorda,  non è solo volta a mettere in fila i fatti del passato ma spesso ad individuare le ragioni di uno o più fenomeni. Infine, ed è qui la vera novità di Nolte che implicitamente Lei sottolinea, lanciandosi su temi non propriamente da storico, lo sbigottimento cresce a dismisura, tanto da non rendere credibili le sue tesi o tuttalpiù relegarle nel girone infernale con quelle dei conservatori più retrivi. Ma come ho sottolineato anche in altre occasioni ci sono due tipologie di storici: da una parte quelli che si occupano solo ed esclusivamente del passato e dall’altra quelli che si gettano nell’agone del dibattito politologico con un carico di partigianeria che poi non giova a nessuno. Nolte non appartiene a nessuna di queste categorie perché  il filo logico che lega la lettura del passato a quella dei fatti di oggi, in lui, si struttura intorno ad una costruzione tanto filosofica quanto storica e l’analisi del presente non è mai scevra da dubbi.

Non credo perciò che, come Lei sostiene, il lettore stia lì a chiedersi, ogni tre o quattro righi, a che cosa serva questa presenza della Tecnica nel discorso di Nolte.

Le vicende narrate dallo storico tedesco rientrano in quella cornice culturale che passa anche per l’antitesi spengleriana tra "Kultur" e "Zivisation, per le tesi dei rivoluzionari conservatori tedeschi della prima metà del’900 che lessero nella modernità la decadenza dell’occidente e grazie ad essa l’avvento generalizzato e totalizzante della tecnica. Passa anche, ma non solo. Nolte giunge a queste conclusioni perché ha letto tutto il novecento.

Dunque, per restare alla sua critica, se la cifra della modernità non è la Tecnica, allora  quale sarebbe? Non lo ha scritto “solo Martin” ma una sterminata serie di intellettuali di provenienza e percorsi culturali, a volte anche diametralmente opposti. Peraltro l’idea di Tecnica ha molteplici varianti ed anche da quelli che vengono erroneamente definiti reazionari le analisi sono a volte sorprendenti:. Ernst Jünger, addirittura, in una certa fase della sua vita, dall'esaltazione delle forze primordiali scatenatesi dalla Tecnica tentò di tirare fuori Dio.

Non entro nel discorso sulla correlazione dei temi della Tecnica con il nazismo ma il dato che non sarebbe  possibile criticare l’America perché lì non sono nati razzismo e campi di concentramento mi pare abbastanza fragile seppur condivisibile. Più che un’analisi  sembra la riproposizione di quei rituali che inebriano il senso di appartenenza. Non c’è stato il nazismo, quindi è il migliore dei mondi possibili.

 Il nostro, per fortuna, non è un mondo che deve scegliere tra nazismo e libertà ma tra diversi tipi di democrazie liberali, il che però non implica che la libertà sia un dato ovunque acquisito e che essa abbia la stessa forma e sostanza in ogni luogo del pianeta.

Ed è abbastanza superficiale il fatto che non essendoci stato il razzismo e, chiamiamolo con il proprio nome, l’Olocausto, le critiche all’America e di conseguenza alle democrazie occidentali non interessate dai totalitarismi cadrebbero in maniera molto facile. Un assioma che ostacola ogni tipo di critica. Visto che il peggio della storia è stato incarnato in Germania negli anni 30, il resto è sempre meglio. Tutto ciò è vero, ma non credo che il termine di paragone per analisi approfondite sui temi della libertà,  possa essere il nazismo.

Sul tema delle critiche al liberalismo, anche qui, credo si rischi di cadere nel politically correct. E diciamola tutta: il liberalismo non si critica perché è la moderna teologia politica. Rifuggo dai toni agiografici quanto dalla retorica ma basterebbe citare tutte le restrizioni di libertà che negli ultimi decenni, per esempio in tema di privacy e di riservatezza, sta subendo l’individuo a livello planetario, per rendersi conto che le cose non stanno così come appaiono. La libertà è sempre più declinata a parole e meno declinata nei fatti.

La formula usata da Nolte , la società dei supermercati, è anch’essa esemplificativa ma non confutabile, nemmeno dai sostenitori del liberismo duro e puro. Altrimenti come vogliamo definirlo il nostro tempo? L’età delle biblioteche e dei grandi narratori? L’età delle cattedrali? L’epoca in cui vengono esaltate le identità nazionali, le patrie o le comunità? O ancora l’età dell’egalitarismo planetario o del socialismo realizzato? Penso proprio che nessuna di esse vada bene.  Il fatto che Nolte indichi un mondo sempre più liberale e quindi sempre più tendenzialmente illiberale non è una contraddizione.

