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Equilibri mondiali

USA, Cina e Russia: un triangolo scivoloso per il futuro del mondo

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Marshall Billinglslea, consigliere personale di Donald Trump sul terrorismo e controllo degli armamenti nucleari, e il vice Ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov si incontreranno a Vienna il 22 Giugno per discutere sul rinnovamento del New Start (New Strategic Arms Reduction Treaty). L’accordo stipulato nel 2010 tra Barack Obama e Vladimir Putin è finalizzato alla riduzione degli armamenti nucleari da parte dei due paesi per un massimo di testate consentito pari a 1.550.

Una lieta notizia per Donald Trump, che cerca di portare a casa una normalizzazione dei rapporti con Mosca in vista delle prossime elezioni, tuttavia il sentiero è particolarmente scivoloso.

Gli Stati Uniti, a sorpresa, hanno preteso che la Cina partecipasse al trattato incontrando la perplessità di Mosca e il categorico rifiuto di Pechino. La portavoce del Ministro degli Esteri Huan Chunying ha motivato questa decisione con l’evidente squilibrio tra le potenze nucleari dei tre paesi. Circa 5800 testate in mano agli Stati Uniti e circa 6350 testate in mano alla Russia contro l’arsenale della Cina che oscillerebbe tra le 290 e le 320 testate. Pechino ha manifestato il proprio impegno al disarmo, tuttavia, secondo quanto riportato da un rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Cina, Corea del Nord e più marginalmente Israele, Pakistan e Regno Unito hanno accresciuto i propri arsenali mentre Stati Uniti, Russia e Francia si sono dati da fare per ridurli. Come se non bastasse Hu Xinjin il caporedattore del Global Times, giornale del Partito comunista cinese in lingua inglese e diretto ad un pubblico straniero, ha scritto un articolo affermando la necessità di Pechino di accrescere, nel breve periodo, la propria potenza nucleare fino ad arrivare ad un totale di 1.000 testate e 100 missili strategici Dongfeng-41.

I negoziati del 22 Giugno costituiscono una svolta inaspettata nei rapporti diplomatici tra Washington e Mosca.

Le tensioni tra i due paesi si sono arroventate l’anno scorso quando il Segretario di Stato Mike Pompeo ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal Trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces). L’accordo, stipulato nel 1987 tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, limitava l’utilizzo di missili balistici e cruise a medio e corto raggio, con una gittata dai 500 ai 5.500 km, attraverso un regime di verifiche incrociate ed ispezioni in loco. I due paesi hanno continuato ad accusarsi reciprocamente di violazione. Il culmine è stato raggiunto quando la Nato ha

attaccato Mosca affermando che i missili Novator 9M729 avessero una gittata superiore ai 500 km e che alcuni battaglioni fossero schierati lungo il confine occidentale, in prossimità dell’Europa. Il Cremlino aveva smentito assicurando che la gittata massima si aggirava intorno ai 480 km. Già ad Ottobre gli Stati Uniti avevano lanciato un ultimatum minacciando l’uscita unilaterale se entro il 2 Agosto Mosca non fosse rientrata nell’accordo. La risposta di Vladimir Putin era arrivata lo scorso Luglio, la Russia si ritirava formalmente dall’Inf.

Verso la fine di maggio Donald Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal Trattato Open Skies. Un accordo siglato il 24 maggio del 1992 che consente ai paesi firmatari di compiere voli di ricognizione a breve termine, ovviamente disarmati, sugli altri territori membri per raccogliere informazioni circa le attività militari al loro interno. Il trattato impone che gli aeromobili impiegati siano dotati di sensori in grado di identificare equipaggiamenti militari di artiglieria, aerei da combattimento e eventuali veicoli corazzati. Gli Stati Uniti, seguiti poco dopo dalla Russia, si sono ritirati dal trattato per due ragioni. Innanzitutto Mosca avrebbe limitato i sorvoli dell’aviazione statunitense in alcune zone strategiche, tra le quali l’enclave militare di Kaliningrad sulle coste del Mar Baltico. In secondo luogo, un gruppo di analisti da Washington aveva parlato di alcuni voli dell’aviazione russa su territorio americano ed europeo in modo da individuare i punti deboli statunitensi da colpire in tempo di guerra.

Il clima che accompagna i due paesi verso il 22 Giugno non è sereno, non solo perché il New Start costituisce l’ultimo argine al riarmo nucleare dei due paesi. Trump, nelle ultime settimane, ha fatto un primo tentativo per normalizzare i rapporti con Mosca e isolare Pechino. Il presidente americano ha invitato la Russia a far parte del G11, un allargamento del G7 che apre anche a India, Australia e Corea del Sud, con l’obbiettivo di creare un cordone sanitario anticinese, un invito attualmente andato a vuoto. Trump ritenterà il 22 giugno. Il rifiuto di un negoziato trilaterale da parte di Pechino offre agli Stati Uniti la possibilità di legittimare la propria “guerra fredda” e il supporto russo è fondamentale per avere il coltello dalla parte del manico. Un’operazione delicatissima, viste le recenti tensioni tra Russia e Stati Uniti, basta poco per far fallire un piano ben congeniato. Senza contare che Trump ha solo cinque mesi, prima delle presidenziali del 2020, per aggiungere al proprio palmares questo risultato.

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