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La sfida Usa

Usa, se gli Stati “blu” sono territorialmente molto meno rappresentativi di quelli “rossi”…

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Hans Kelsen, certamente non un idealista conservatore, sosteneva che il territorio dello Stato è la sfera spaziale di validità dell’ordinamento giuridico statale e che il popolo, l’altro elemento dello Stato, è la sfera personale di validità dello stesso ordinamento. Ora, a proposito delle elezioni Usa, nessuno ha ancora messo in rilievo che un’eventuale elezione del democratico Joe Biden, come nuovo inquilino della Casa Bianca, comporterà anche una netta sottorappresentazione di ciò che oggi vengono denominati i “territori”. Su un totale, infatti, di 9 milioni e 834 mila chilometri quadrati – tanto misurano gli States – gli Stati “blu”, quelli dem, al momento occupano uno spazio di 3.349.876 chilometri quadrati, mentre i “rossi” del Gop sono 6.484.124, quasi il doppio dei primi (è notizie di queste ore, però, che in Georgia ci sarebbe stato un “sorpasso” di Biden: ovviamente con uno spostamento minimo per quanto riguarda il rapporto territoriale). Sarebbe questa la rappresentanza territoriale? Che ne è di tutti coloro che hanno sempre sostenuto che sì, Trump ha vinto, nel 2016, ma solo per via di un sistema elettorale “contorto”, che dà una rappresentanza sproporzionata agli Stati centrali, visto che il voto popolare, quello di Clinton, fu numericamente superiore a quello conseguito dall’attuale presidente? Un clamoroso sotto-dimensionamento degli Stati, per quanto riguarda la somma delle loro superficie, è una questione non di poco conto anche dal punto di vista dottrinario, in quanto il “nomos della terra”, come lo chiamerebbe Carl Schmitt, cessa definitivamente di avere un ruolo, nella misura in cui il concetto di Stato, il concetto di Stato “kelseniano”, abbandona del tutto il suolo per risolversi esclusivamente nella dimensione numerica del “popolo”. È molto più populista un regime (termine che uso nel senso di Duverger) che fa perno esclusivamente sul numero, che non, invece, quel sistema che pone in equilibrio popolo e territorio. Senza la considerazione della “sfera spaziale”, nessuna validità può essere possibile, a meno che non si voglia, con un’acrobazia sofistica, identificare, riducendola ad unità, territorio e popolo.

Ma anche in questo caso, una “spazializzazione”, idealistica o no, si rende necessaria, proprio per dar corpo al “popolo” che richiede esistenza, spazio vitale. Le categorie schimittiane, tuttavia, nel voto americano ritornano prepotentemente anche per quanto riguarda la geografia politica del voto 2020: tra Terra e Mare, seppur leggermente, ha vinto il mare, in quella rivoluzione senza confini volta a quella definitiva, che supera la vecchia dicotomia Terra-Mare: quella spaziale, dello spazio universale, sempre più diretta verso il proprio compimento. Ora dobbiamo solo registrare, con la prospettiva prima illustrata, che hanno vinto i due mari, i due oceani delle due coste, orientale e occidentale, contro la terra di mezzo, da nord a sud, seppur con solo un’alta marea pomeridiana, che non si è trasformata in quell’ondata che il lamestream media aveva preconizzato. Le ragioni, dunque, di un potenziale “default” dello Stato americano non risiedono negli ipotetici scontri di piazza tra le due parti politiche, repubblicani e democratici, o nelle presunte intemperanze di Trump; oppure, ancora, sulle censure preventive dei grandi network statunitensi alle parole del presidente, marchiato sempre aprioristicamente come “liar”, bugiardo. Il default dello Stato Usa non è neanche nelle tesi di Paul Krugman, che in queste ore parla addirittura di un sovradimensionamento, al Senato, dei “piccoli” Stati, nei confronti dei “grandi” Stati. L’economista si chiede come possano essere equiparati il Wyoming, con i suoi 579.000 residenti, e la California, con i suoi 39 milioni di abitanti. Secondo Krugman, il problema è che gli stati “overweighted”, che hanno un peso superiore, sono molto meno urbanizzati rispetto alla nazione nel suo insieme. E dato il crescente divario politico tra aree metropolitane e rurali, ciò conferisce al Senato una forte inclinazione a destra.

Insomma, un rovesciamento liberal del pensiero di Kelsen, che sgancia, disancora del tutto, ogni legame dell’uomo dal suolo, che invece la Costituzione americana ha voluto tutelare, proprio nel garantire due senatori per ciascuno Stato, a prescindere dal numero della popolazione di ciascuno Stato. Il “fallimento”, pertanto, della democrazia americana, sarebbe casomai nel principio del “disancoraggio” tra popolo e territorio, nel caso in cui il disallineamento si allargasse e proiettasse la sua ombra sulla presidenza americana, pur mantenendo quel legame tuttora esistente tra Senato e Stati federali. Anzi, proprio in tal senso, è questo il deficit che nella Costituzione americana andrebbe colmato: la dis-rappresentazione tra i territori e la Casa Bianca, non tenendo sufficientemente conto della dimensione territoriale, fisica, degli Stati.

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