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Buona ripartenza!

Uscite, amate il prossimo, vivete (col cervello). E spendete

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L’ingresso nella “fase 3”, o “fase 2 bis” come la chiama il governo per smorzare sadicamente gli entusiasmi, sana in qualche modo un peccato originale. Il falò simbolico nel quale bruciare le autocertificazioni, che nel loro incessante susseguirsi hanno martoriato gli ultimi due mesi della nostra vita, distrugge come per una nemesi catartica lo stigma che ha accompagnato il nostro lockdown.

“Distanziamento sociale”, lo hanno chiamato. Si poteva parlare di distanziamento fisico, meglio ancora di distanza di sicurezza. E invece no. In due parole scolpite nelle nuove tavole della legge hanno racchiuso la cifra inconfessata della buia parentesi che speriamo di lasciarci alle spalle. Perché fra il distanziamento sociale e l’alienazione il passo è breve, e sarà bene impedire fin da subito che questo virus, non meno pericoloso del corona, resti annidato fra le pieghe delle nostre vite contagiando relazioni e comportamenti.

Cosa fare, dunque? Usciamo. Godiamo dell’aria e del sole, anticorpi naturali e generatori di endorfine. Non esitiamo a chiamare gli amici, soddisfiamo la nostra ansia di rivederli. E se qualcuno quest’ansia non ce l’ha si faccia suonare un campanello d’allarme, perché vuol dire che il passaggio dal distanziamento all’alienazione è già a uno stadio avanzato. Recuperiamo la gioia del contatto fisico, di un bicchiere in compagnia, di un rapporto non intermediato dalle diavolerie tecnologiche che hanno conquistato nelle nostre giornate una sinistra familiarità.

Ovviamente usiamo il cervello, non foss’altro per il fatto che una ripresa dell’epidemia, ancorché con un virus palesemente meno offensivo, darebbe ai nostri governanti la scusa per fare ciò che in realtà agognano: richiuderci nuovamente in casa. Usiamo prudenza dov’è utile e intransigenza dove necessario. Ma riprendiamo a vivere. A respirare a pieni polmoni. Ad amare il nostro prossimo in anima e corpo, e non solo una bacheca Facebook o un faccione col quale sorridersi via Skype.

Riattiviamo i cinque sensi, fonte di armonia vitale tra il nostro corpo e il mondo che ci circonda. Scendiamo in strada e guardiamoci intorno. E se in un bar, in un ristorante, in un negozio, notiamo qualcosa non perfettamente in linea con i protocolli di sicurezza, asteniamoci dall’immortalare il delitto per sfogare sui social un’indignazione degna di miglior causa. Consideriamo da quale periodo vengono fuori i gestori di quell’esercizio, e se proprio non riusciamo a tacere limitiamoci a far notare con discrezione la manchevolezza al solo scopo di evitare al povero cristo guai ben più seri.

Soprattutto, chi in questi mesi ha ricevuto regolarmente uno stipendio lo spenda. Dopo aver salvato il mondo stravaccati sul divano, preoccupiamoci di contribuire alla salvezza di quegli imprenditori (e dei loro dipendenti) che per due mesi e più hanno abbassato le saracinesche e sostenuto costi inimmaginabili, economici e psicologici, a salvaguardia della salute di tutti. Oggi tocca a loro ricevere in cambio una fattiva solidarietà. E se a qualcuno proprio non riesce di provare empatia, perché l’alienazione fa già parte di lui, pensi che senza le imprese i primi a saltare saranno i dipendenti privati, e a stretto giro toccherà ai dipendenti pubblici mantenuti dalle imposte di chi produce Pil.

Insomma, se non siete capaci di farlo per loro, fatelo per voi. Ma non siate avari. E soprattutto non siate avari di vita. Buona ripartenza a tutti.

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