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Usa, l’attacco in Siria chiude l’era trumpiana degli accordi preventivi

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Primo attacco militare sullo scenario mondiale da parte del nuovo governo Usa, guidato da Biden, il quale ha, parole dell’amministrazione americana, sia un valore difensivo, sia offensivo. Le forze armate statunitensi hanno lanciato un attacco aereo in Siria prendendo di mira gruppi affiliati a una milizia sostenuta dall’Iran in risposta alle incursioni mortali missilistiche nel nord dell’Iraq, che si sono avute già dall’inizio di febbraio.

Lo strike americano ha distrutto una serie di piccoli edifici utilizzati dai gruppi di miliziani per ospitare e trasportare armi, con il  Pentagono che ha subito affermato che l’azione bellica ha raso al suolo le strutture in un punto di controllo del confine utilizzato da gruppi militanti sostenuti dall’Iran, tra cui Kataib Hezbollah e Kataib Sayyid al-Shuhada. La risposta a stelle e strisce è anche una replica ad una serie di attacchi missilistici del 15 febbraio a Erbil, in Iraq, durante i quali è rimasto ucciso un cittadino filippino, un “contractor” statunitense, mentre è rimasto ferito, in aggiunta, un membro del servizio statunitense, più altri “contractor”.  Biden, tra l’altro, aveva già avvisato degli attacchi missilistici martedì scorso, al telefono, il primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhimi.

Insomma, sull’attacco Usa c’è stato un avviso preventivo, a cui si è aggiunta una condivisione d’intenti, tra Usa e Iran, per quanto riguarda gli episodi di Ebril:  «i responsabili di tali attacchi devono essere perseguiti». Lo scopo del raid, ha dichiarato il portavoce del Pentagono, John Kirby, è stato anche quello di contenere le agitazioni presenti sia nella Siria orientale, sia in Iraq. Biden, per questo, ha anche chiamato il re Salman dell’Arabia Saudita.

Una decisione, quella di attaccare, che è stata assunta da parte della Casa Bianca anche perché  gli Stati Uniti stanno tentando di rimettere in moto l’accordo nucleare iraniano del 2015, con  l’Iran, però, che ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero prima revocare le sanzioni. Il sito web di sicurezza Aurora Intel ha poi sottolineato, con un tweet, che  «sono state segnalate tre esplosioni nelle vicinanze di Abu Kamal e che i rapporti riferiscono che un convoglio di veicoli è passato attraverso l’incrocio prima che l’attacco aereo fosse aperto. Secondo fonti  della milizia pro-sciita, gli attacchi statunitensi avrebbero  preso di mira una struttura vuota, uccidendo una persona e ferendone leggermente altre.

All’inizio del 2020, dopo che il comandante iraniano Qassem Soleimani fu ucciso in un attacco aereo statunitense, gli iraniani avevano portato 50 razzi termici, un tipo di missile ad alte prestazioni, dall’aeroporto di Deir Ezzour in Siria alle aree vicino al confine iracheno. L’arsenale doveva essere usato come deterrente contro qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di tagliare un’autostrada logistica tra Teheran e Damasco, dicono alcune fonti. È stato anche un modo per aprire un nuovo trampolino di lancio per potenziali attacchi contro le truppe statunitensi in Iraq, hanno inoltre osservato.

Gli Hezbollah sono, come è noto, miliziani libanesi filo-iraniani, mentre  Sayyd al-Shuhada è un gruppo sciita, fondato nel 2013 in Iraq. Un attacco, quello di giovedì scorso,  che non dovrebbe aver sorpreso  gli analisti della politica internazionale, soprattutto alla luce del fatto che a Washington si era diffusa la sensazione che diversi attori in Medio Oriente pensavano di poter approfittare del momento della transizione, immaginando Biden concentrato solo sugli affari interni.

Non è stato così. «America is back», aveva detto il presidente Usa qualche giorno fa, intendendo il ritorno politico e diplomatico sulla scena mondiale. Ma, evidentemente, droni e razzi restano ancora in servizio. «Si negozia con il fucile dietro la porta», usava dire Barack Obama e il suo vice di allora, Joe Biden, il presidente di oggi, pare intenzionato a fare la stessa cosa. Un ritorno all’antico, dunque, per gli Usa, diversamente dalle strategie di Trump, che ha sempre preferito – se non in sporadiche occasioni, come quella dell’uccisione di un generale iraniano, Soleimani, nel gennaio del 2020 – accordi bilaterali preventivi.

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