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Usa e Turchia litigano sull’Armenia e il Kurdistan trema

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Il più recente e appariscente motivo di scontro tra i due paesi è l’iniziativa legislativa avviata alla Camera dei rappresentanti americana, per riconoscere come “genocidio” le persecuzioni degli armeni da parte dell’esercito turco compiute durante la prima guerra mondiale. Si tratta di una pagina nera della storia della Turchia, poco discussa e metabolizzata da parte dell’opinione pubblica e soprattutto dall’establishment politico e militare di Ankara. Tanto che il presidente del parlamento turco, Koksal Toptan, ha scritto alla sua omologa Nancy Pelosi chiedendo di non approvare il bill in questione. Toptan teme, secondo un articolo dell’International Herald Tribune dell’8 ottobre, che “gli Armeni  prenderebbero tale atto come una conferma della loro posizione sulla disputa storica, e a quel punto sarebbe difficile controllare le dinamiche innescate dalla reazione turca”. L’Armenia ha rifiutato la proposta della Turchia di istituire una commissione di storici per esaminare gli archivi, e afferma che 1,5 milioni di armeni sono stati sistematicamente uccisi dai turchi dal 1915 al 1923. Da parte sua la classe politica turca, dai post islamisti di Erdogan ai laici di destra e di sinistra, continua ad accettare che in base all’articolo 301 del Codice penale siano condannati per aver insultato l’identità della Turchia giornalisti e scrittori che in qualche modo affrontano il tema del genocidio armeno.

Incurante di tale delicata situazione, la Commissione esteri della Camera statunitense ha approvato pochi giorni fa il bill, che ha buone possibilità di superare anche l’esame dell’aula con l’appoggio dei democratici e di una parte dei repubblicani, sulla spinta anche della forte lobby armena. Inaspettatamente, ieri Ankara ha deciso di rispondere con un gesto eclatante, richiamando per alcuni giorni in patria il proprio ambasciatore negli Stati Uniti. Già nelle settimane scorse il primo ministro turco Erdogan aveva messo in guardia Bush che il bill mette a repentaglio la partnership strategica tra i due paesi, ed il presidente americano aveva subito invitato la Camera a ritirare il progetto di legge. Inimicarsi Ankara non è infatti per Washington un rischio da correre a cuor leggero. La Turchia ha rotto i rapporti militari con la Francia dopo un’analoga legge francese sul genocidio armeno, e una rappresaglia simile con gli Stati Uniti avrebbe dure ripercussioni sulle operazioni in Afghanistan e Iraq, che dipendono fortemente dal supporto logistico turco ed in particolare dall’utilizzo della base aerea di Incirlik.

Proprio l’Iraq costituisce la grande nota dolente del rapporto turco-americano. Da mesi la Turchia lamenta il fatto che il Kurdistan iracheno ospiti basi logistiche dei guerriglieri curdi del PKK, che compiono poi i loro attacchi in territorio turco. L’esercito di Ankara combatte da oltre vent’anni una guerra senza quartiere contro le organizzazioni indipendentiste curde, basate nel sud est del paese e responsabili di una lunga scia di attentati costata alla Turchia 30.000 morti. Dopo i segnali di riconciliazione riscontrati tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei duemila, dovuti ad una sostanziale vittoria sul campo dell’esercito turco accompagnata da caute aperture politiche del governo centrale, l’autonomia di cui gode il Kurdistan iracheno dopo la cacciata di Saddam Hussein ha ridato nuova linfa alla guerriglia curda in Turchia. Sono nuovamente aumentati gli attentati, le attività clandestine ed il numero dei morti. Ad esempio domenica 30 settembre una bomba esplosa in un villaggio ad appena 25 km dal confine iracheno ha ucciso 13 soldati turchi, sollevando un profondo risentimento in tutto il paese.

Il governo Erdogan, con il pieno appoggio dei militari, dei laici e dei nazionalisti, da circa un anno chiede con forza agli Stati Uniti di porre fine a tale situazione nel Kurdistan iracheno. Ma Washington non ha le capacità né a livello militare né a livello di intelligence per intervenire nella regione, e soprattutto non vuole rovinare i rapporti con i curdi dell’Iraq: essi sono infatti l’unica etnia su cui gli americani possono davvero contare, e che ha realizzato nella propria area quattro anni di autogoverno con livelli di violenza e di disordini enormemente inferiori al resto del paese.

Di fronte alla posizione degli Stati Uniti, che non sono andati oltre generici appelli ai leader curdi perché smettano di sostenere la guerriglia in Turchia, da mesi l’esercito turco prepara i piani di invasione del Kurdistan iracheno. E’ bene ricordare che l’esercito turco è tuttora per grandezza il secondo esercito della Nato, superiore anche a quello francese ed inglese, che per decenni ha tenuto impegnate 80 divisioni sovietiche ai suoi confini, e che non ha mai mostrato debolezza né contro i guerriglieri curdi né verso le istituzioni civili turche. Le forze armate turche godono inoltre di un forte sostengo popolare in un paese sempre più nazionalista. Il 2 ottobre i vertici politici e militari turchi hanno unanimemente autorizzato, riporta l’Herald Tribune del giorno successivo, “l’adozione di ogni misura, incluse le operazioni oltre confine se necessarie, per porre fine all’esistenza di organizzazioni terroristiche nei paesi vicini”. Un mandato ampio e forte, che potrebbe venire ratificato nei prossimi giorni anche da una mozione parlamentare che gode già sulla carta di un sostegno quasi unanime. L’esercito turco ha schierato ai confini con l’Iraq qualcosa come 200.000 uomini, quasi il doppio delle forze americane presenti nel paese, che non aspettano altro che il permesso dei loro superiori per attraversare la frontiera e regolare i conti con i guerriglieri curdi. Usa e Ue hanno chiesto ad Erdogan di non imboccare tale strada, ma il 12 ottobre il primo ministro ha risposto di essere pronto ad affrontare tutti i costi di tale operazione, e che rispetta l’integrità politica e territoriale dell’Iraq ma se Baghdad continua a non fare nulla contro i terroristi Ankara dovrà agire.

Se questo è il quadro, stupisce l’abilità della Camera dei rappresentanti statunitense di muoversi come un elefante in un negozio di cristalli. In teoria, il sostegno internazionale al riconoscimento del genocidio armeno dovrebbe contribuire ad un processo di maturazione della coscienza nazionale della Turchia, e alla riconciliazione dei turchi con gli armeni e con le altre etnie come i curdi con i quali vi sono analoghi forti contrasti. Il riconoscimento di un genocidio avvenuto 90 fa durante una guerra mondiale non è cioè un fine politico in sé, ma dovrebbe essere un mezzo per raggiungere oggi gli obiettivi politici di pace e stabilità nel Medio Oriente. L’azione della Camera statunitense invece ha ottenuto il risultato esattamente opposto: esacerbare i contrasti tra Turchia e Armenia, infiammare ancor di più il nazionalismo turco, accelerare la corsa verso una guerra tra Ankara e il Kurdistan iracheno. O tempora, o mores.

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