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Trattato di Lisbona

Unanimità al Senato: un nuovo europeismo è possibile

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L’Aula del Senato ha approvato mercoledì 23 luglio il Trattato di Lisbona. E – ecco la novità - lo ha fatto con un voto unanime. Lo stesso si sta avviando a fare la Camera dei deputati nei prossimi giorni. Non era mai successo.

I trattati europei furono sempre un elemento di divisione – all’epoca della guerra fredda – tra forze di Governo e l’opposizione social-comunista prima e comunista poi (ma anche l’opposizione della destra post-fascista). Ancora alla fine degli anni ’70 fu l’adesione al sistema monetario europeo a segnare il momento di rottura della solidarietà nazionale. Una divisione questa che si è ricomposta negli anni ’80 a immediato ridosso della caduta del muro di Berlino. La bandiera anti-europea è rimasta innalzata, a sinistra, dalle formazioni più radicali. Rifondazione comunista ha votato contro tutti i trattati europei che si sono succeduti negli ultimi anni: da Nizza al Trattato costituzionale. Un voto contro l’Europa dei mercati. Un costante voto contrario aveva espresso sino ad oggi un altro partito: la Lega. Contrarietà tuttavia che si è sempre colorata in modo diverso e ha avuto come suo vessillo la richiesta di far svolgere sui trattati consultazioni popolari. Dunque, da sempre una contrarietà non radicale come quella della sinistra, ma più metodologica (seppur colorata spesso con esibizioni folcloristiche). Un “no” all’Europa tecnocratica, lontana dai cittadini; ad un’Europa fatta di Stati sovrani irrispettosi delle autonomie.

Oggi, scomparsa dalle Aule parlamentari Rifondazione comunista, la Lega ha potuto votare a favore del Trattato di Lisbona. Lo ha fatto circondando il suo voto di una valanga di critiche all’Unione, alle sue politiche, alla sua assenza di radici. Ma son tutte queste sono state critiche all’Unione come è, non all’Unione in quanto tale.

Il Trattato di Lisbona, tanto più dopo il dibattito apertosi dopo il “no” irlandese, viene visto come un momento di passaggio. Una tappa da superare anche, seppur criticamente, “per diventare lo stimolo di una nuova Europa” (così il Capogruppo della Lega al Senato, Bricolo).

Sembra tutto un paradosso, interpretato dai più maligni come il frutto delle capacità di mediazione del Presidente del Consiglio, ma che invece, letto meglio, presenta elementi che non vanno trascurati.

Il Trattato di Lisbona – che pure contiene tanta parte del Trattato costituzionale, ma non più la sua ambizione – viene letto oggi, proprio per la sua veste dimessa, come simbolo di un momento di passaggio: da un lato lo si vede come ponte lanciato verso un’Europa più politicamente integrata ed avanzata (é il senso, ad esempio, dell’ordine del giorno presentato dal senatore Marini), dall’altro, come uno strumento il cui uso bisogna circondare di cautele (è il senso dei molti ordini del giorno accolti dal Governo e per lo più presentati dai senatori della Lega e della maggioranza, che chiedono una limitazione nell’interpretazione di norme previste dalla Carta dei diritti).

Così il terreno comune che ha permesso in Senato un voto unanime è quello di un trattato europeo che non scalda i cuori, che non si propone come prodotto di quel “mito di sostituzione”, di quella “nuova utopia rivoluzionaria” di cui ha parlato il senatore Quagliariello nella dichiarazione di voto finale parlando a proposito dell’ideologia europeista.

V’è un germe vitale nella conclusione di questo dibattito, che solo una polemica stantia di chi ha occhi rivolti verso il passato potrebbe trascurare o minimizzare: la voglia di radicare dal basso i fili di un nuovo europeismo italiano. Un europeismo che nel centro-destra si vuole fondare nel patrimonio comune, nelle tradizioni cristiane del popolarismo europeo.

Comune, seppur con una radicale differenza di accenti, è la considerazione della profonda crisi politica in cui versa l’Europa. Un’Europa che la Lega vorrebbe più capace di difendere e di proteggere e che i democratici vorrebbero più autorevole e proiettata in modo forte sulla scena internazionale.

Forse non è un’opera impossibile: quella di riannodare insieme l’europeismo spinelliano e quello del popolarismo mittel-europeo (così sempre Quagliariello). Un’opera che, con il voto unanime su Lisbona, se vi sarà saggezza e lungimiranza - come quella mostrata dalla paziente diplomazia del ministro Frattini - potrà dare dei frutti: un contributo italiano ad un nuovo europeismo.

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3 COMMENTS

  1. Voto unanime per il Trattato di Lisbona: c’è poco da compiacersi
    Poco da stare allegri se i Parlamentari italiani votano all’unanimità il trattato di Lisbona o cose simili. Quelli – soprattutto su materie europee – votano col cervello all’ammasso, senza neppur leggere i contenuti, a scatola chiusa: dentro il pacco potrebbe esserci qualsiasi “pacco”, qualsiasi porcheria. Tanto poi se la sorbirebbero i sudditi di questa meravigliosa “Unione Europea”. Occorre un cieco fideismo “europeista” per compiacersi di questi eventi. Il vero polso del gradimento comunitario lo dànno i cittadini europei (vedi Irlanda) quando possono davvero esprimersi. Non i culi di pietra e i satrapi parlamentari.
    MICHELE

  2. Una grave perdita di
    Una grave perdita di sovranità, che consente al Giudice nazionale di disapplicare la norma interna con quella interposta a fronte delle sentenze della giuridizione europea e di tutti gli atti comunitari scelti da una maggioranza di Bruxelles che, con la scusa di sciogliere la paralisi degli stati dissenzienti, per piegare i dissenzienti “ex lege” a suon di sanzioni e disapplicazioni del giudice interno.
    Un vero e proprio suicidio della sovranità del popolo ed anche del parlamento che lo rappresenta.
    Non si costruisce un futuro senza riconoscere la propria identità ed i propri valori comuni, non negoziabili che portano a diverse interpretazioni, non riconoscere la propria storia, imparando dagli errori del passato, cancellando tutte le identità in favore dei gruppi di pressione internazionali quali lobby e multinazionali varie..
    No all’europa dei tecnocrati, si all’europa dei popoli.

  3. Una grave perdita di
    Una grave perdita di sovranità, che consente al Giudice nazionale di disapplicare la norma interna con quella interposta a fronte delle sentenze della giuridizione europea e di tutti gli atti comunitari scelti da una maggioranza di Bruxelles che, con la scusa di sciogliere la paralisi degli stati dissenzienti, per piegare i dissenzienti “ex lege” a suon di sanzioni e disapplicazioni del giudice interno.
    Un vero e proprio suicidio della sovranità del popolo ed anche del parlamento che lo rappresenta.
    Non si costruisce un futuro senza riconoscere la propria identità ed i propri valori comuni, non negoziabili che portano a diverse interpretazioni, non riconoscere la propria storia, imparando dagli errori del passato, cancellando tutte le identità in favore dei gruppi di pressione internazionali quali lobby e multinazionali varie..
    No all’europa dei tecnocrati, si all’europa dei popoli.

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