Unicredit. Rampl: “Divorzio era inevitabile ma la Libia non è la causa”
23 Settembre 2010
di Redazione
Un riconoscimento al "grande lavoro" svolto in 15 anni da Alessandro Profumo ma la consapevolezza che alla banca "era necessario un cambiamento di leadership". Così il presidente di Unicredit Dieter Rampl spiega in una lunga intervista al Corriere della Sera la decisione di una rapida svolta a Piazza Cordusio che ha portato alle dimissioni dell’ad Profumo.
Rampl si dichiara pronto a spiegare ogni cosa al ministro Tremonti e non imputa agli investimenti libici la responsabilità diretta dell’accaduto anche se, ammette, "c’è stato un gran polverone destabilizzante: è per questo che dovevano prendere una decisione rapida". "Una figura non facile da sostituire, il mio impegno è fare presto. Alessandro Profumo ha reso grande questa banca – afferma- se siamo un’istituzione internazionale, paneuropeo, lo dobbiamo al suo grande lavoro. Non è stato facile arrivare alla separazione. Ma era necessario un cambiamento di leadership. Le strategie non cambiano. E nel giro di qualche settimana avremo un sostituito adeguato a quella grande banca che è Unicredit".
Quanto a una cacciata dell’ad di Unicredit, rampl replica: "Non si è trattato di questo. vede, la decisione assunta ieri dal consiglio di amministrazione non è ‘contro’ una persona. Ma una scelta per la banca. Il consiglio è giunto alla conclusione che dopo quindici anni i tempi erano maturi per un cambiamento nella leadership". Quanto al precipitare della situazione il presidente Rampl dice che "la rapidità della decisione è stata importante per ridurre il danno che la febbrile circolazione di voci e indiscrezioni stava causando all’azienda e alle persone che ci lavorano. Il vulcano in eruzione andava fermato".
Quanto ai suoi rapporti con Profumo, il presidente austriaco di piazza Cordusio si trincera dietro una frase sibillina "nel corso del tempo si sono accumulate distanze che non erano più sanabili" ma non aggiunge altro "sono legato a un impegno di riservatezza e non intendo violarlo" afferma e conferma che lui stesso ha parlato di visioni diverse sulla governance temnendo a precisare che non si è trattato di "una questione personale. È stato il consiglio a prendere una decisione".
Quanto alle ingerenze della politica sulla vicenda Rampl si mostra imperturbabile ed esclude qualsiasi ingerenza. "Sbaglia chi pensa che la politica possa determinare le scelte. Abbiamo un consiglio composto da 23 persone che provengono da realtà di grande rilevanza nazionale e internazionale". E ai timori di Bossi su una possibile scalata dei tedeschi la risposta è "forse è poco noto ma io sono austriaco e aggiunge siamo una grande banca e assicuro che non è facile scalarci". E sull’influenza delle fondazioni ancora rintuzza "pensare che un consiglio di livello così alto si faccia influenzare è fargli un torto".
"Se il ministro Tremonti vorra e potrà io sono assolutamente a disposizione per spiegare e chiarire ogni cosa a cominciare dal fatto che tutto è avvenuto nel solo ed esclusivo interesse della banca" afferma Rampl. Inoltre, il presidente di Unicredit bolla come "ricostruzioni fantasiose" quelle che assegnerebbero un ruolo a Cesare Geronzi, presidente delle Generali. E ancora sul ruolo dei libici speiga "La Libia come investitore non è mai stata un problema. Semmai le modalità d’ingresso di nuovi soci hanno aperto riflessioni importanti". E aggiunge "c’è stato un grande polverone destabilizzante. È per questo che dovevamo prendere una decisione rapida".
Rampl poi dichiara di non essere stato messo al corrente, ad un certo ounto della scalata dei libici. "È stato nell’aprile 2009 che incontrando profumo e me, il governatore della Banca Centrale della Libia, Farhat Omar Bendgara, ha manifestato un ‘interesse generale’ nell’Unicredit. La banca di tripoli aveva già sottoscritto i cashes e acquistato titoli sul mercato. Con Alessandro ne abbiamo parlato e io ho espresso qualche contrarietà sull’eventuale superamento della solglia del 5%. Ma poi non ho saputo più nulla e non avevo la minima idea che il fondo sovrano stesse comprando".
Quanto alle voci di una fusione tra Mediobanca e Generali Rampl risponde "non ne ho riscontro. E le enticipo la prossima domanda – previene la giornalista – la pertecipazione in Mediobanca? È strategica, non la venderemo".
