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Una soluzione per ripianare il deficit potrebbe essere tassare i reati

Più volte ci siamo soffermati sulla opportunità di tassare i proventi illeciti. L’importanza di una tale azione di contrasto rileva infatti sotto vari profili, sia latu sensu etico, come giusta reazione a comportamenti riprovevoli, sia (più cinicamente) economico, come giusta imposizione su redditi comunque non dichiarati.

Perché infatti tassare quanto incassato in nero dall’idraulico e non tassare invece quanto incassato (naturalmente in nero) dallo spacciatore, dallo sfruttatore di prostitute, dall’estorsore, dall’usuraio, dal corrotto (e la lista potrebbe essere quasi infinita)? I piani di contrasto in tale campo possono peraltro essere molti.

Con la legge 136/2010 pubblicata nella Gazzetta ufficiale del 23 agosto scorso, del resto, è stato stabilito che indagini fiscali, economiche e patrimoniali, al fine di procedere ad accertamenti fiscali, ai fini Iva e delle imposte sui redditi, possono essere avviate nei confronti degli indiziati di appartenere ad associazioni di stampo mafioso, ma anche per i sospettati di crimini messi in atto, in forma organizzata (con la partecipazione di tre o più componenti), come i sequestri di persona, lo sfruttamento della prostituzione, l’introduzione e il commercio nello Stato di prodotti falsi e altri ancora. In sostanza, tutti i reati previsti dall’articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale e dall’articolo 12-quinquies, comma 1, del decreto legge 306/1992 (trasferimento fraudolento di valori).

Naturalmente, le stesse indagini ed accertamenti possono, a maggior ragione, essere indirizzate anche nei confronti di chi, per gli stessi crimini, è stato addirittura condannato, sebbene con sentenza non definitiva. Questo è dunque un primo, importante, canale normativo.

Ma, potremmo dire in via ordinaria e a prescindere dalla sussistenza di tali specifici reati, l’Amministrazione Finanziaria può sempre accertare e tassare i proventi derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo. Per chi commette delitti da cui deriva un determinato provento, dunque, non può essere invocata alcuna immunità fiscale. Come recentemente dimostrato anche da un rinnovato vigore dell’azione dell’Amministrazione Finanziaria in tal senso. Anche nel caso in cui il contribuente/imputato abbia patteggiato, del resto, la prova della legittimità della pretesa (fiscale) dell’Amministrazione sarà fornita ex se.

Una sentenza della Corte di Cassazione del 2005 ha infatti stabilito che il patteggiamento costituisce indiscutibile elemento di prova per il giudice tributario nel processo relativo alla legittimità dell’avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Entrate per il recupero a tassazione dei proventi illeciti. L’azione del Fisco, peraltro, anche se soggetta ad un più attento vaglio dal punto di vista processual-probatorio, potrà in ogni caso avvenire anche quando il procedimento penale non sia ancora concluso e quindi anche senza che vi sia già una sentenza di patteggiamento o di condanna.

Tali considerazioni, infine, non valgono solo per gli accertamenti ai fini delle imposte dirette, ma anche per il recupero della relativa Iva, dato che, come più volte ribadito dalla Corte Suprema, le attività illecite, in base ai principi dell'ordinamento comunitario, laddove vi possa essere concorrenza tra attività lecita ed illecita, sono soggette, oltre che alle imposte sui redditi, anche all'Iva.

 

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1 COMMENT

  1. politica fiscale
    Sono un libero professionista, il mio lavoro, sia pure per una infima parte contribuisce alla crescita del paese. I miei guadagni sono tassati con un aliquota del 43%.
    Mi capita di avere investito in alcuni prodotti finanziari i miei risparmi: i guadagni in questo caso sono tassati al 12,5%.
    Non si potrebbe cominciare da qui e riequilibrare le tasse sul lavoro e quelle sulle rendite?

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