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Una scuola senza autorità. Tutta colpa del ’68

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Sempre più spesso la scuola sale agli ‘onori’ della cronaca in compagnia di istituzioni altrettanto rispettabili, ma che con essa dovrebbero avere poco a che fare: i carabinieri, la polizia (insomma, le forze dell’ordine) e la magistratura. Il caso più recente è quello dell’insegnante di Palermo che, per punire uno studente resosi protagonista di un episodio di prepotenza e intolleranza, lo aveva obbligato a scrivere cento volte “sono un deficiente” sul suo quaderno: per tutta risposta, il padre del ragazzo (dopo aver dato della “cogliona”, sul medesimo quaderno, alla professoressa) aveva denunciato quest’ultima alla Procura della Repubblica, la quale a sua volta ne aveva chiesto il rinvio a giudizio per abuso dei mezzi di correzione (per fortuna in questo caso il giudice ha poi dato ragione all’insegnante). Poche settimane prima il Ministro della Salute Livia Turco – in seguito al caso di un ragazzo morto in una scuola della provincia di Milano dopo aver assunto degli stupefacenti – aveva proposto di far controllare a tappeto le aule scolastiche dai carabinieri dei Nas, per restituire ai genitori e ai ragazzi un diritto difficilmente contestabile (la sicurezza all’interno della scuola) e all’istituzione scolastica “l’immagine pulita che merita”.

Ma nemmeno questo caso – in cui un esponente autorevole della sinistra aveva avuto il coraggio di mandare un segnale forte – è servito ad avviare una seria riflessione sui problemi della scuola e dell’educazione del nostro Paese, che sono e diverranno sempre più problemi di importanza cruciale. All’iniziativa del ministro Turco sono infatti seguite reazioni stupite, da parte di alcuni suoi colleghi di governo e di un’istituzione importante come il Cidi (Centro di iniziativa democratica degli insegnanti), che hanno portato al rapido accantonamento della proposta. Per la verità, a stupire dovrebbe essere la reazione di questi neo-perbenisti, che di fronte ad una realtà difficile e per certi aspetti drammatica preferiscono coprirsi gli occhi e rifugiarsi nel comodo porto delle frasi fatte (dobbiamo educare e non reprimere) e dei palliativi (i corsi di educazione alla legalità, ad esempio, come se il rispetto delle regole della convivenza civile non fosse qualcosa che si apprende giorno per giorno, nel concreto svolgersi della vita scolastica, ma l’oggetto di una materia specifica, fondata su un sapere di tipo tecnico, da impartirsi in appositi corsi).

In realtà, nulla si capisce di quel che sta accadendo nelle scuole italiane se non si pone in relazione il sempre più frequente intervento delle forze dell’ordine o della magistratura (intervento che nessuno vorrebbe: ma questa è un’ovvietà) con la profonda crisi che ha investito il principio di autorità. E’ il grave indebolimento dell‘autorità di docenti e dirigenti scolastici che determina a presenza sempre più frequente, nelle scuole, del potere (ossia, degli apparati coercitivi dello Stato). Ma autorità e potere, potrebbe obiettare qualcuno, non sono forse la stessa cosa? No, anche se attraverso un lungo processo i due termini hanno finito per sovrapporsi sino a perdere l’originaria distinzione che li separava (e che sarebbe bene recuperare). Autorità è infatti un termine che aveva, originariamente, un significato positivo, di cui rimane traccia nell’etimologia: auctoritas deriva da augere (far crescere), alla cui radice sono connessi termini come augusto (colui che accresce), augurio, aiuto, autore. Questo originario significato positivo emerge nel modo più chiaro nella famiglia, dove i genitori sono autori dei figli sia in senso fisico, attraverso la generazione, sia in senso morale, attraverso l’educazione: ed è questa condizione di autori (ossia di coloro che ‘creano’, ‘conservano’ e ‘accrescono’ qualcosa) che conferisce loro autorità. In questa origine si coglie anche la ragione della distinzione che, sino alle soglie dell’età moderna, veniva fatta tra autorità e potere: mentre il potere in senso stretto (potestas) rimandava all’idea di una forza esterna, in grado di costringerci all’obbedienza, l’autorità rimandava a quella che oggi noi chiameremmo autorevolezza, ossia ad una condizione di superiorità – dovuta all’età, alla sollecitudine, alla capacità – che riconosciamo spontaneamente e che ci induce ad obbedire senza bisogno di coercizione.

La crisi radicale di questa nozione di autorità, che è condizione ineliminabile di qualsiasi processo di crescita, ha un’origine ben precisa: essa proviene dalla cultura del Sessantotto, che – ispirata alle teorie della Scuola di Francoforte – ha diretto i suoi strali non contro la degenerazione dell’autorità (l’autoritarismo), ma contro il principio in se stesso, ravvisando in esso una forma di dominio. Di qui l’attacco a istituzioni come la famiglia e la scuola e alle figure che in esse incarnano l’autorità. Questo attacco – che ha portato intere generazioni a pensare di poter educare senza mai ‘dire no’ (no motivati e appassionati, ma pur sempre ‘no’) – ha condotto alla diffusione di un largo permissivismo, spesso venato di indifferenza e assenteismo, che è all’origine del disagio e dei comportamenti aggressivi e/o autodistruttivi di tanti ragazzi dei giorni nostri. Ma la cultura del Sessantotto non ha soltanto indebolito il principio d’autorità; essa ha anche attaccato frontalmente il principio del merito, facendo sì che intere generazioni di insegnanti approdassero nelle scuole senza quelle capacità e quella preparazione che costituiscono uno dei requisiti decisivi per ottenere la fiducia e il rispetto da parte dei ragazzi. Di qui la verticale perdita d’autorità di docenti e presidi, che spesso non riescono ad esercitare la loro autorità e che quando lo fanno vengono in genere pesantemente criticati dalle famiglie (molte delle quali, non esercitando più alcuna autorità, non possono tollerare che lo faccia qualcun altro, anche perché ciò suona come un’implicita condanna della loro azione di educatori). Indebolita oltre ogni limite l’auctoritas non rimane che la potestas: il ragazzo che sbaglia non ha più di fronte un insegnante o un genitore che gli pongono, con affetto ed equilibrio, dei limiti, ma un carabiniere o un magistrato che applicano le leggi dello Stato. Di fronte a questo esito, alcuni eredi del Sessantotto – questo “ripiegamento dell’intelligenza collettiva”, come lo ha definito Nicola Rossi sul Corriere della Sera del 28 giugno scorso – si stupiscono e si indignano. Farebbero meglio, se ne sono capaci, a pensare.

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