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Quella omonimia di troppo

Ustica, il film e lo sfregio della memoria

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Ai giovani che hanno avuto il privilegio di collaborare con lui, Enzo Fragalà insegnava a diffidare dei pregiudizi e delle tesi precostituite. Era il periodo straordinario a cavallo fra due millenni, l'Italia si affacciava al futuro facendo i conti con la propria storia tormentata, e da quel caparbio avvocato con il sorriso impresso sul volto si imparava che ogni convincimento deve fondarsi sulla ricerca paziente e su un faticoso approfondimento condotto con la mente libera da sudditanze. Che la verità storica è quella alla quale ti conducono i fatti e non le tue opinioni, e che quando le opinioni sono smentite dai fatti, bisogna avere l'onestà intellettuale di cambiare le proprie opinioni e non di piegare ad esse la ricostruzione dei fatti.

 

Questo era Enzo Fragalà. Lo abbiamo visto battersi come un leone di fronte a evidenze negate dalle vulgate comuni. Lo abbiamo visto cambiare onestamente opinione quando l'approfondimento dei fatti gliene ha dato motivo. Lo abbiamo visto polemizzare a viso aperto anche con persone ascritte alla sua stessa parte politica, come il regista Renzo Martinelli che Fragalà attaccò duramente per un film sul caso Moro, accusandolo di aver propalato la stessa identica tesi veicolata dal Kgb per depistare le indagini rispetto alle responsabilità sovietiche.

 

Martinelli torna in questi giorni nelle sale con un film sulla tragedia di Ustica fondato su una ricostruzione contraddetta da testimonianze e risultanze processuali: licenza artistica offerta agli spettatori non come opera di fantasia ma come disvelamento di presunte "verità nascoste" (con immancabili contributi pubblici). Se fosse ancora su questa terra, Enzo, che al disastro del Dc9 Itavia dedicò molta attenzione come membro della Commissione Stragi, avrebbe riservato a questa pellicola un giudizio non dissimile da quello che diede sul film sul caso Moro. Ma non è questo il punto.

 

Il punto è che nel film, come ci racconta "Il Tempo", il "cattivo", il parlamentare asservito a trame indicibili che depista le indagini e minaccia (con successo, visto che poi muoiono tutti) chiunque cerchi di avvicinarsi alla presunta "verità", di cognome fa Fragalà. Certo, il Fragalà del grande schermo è calabrese mentre Enzo era siciliano. Certo, il Fragalà cinematografico è sottosegretario alla Difesa mentre Enzo era un semplice parlamentare appassionato dei misteri d'Italia.

 

Ma se l'ex deputato e l'antieroe del film avessero condiviso il cognome "Rossi" anziché "Fragalà" sarebbe stato più facile pensare a una sfortunata fatalità. Del resto, è un fatto che alle polemiche scatenate dalla clamorosa omonimia non sia seguita al momento alcuna parola di smentita. E probabilmente sarebbe un torto all'intelligenza dello stesso Martinelli ritenere che il problema di quella coincidenza non lo abbia neppure sfiorato.

 

Non si tratta della solita tiritera contro la cinematografia "a tesi" finanziata con soldi pubblici, che pure ci starebbe tutta visto che il film gode tra l'altro del contributo di tre o quattro amministrazioni regionali. Qui si tratta di qualcosa di più. Di un confine umano che non dovrebbe essere valicabile, qualsiasi conflitto abbia contrapposto in passato i duellanti. Perché uno dei due un feroce assassinio l'ha portato via da questa terra, e non si può difendere più.
 

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