Il fatto stesso che ancora oggi, Nolte come molti altri,  non possono esprimere delle perplessità o delle varianti sul tema, dimostra che siamo in una nuova fase di ideologismo soffuso, poco doloroso ma  ugualmente penetrante.

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3 COMMENTS

  1. Risposta a Iannone
    Caro Iannone,

    La ringrazio per le Sue osservazioni. Replico brevemente sui punti principali che tocca.

    Il fatto che io possa pensare che il mondo in cui viviamo è ad alta densità tecnologica è cosa diversa dalle tesi di Heidegger e di molti altri filosofi novecenteschi sul carattere demiurgico e totalitario della Tecnica: la mia è un’opinione come tante, quella una tesi metafisica sulla Tecnica e la modernità. Quella tesi porta Heidegger a giustificare i totalitarismi: solo quei regimi erano secondo lui all’altezza della Tecnica planetaria. Il fatto che Nolte condivida la concezione heideggeriana è, a mio parere, più di intralcio che di aiuto alle sue tesi storiografiche assai interessanti.

    Quanto al paragone fra nazismo e liberalismo, Germania degli anni trenta e Stati Uniti, vedere nei paesi liberali il peggio della storia e la strada (se non già la realizzazione compiuta) di regimi illiberali mi pare un tema alla moda più o meno dall’epoca di “L’uomo a una dimensione” di Herbert Marcuse. Ma ognuno può pensarla come vuole: io alle camere a gas preferisco i supermercati.

    Con viva cordialità

    Michela Nacci

  2. Su Nolte
    Cara Nacci,
    a scanso di equivoci, mettere sullo stesso piano le camere a gas e “la società dei supermercati” è operazione che nessuno tenta di fare. Le prime sono un abominio; “la società dei supermercati”, di cui parla Nolte, è la conseguenza ed il simbolo del nostro tempo che merita di essere aspramente criticato. Ma criticare le numerose falle del liberalismo non impone, come taluni tendono o fanno finta di credere, un ritorno al passato tanto più se si tratta di un passato segnato da tragedie di quelle dimensioni. Ma bisogna farlo.
    Le ribadisco che il carattere “demiurgico e totalitario” della Tecnica è una considerazione che mi sento di condividere ma la correlazione diretta tra le tesi heideggeriane, le giustificazioni dei totalitarismi e gli studi di Nolte sull’argomento, mi sembra forzata ed indotta da tanta letteratura negativa sia sull’uno che sull’altro.
    Lei poi afferma che tali critiche erano “un tema alla moda più o meno dall’epoca di “L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse” implicitamente dando ragione a quanto sostengo. E cioè che la nostra è una società omologata ed omologante, tant’è che le ultime critiche degne di nota, risalirebbero a Marcuse. Ha ragione nel dire che sono datate perché ritengo, ed è qui il punto, che un alternativa non esista, né possa più esistere (sul tema Heidegger e Junger hanno scritto “Oltre la linea” e Fukuyama, esplorando altri percorsi, ha sostenuto la tesi della fine della storia).
    Su questo mi sento perciò di darle ragione. Questa idea di società è quella che ha vinto la sfida finale.
    Con stima
    Luigi Iannone

  3. Sul mito della “Tecnica”
    Caro Iannone, non so quanto sia benvenuto l’intervento del lettore in un dibattito apparentemente a due, ma provo lo stesso a dare il mio contributo.
    Non ho letto il libro di Iannone, per cui limiterò il mio commento al contenuto del suo intervento, partendo anch’io dall’inizio.

    Innanzi tutto devo dire che il mio dissenso è radicale e riguarda i presupposti del suo argomento.
    Mi pare di capire che Lei dia alla parola “Tecnica” il senso di una categoria filosofica e non solo culturale. Credo che questa concezione sia il frutto di un equivoco proprio di molte impostazioni filosofiche contemporanee che tendono a vedere il mondo moderno come radicalmente diverso da quello che lo ha preceduto piuttosto che come una sua evoluzione.
    Per meglio intenderci, le tecniche (al plurale) sono, prese una per una, gli strumenti concettuali con cui vengono messi in pratica i processi e le arti. Al singolare la parola perde ogni riferimento ai significati pratici perché non ha senso unificare tutte queste attività sotto un unico dominio. Se da un lato lo studio delle varie tecniche dovrebbe ricadere nel dominio della tecnologia, la parola “Tecnica” declinata la singolare può al più rappresentare uno dei vari aspetti mitologici che soggiacciono alla Modernità, ma non l’unico a caratterizzarla.
    Al contrario, è perfettamente corretto dire che che le conoscenze tecniche (al plurale) subordinano fin dalla nascita ogni nostra espressione fisica o culturale, ma questo è vero fin dal neolitico o anche prima. Sono in fondo gli eventi tecnici, a partire dalla domesticazione del fuoco, delle piante e degli animali, a segnare gli orizzonti culturali e pratici in cui si muove da sempre l’umanità. come mostra magistralmente Jared Diamond in “Armi, acciaio e malattie”.

