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Serve una Banca Nazionale?

Uscire dalla crisi sarà più lento del previsto ma Obama può farcela

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Thomas Jefferson e Alexander Hamilton si odiavano. Credetemi, tra i Padri Fondatori dell’America, durante i suoi primi giorni di vita, non era tutto rose e fiori. Alla base del loro disaccordo c’erano visioni contraddittorie in merito al ruolo del commercio e della futura fonte di grandezza nazionale: Secondo Hamilton  una crescente ricchezza proveniente dal commercio; Per Jefferson, invece, una sana politica agricola e una classe contadina su solide basi. Al Congresso, questa mutua antipatia si trasformò in una aspra battaglia sulla fondazione d'una banca nazionale. Per la cronaca, vinse Hamilton. La banca fu creata, e il commercio fiorì grazie anche ai suoi finanziamenti.  Il Sud degli Stati Uniti, per la maggior parte agricolo, si stava invece sviluppando più in conformità  con le idee di Jefferson, fino a che non fu risucchiato nella corrente economica nazionale un secolo più tardi, con la sconfitta della guerra civile (1861-1865).

L’entrante amministrazione Obama si trova ora, ancora una volta,  a decidere se creare o meno una banca nazionale nell’ambito del suo piano di stimolo per l’economia. Questa banca si accaparrerebbe i prodotti rischiosi (bad loans) delle banche private e si farebbe carico del peso morto del capitale, togliendolo dalle spalle delle stesse banche private e facilitando queste ultime nel continuare ad  erogare prestiti. Questo il ragionamento che sta dietro un simile progetto: il flusso di credito è essenziale per la crescita economica nazionale (vero), ma le banche sono tanto danneggiate dai bad assets che non stanno più facendo credito (vero in parte), come conseguenza le imprese non stanno ricevendo il credito di cui necessitano (vero in parte) e stanno tagliando posti di lavoro, ordini e produzione (più falso che vero). Fai in modo che le banche tornino a prestare soldi e l’economia si riprenderà (piuttosto falso).

La vita reale non si rivelerà così semplice. Questo tipo di ragionamento è corretto ma allo stesso tempo insufficiente. Tanto per cominciare, le banche stanno prestando soldi. Lo scorso martedì, l’amministratore delegato della JPMorgan ha detto agli analisti del settore che nel trimestre conclusosi a dicembre, le banche hanno concesso nuovi prestiti per un totale di 110 miliardi di dollari (dopo aver ricevuto 35 miliardi di fondi dal Tesoro). Il venerdì successivo è toccato all’A.D. di Bank Of America rendere noto che i nuovi prestiti ammontavano a 110 miliardi. Le verità più importanti, in economia, normalmente si trovano guardando agli effetti marginali. Quello che è rilevante cioè, è solo se le banche prestano più o meno soldi di quanto erano abituate a fare.

La risposta per ora non è chiara,  dovrebbe diventarlo  nel corso delle prossime settimane, dopo che la maggior parte dei grandi istituti finanziari renderà pubblici i bilanci dell’ultimo quarto. Il mio istinto mi dice, comunque, che le banche stanno prestando meno, un bel po’ di meno. Questa situazione non è causata da i bad assets o dalla incertezza del credito ma dalla domanda minore di soldi che viene tanto dalle imprese quanto dalle famiglie. Quindi, la causa primaria di questo rallentamento economico non va ricercata nelle banche, ma al di fuori di queste, nell’economia in generale.

Lo stimolo Obama, come del resto lo stimolo Bush tempo addietro, è una soluzione keynesiana applicata a quella che ora come ora è un'economia dei servizi. L’industria manifatturiera ad oggi conta solamente per un 12% del prodotto interno lordo, questo significa che un approccio di tipo keynesiano influirebbe più lentamente e meno efficacemente di come ha fatto quando l’industria manifatturiera giocava in ruolo più importante. Un dollaro investito dal governo nell’industria manifatturiera, frutta molto più di un dollaro di spesa pubblica. Le stime econometriche possono variare, ma si può ragionevolmente supporre che un dollaro in questo contesto, genera un dollaro e quaranta di domanda. L'industriale ingaggia più lavoratori, ordina un maggiore quantità di inventario, i suoi  fornitori fanno lo stesso e l’effetto a lungo termine che risulta da questa catena è un’espansione della capacità produttiva. Lo stesso dollaro investito in un’impresa di servizi genera una quantità di spesa addizionale molto minore, forse un dollaro e dieci circa.

In un tale contesto, infatti, non esiste né un inventario né una catena di fornitura, e la capacità produttiva è minore rispetto al profitto imprenditoriale. L’impatto reale si riscontra nell’assunzione di personale aggiunto, che sia definitiva o temporanea.  Di conseguenza la moderna economia non invertirà la sua rotta così velocemente  e veementemente come è successo in passato.   

In un'economia dei servizi, il consumo (delle imprese o delle famiglie) s'inizia a ricostruire quando il flusso di contanti e la solvibilità permettono alle persone di prendere decisioni e andare avanti con maggior fiducia. Questo però è un processo di più lungo termine. Il tempo, la fiducia e il credito sono tutti necessari ma continuare a esercitare pressione non compenserà la mancanza relativa di altri elementi. Ecco perché tagliare le tasse conta più o meno quanto conta spendere nelle infrastrutture, sebbene entrambi questi interventi siano desiderabili. Ed anche perché lo stimolo non sortirà gli effetti d'un colpo di pistola all’inizio d'una gara. “Veloce” è un termine che non esiste nel vocabolario della nostra attuale economia.

Obama ha prestato giuramento. Nonostante le difficili prospettive di fronte a cui si trova la nostra nazione, nutro un certo grado di ottimismo e ho votato questo presidente per due ragioni. La prima riguarda la sua abilità d'imparare in fretta e di cambiare mentre impara. Per questo conto sulla sua capacità di scelgiere le giuste politiche in futuro, mentre si adatterà al "lavoro più tosto del mondo". Quindi non ho votato Obama per inchiodarlo alle promesse fatte durante le primarie o durante la campagna elettorale. L’ho votato nella speranza che lui avrebbe potuto imparare e adattarsi più in fretta e con più intelligenza del suo rivale. L’ho anche votato perché sembrava possedesse una straordinaria capacità d'ispirare fiducia. Abbiamo bisogno di molta fiducia, nei giorni a venire.

C'è l’eloquenza e c'è la profondità. L’eloquenza è un'abilità che non ha bisogno di grandi sforzi. La profondità, invece, ha più spessore, è più meditata, più convincente. M'aspetto profondità. Dall’inizio della campagna elettorale, la cosa veramente nuova che ha fatto Obama è stata non compiacere gli elettori, non arruffianarseli, non cambiare troppo il suo modo di essere per fare contento qualcuno. Quello che ha chiesto in cambio agli elettori è stato rispondere con responsabilità e persino con maturità. Si trattava d'un importante patto, d'un contratto tra la guida e i suoi seguaci. Obama non fallirà, e noi non falliremo come Paese, a meno che uno dei due contraenti non volga le spalle a quel contratto. Magari non sarà “morning in America”, per usare la famosa frase di Reagan, ma dopo otto anni di disavventure targate Bush, è un senz’altro un giorno nuovo. Mi aspetto di non rimanere deluso. 

Traduzione Andrea Holzer 

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