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La lezione americana

USA: politica è esercizio del buon senso, anche quando non coincide con il senso comune

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Da osservatore appassionato della politica quella americana ha sempre rappresentato un unicum di indiscutibile fascino, con tutte le sue grandezze e le sue debolezze.

La spettacolarizzazione e la personalizzazione della campagna elettorale; i numerosi filtri imposti dal sistema elettorale fra la volontà popolare e il risultato del voto; la grandezza territoriale e in termini quantitativi di popolazione a fronte di una partecipazione in proporzione piuttosto esigua; la forza e la tenuta di un rito democratico basato anche sul Fair Play, nonostante non siano mancati nella storia numerosi colpi bassi.

L’accettazione della sconfitta ne è quasi un pilastro in un sistema che prevede più passaggi dalle elezioni all’insediamento del vincitore, fra cui, non inessenziale, il voto dei grandi elettori che, in virtù della libertà di mandato, possono in teoria ribaltare completamente l’indicazione del voto popolare.

Quanto abbiamo visto accadere negli Stati Uniti nelle scorse ore è drammatico: non solo in termini di vite perse, della violenza esercitata e del vilipendio delle istituzioni di quella che tutti definiamo convenzionalmente la più grande democrazia del mondo. Ma anche per ciò che rappresenta nel riflesso internazionale in primis sui Paesi, come l’Italia, che fieramente si riconoscono nell’Alleanza Atlantica.

Non possono non saltare agli occhi le dichiarazioni di leader non proprio espressione di sistemi democratici che si dicono preoccupati dalla tenuta delle istituzioni USA. Un pubblico, ed internazionale, ludibrio al quale è stata esposta la democrazia americana ma che rischia di riverberarsi anche oltre i suoi confini.

La base comune che ci contraddistingue, la nostra democrazia, è messa a rischio dalla malattia di cui ieri abbiamo visto i sintomi. Le derive populiste, estremiste, complottiste, negazioniste e i velleitari tentativi di guidarle sono accomunate, in gradualità diverse, dalla sfiducia verso le istituzioni fino alla totale mancanza di rispetto delle stesse. Il valore dei principi democratici, delle prerogative istituzionali, delle regole insomma, non dovrebbe mai essere messo in discussione neppure nella più feroce delle polemiche politiche.

Uno sport questo che però viene praticato con troppa leggerezza da tanta classe politica. Aprire le istituzioni come scatolette di tonno, aggirarne le prerogative e i compiti e arrivo anche a dire, l’abdicazione delle funzioni politiche ai cosiddetti tecnici, sono tutti meccanismi di ammiccamento, più o meno spinto, all’anti-politica. Un’accondiscendenza che non fa che aumentare lo svilimento della politica allargandolo pericolosamente anche alle istituzioni che si servono.

Per comprendere che nessun Paese è preservato dal rischio di vedere il proprio dibattito pubblico inquinato da fenomeni analoghi, basta osservare le reazioni di parte dei social a quanto accaduto.

Le prese di distanze dai fenomeni di violenza di Capitol Hill, soprattutto da parte degli esponenti che hanno sostenuto Trump, non sono state salutate con favore dai più.

Ma i social non sono stati solo teatro della proliferazione di messaggi complottisti ed antidemocratici, sono stati anche il teatro ieri della più incredibile delle censure: Facebook e Twitter hanno rimosso i messaggi postati da Trump e ne hanno sospeso l’account, minacciandone la chiusura. Un evento assolutamente inconcepibile fino a qualche tempo fa e su cui, aldilà del contesto specifico, andrebbe posta più di una riflessione. Il potere di censura, in assenza di una chiara linea editoriale, e il trincerarsi consueto dietro ai cosiddetti “algoritmi”, fanno dei mezzi di comunicazione e informazione più potenti e capillari una sorta di terra di mezzo in cui non è ben chiaro chi tiri le fila.

Tenendo sempre presente che i social media sono appunto un mezzo, non certo la causa di certi fenomeni. Un mezzo con cui comunicare ma anche raccogliere l’opinione pubblica. E che sarebbe opportuno non solleticarne mai le derive per qualche like in più. Così come il ruolo della politica non è mai stato cavalcare le paure e la protesta delle masse, ma sempre dare risposte e soluzioni. Nulla di nuovo insomma. Se non per chi si affaccia al mondo della politica con poca preparazione ed esperienza.

Dunque, per tornare alle immagini di sciamani di sette complottiste che occupano, con tanto di corna e pelli di animali sul torso nudo, il simbolo della democrazia USA, Capitol Hill, andranno individuate le responsabilità delle violenze e delle morti, dall’organizzazione delle proteste al lassismo delle forze di polizia, ma anche quelle morali e politiche, che la cancelliera Merkel ha già addebitato al Presidente Trump.

Oggi l’imperativo non è solo condannare quanto accaduto e prenderne le distanze, ma comprendere il livello di rischio anche nel nostro Paese e attivare gli strumenti che la buona politica ha nelle democrazie: la responsabilità verso i cittadini tutti, oltre che verso il proprio elettorato, il buon funzionamento delle istituzioni e dei suoi processi, ognuno per il ruolo che riveste, e sopra tutto l’esercizio del buon senso, anche quando non coincide con il senso comune.

L’emergenza sanitaria e la crisi economica connessa non possono che esacerbare il clima di tensione sociale, humus ideale di degenerazioni che nulla hanno a che fare anche con la legittima protesta. La politica tutta è richiamata al suo ruolo e alla concretezza, e ad una maggiore solerzia. Perché è responsabilità di tutti la difesa dei principi democratici.

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