    E’ quindi lecito chiedersi in questa luce se davvero si possa pensare che il tempo abbia oggi un significato diverso rispetto ai millenni che ci hanno preceduto? A me sembra che questa sia un’affermazione troppo forte sul piano antropologico e troppo generica su quello storico-culturale, e mi spingerei a dire che, guardata con occhio critico, si rivela solo una delle tante variazioni sul mito dell’età dell’oro originaria.
    Poi, davvero possiamo dire che gli spazi si sono ristretti antropologicamente solo di recente? Mi pare più ragionevole osservare che la riduzione degli spazi è un fenomeno presente da millenni, anche se è in continua accelerazione grazie all’introduzione di sempre nuove tecniche di comunicazione e di trasporto, ma che non è una novità interamente moderna, come testimoniano fin dall’antichità le guerre, i traffici e i contatti fra le differenti culture.
    E, infine, davvero crediamo che “il lavoro e quindi la produzione e di conseguenza il consumo, occupino la quasi totalità del tempo di ogni essere umano?” solo da oggi, dimenticandoci del lavoro spesso bestiale dei contadini e degli schiavi, cioè delle forze produttive del passato, o  che “la razionalità abbia seppellito la passione e l’istinto?“, quasi che il mondo moderno abbia magicamente potuto cambiare la natura stessa degli uomini.
    E’ chiaro che se diamo per buono tutto questo, allora possiamo credere che “in tutto questo, ed in molto altro ancora” , si legga “ anche una relazione causa-effetto con la Tecnica” , ma se rifiutiamo di accettare acriticamente i miti fondati su quella che a mio parere è solo una (cattiva) filosofia contemporanea, allora tutto ciò cade e con esso anche la sua tesi di.

    Fra i suoi argomenti ce ne sono poi anche altri suscettibili di discussione, non tanto in quanto falsi, ma piuttosto perché, mi si scusi il bisticcio, sottilmente banali.
    Non vedo, per esempio, infatti che cosa ci sia da scandalizzarsi se la nostra società sia “omologata e omologante“. Al di là dei potenziali dubbi sul termine “omologata” (a che cosa?), mi piacerebbe sapere come può, per sua stessa natura una società umana qualsiasi non essere omologante. Il passato non ci offre esempi di società simili, come testimoniano anche le diffuse e comuni persecuzioni religiose e politiche. Il fatto che la società contemporanea sia in grado di utilizzare strumenti di omologazione meno violenti e distruttivi mi pare un passo avanti e non un limite o un difetto della Modernità.
    C’è nel suo argomentare una cosa mi infastidisce non poco, e cioè il senso derogatorio dato al termine “società dei supermercati”. La definizione di Nolte coglie certamente un aspetto centrale e importante della nostra era, ma è corretto contrapporlo come fa lei alle biblioteche e ai grandi narratori? (Sorvolo sulla parte restante delle sue affermazioni perché mi sembra solo che mostrino come in fondo per lei la libertà individuale non sia un ideale etico del tutto indipendente.) La nostra è ben lungi da essere una società in cui il progresso culturale ristagna. Solo per fare uno fra molti possibili esempi, la soluzione dell’ultimo problema di Fermat da parte di Wiles nel 1995 non è forse una tappa importante per la cultura dell’intera umanità? Se risponde di no nega il valore culturale della Scienza e rivela una radice antiscientifica nel suo modo di ragionare.
    Io sono sempre molto scettico nei confronti delle tesi che pretendono di qualificare la libertà e cercano di distinguere fra quella “vera” e quella “falsa”. Un’analisi approfondita di questa questione occuperebbe molto spazio, per cui mi limito ad osservare che se essa è anche frutto dell’opportunità, allora proprio il mercato (e quindi, per estensione, il supermercato) è una delle sue officine.
    In questo senso il liberalismo, inteso in senso economico e culturale, e non solo politico, non è la fine della Storia, ma un passaggio obbligato per la convivenza globale e uno strumento necessario ma non sufficiente per la risoluzione dei conflitti.
    In summa, se il suo pensiero riflette quello di Nolte, non mi sembra incongruo accusare quest’ultimo di soffrire di qualche nostalgia. Certamente non per il nazismo o le sue radici (che, noto en passant, non sono state il solo “peggio” della storia del XX secolo, anche il comunismo ha avuto orrori equivalenti), ma per un’età d’oro che non è mai esisitita e che non potrà mai esistere.

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