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Nuovi scenari

Unione Europea: quando non funziona più la legge del più forte

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Il minimo possibile il più tardi possibile: la regola aurea di Angela Merkel, che da 15 anni scandisce il passo dell’Unione Europea soprattutto quando c’è da reagire a una crisi, si è confermata vincente anche in tempi di catastrofe da virus. Il sentimento di comunità, di un orizzonte (destino) condiviso, che fin dall’esordio è stato motivo e collante dell’Unione nelle élite come in gran parte dei popoli, si è dissolto con il crollo finanziario del 2008 e con le ricadute europee del 2010-11: al suo posto è tornata, come guida dei comportamenti strategici, quell’idea di lotta per la supremazia nel continente che dal XVII secolo fino al 1945 ha scandito la vita politica delle nazioni europee.

Oggi l’Unione è un’architettura di norme (trattati, direttive, regolamenti), che organizza in modo sempre più cogente la vita economica degli Stati membri, e una burocrazia che espande di continuo competenze, organici, privilegi. A guidare questa macchina potente è un principio semplice (e universale): si decide in base ai rapporti di forza. Siccome il cuore delle norme è la disciplina fiscale, considerata presupposto per massimizzare l’export e basata sulla gestione/prevenzione del debito, chi ha bilanci in ordine comanda il gioco e i debitori patiscono. Si è visto in Grecia, si vede in Italia che da 10 anni non ha più crescita ed è appesa agli acquisti Bce dei suoi titoli di Stato.

Il predominio nell’Ue proietta potenza e dà vantaggi monetari (l’euro è sottovalutato rispetto ai parametri, ad esempio, dell’economia tedesca in quanto rappresenta anche economie più deboli). Sono benefit che però stanno svanendo: lo scontro tra Usa e Cina per il primato mondiale mette in cattiva luce il mercantilismo (gli Stati Uniti sembrano stanchi di finanziare gli avanzi commerciali di Cina e Germania) e il virus manda in recessione l’economia mondiale. L’Europa, a parte la promozione dell’export, non ha una strategia internazionale – mostra solo interessi nazionali, per lo più divergenti. Gli esempi abbondano: oscillazioni nevrotiche verso gli Stati Uniti, impotenza in Libia e in Siria, inerzia di fronte alle forzature della Turchia, irrilevanza sulla questione del fallito accordo nucleare tra Usa e Iran.

Il mutamento del quadro strategico diminuisce il valore del sistema europeo: il Regno Unito, fatti i conti, ha scelto un futuro in linea con la tradizione e se ne è andato, il continente perde rilevanza nel mondo e la supremazia resta sempre più un fatto domestico. La Germania, del resto, nella sua storia si è resa famosa per molte cose, ma non per la capacità di rivedere gli obiettivi strategici quando i fatti smentiscono gli assunti che li hanno plasmati. Aggiornare l’architettura Ue richiede nulla di meno che una modifica concorde dei trattati e il declino, per ora, non sembra giunto a un punto tale da consumare i vantaggi tattici dei più forti.

Per l’Italia oggi la presenza nell’Ue appartiene – anche per demeriti nostri – alla categoria del sacrificio: tuttavia se non emerge una visione politica che arresti la disgregazione dello Stato, appare difficile immaginare di contribuire in modo fattivo a una revisione dell’Unione.

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