Una tavola rotonda di Magna Carta per discutere della rivoluzione iraniana in Medio Oriente

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Una tavola rotonda di Magna Carta per discutere della rivoluzione iraniana in Medio Oriente

04 Agosto 2007

In Medio Oriente , mentre l’Italia provinciale del ministro degli Esteri Massimo D’Alema ancora si interrogava se dialogare o meno con i terroristi islamici di  hamas e di hezbollah nel quadro delle scarse prospettive di pace tra palestinesi e israeliani, è avvenuta una vera e propria rivoluzione senza che nessuno qui da noi se ne accorgesse. Una rivoluzione negativa e preoccupante, tutta nel cono d’ombra del nuovo stato leader del fondamentalsimo anti occidentale, l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad.

Di questa rivoluzione, tutt’altro che copernicana, e delle conseguenze che questo nuovo stato di cose comporteranno per gli equilibri dell’intera regione si è parlato venerdì in una tavola rotonda tenutasi alla Fondazione Magna Carta insieme a Fiamma Nirenstein, editorialista del Giornale e scrittrice.

Presenti il senatore Gaetano Quagliariello, che è anche presidente della Fondazione Magna Carta, e il portavoce di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, oltre a numerosi addetti ai lavori della geopolitica mediorientale e della comunicazione, la Nirenstein ha fatto il punto sulle ultime preoccupanti notizie provenienti da quell’area del globo che da decenni è fucina del terrorismo. Islamico e non.

La prima notizia è che ormai il fronte dei paesi arabi cosiddetti moderati, come Giordania, Egitto, Arabia Saudita, tutto desidera  in questo momento tranne che una rapida exit strategy statunitense dall’Iraq. La paura che gli sciiti possano fare dell’Iraq la seconda repubblica islamica sciita della zona, che in prospettiva potrebbe diventare un tutt’uno con Teheran, spaventa a morte soprattutto i regnanti Sauditi, che hanno ricevuto armi e soldi dagli americani ma che ancora non hanno sciolto tutte le loro ambiguità con il jihadismo qaedista, se è vero come è vero che oltre il 55% dei kamikaze che si fanno esplodere in Iraq,  nelle moschee sciite e nei mercati piuttosto che negli stadi calcistici, proviene proprio da Ryad. Il cui governo ha sì ricevuto 40 miliardi di dollari dal governo Bush, con molte proteste interne all’amministrazione da parte di chi “non si fida” e vede profilarsi scenari analoghi a quelli scoperti dopo l’11 settembre, ma in cambio ha dovuto fornire ampie garanzie di farsi parte attiva diplomatica per una prossima conferenza di pace in Medio Oriente. Conferenza che dovrà portare i paesi arabi moderati a riconoscere finalmente lo stato d’Israele. E a rinunciare alle utopie come il diritto al ritorno per 3 milioni di palestinesi, in gran parte pronipoti di quei 500 mila che nel 1948 persero la propria terra a causa della miopia dei paesi arabi che li consigliarono, anzi  imposero loro, di non accettare la risoluzione Onu che già all’epoca prevedeva i fatidici “due popoli e due stati”.

Fiamma Nirenstein si dimostra molto scettica sulla possibilità di potere trattare con Hamas anche perché la dirigenza del movimento terrorista in questione in realtà è ormai finanziata dall’Iran per fare fallire qualunque trattativa. Il tutto in un drammatico quadro di crescendo della minaccia nucleare di Teheran ormai a meno di due anni dalla bomba atomica. In tal senso, dando ormai per possibile una opzione militare contro le installazioni dove si arricchisce l’uranio iraniano da parte di Usa e/o Israele, le preoccupazioni di molti dei presenti al dibattito, come Johanna Arbib del Keren Heyesod Leisarel o Riccardo Pacifici, portavoce della comunità israelitica di Roma, era tutta incentrata sul come comunicare al mondo questo pericolo.

In tutta questa nuova cornice che ha rivoluzionato in peggio la questione mediorientale, il problema arabo-palestinese e quello israeliano stanno diventando secondari rispetto alla minaccia che Teheran può portare al mondo intero. Anche grazie alla nuova alleanza militare stretta con la Siria (paese che però potrebbe essere in vendita al miglior offerente, compresa l’America) per non parlare di quella operativa con la Russia di Putin, che sempre più incoraggia le logiche da guerra fredda sulla falsariga di quelle della ex Unione sovietica. La Russia infatti ha fornito all’Iran duecentocinquanta nuovi razzi Sukkoy 30 e come se non bastasse minaccia di mettere il veto all’Onu su ogni opzione di inasprimento delle sanzioni contro Teheran. E questo mentre la Cina non sta  guardare e ormai pretende di entrare nel giro grosso del petrolio arabo.

Israele in pratica si potrebbe preparare all’eventualità di una guerra. La miccia ancora una volta potrebbe partire dal Libano dove a Sud gli hezbollah si sono riarmati e a nord i movimenti sunniti di Fatah al Islam stanno tentando di radicarsi. Il Libano da parte sua rischia di tornare a un’atmosfera da guerra civile, viste le rinnovate brame della Siria sospinta dall’Iran, e il suo spregiudicato utilizzo degli hezbollah e le scelte molto ambigue dei cristiano maroniti del generale Aoun di schierarsi con gli hezbollah e assolutamente contro Israele in cambio della rielezione. Se saltasse però quella promessa, l’equilibrio potrebbe venire meno e allora il paese dei cedri tornerebbe ai tragici momenti del tutti contro tutti.

In  questa atmosfera da tregenda non mancano per fortuna alcuni segnali positivi, in netta contro tendenza. E riguardano tutti l’acquisita consapevolezza del popolo iraniano che non ne può più del suo tiranno e del regime degli ayatollah. Un recente sondaggio dice che il 67% del campione testato vedrebbe volentieri una rivoluzione di velluto che spazzasse via il regime, ma il 58% gradirebbe persino un’azione di “regime change” da parte di potenze straniere, mentre il 71% si schiera apertamente contro l’attuale governo e il 79% chiede disperatamente la democrazia.

Parallelamente all’azione di intossicazione terroristica di Teheran a  Gaza, anche hamas, dopo il golpe nella Striscia, sta perdendo consenso tra chi l’ha votata nel territorio confinante con l’Egitto. Paese che vede come il fumo agli occhi la presenza dell’Iran in loco. Nonostante  Hamas risiede a Damasco, e sia finanziata e supportata dall’Iran, la presenza dei suoi uomini nella Striscia è certa, come è certo che esponenti di Hamas viaggiano spesso nei campi di training degli iraniani e dei siriani.

Tutti gli occhi sono ora puntati su Abu Mazen di cui però pochi si fidano e nel cui potere, in fondo, quasi nessuno crede. A meno che l’Arabia Saudita non si prenda la responsabilità di guidare una contro rivoluzione dei sunniti più o meno moderati che usino anche il riconoscimento leale di Israele, barattato con la nascita dello stato di Palestina, come strumento per tenere a bada l’imperialismo persiano. La speranza è che prima o poi gli arabi capiscano che l’Iran potrebbe essere per loro ben più pericoloso di Israele e che insegnino nelle loro madrase non più l’odio anti occidentale ma quello contro chi già nel passato storico  li aveva sconfitti e  conquistati e dominati per secoli. In fondo la teoria del male minore non è sconosciuta nemmeno all’islam.