Valori e bretelle

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Giuliano Ferrara è di cattivo umore. Forse pessimo. Lo si vede dal tono di quello che scrive e soprattutto di quello che non scrive. E poi lo si capisce da come se la piglia con Marcello Pera. Ormai è poco più che un riflesso condizionato: quando a Giuliano gli gira male, giù una mazzata contro Pera. Il sollievo però deve essere sempre più volatile, tanto è vero che gli tocca aumentare le dosi.

L'ultima uscita è quasi da overdose. Mentre Giuliano brinda amaramente alla sconfitta della Cdl, nel rigurgito di malumori ecco la stoccata a Pera: «I modi di vita e i cosiddetti valori Pera se li gioca a Lucca insieme alle vicende di una bretella autostradale». Così, con una losca battuta da questurino, Ferrara liquida il presidente del Senato. Non si capisce bene a cosa si riferisca: il direttore del Foglio sembra aver frugato nel cestino della carta straccia di qualche pubblico ministero da dove ha tirato fuori residui di intercettazioni in cui - se ricordiamo bene - al telefono c'erano Gavio, Lunardi, Penati e Bersani. Roba da far felice Marco Travaglio e che in genere il giornale condanna e biasima quando viene scagliata contro chicchessia. Contro Pera invece tutto è permesso, anche augurarsi il tintinnare di manette.

Ferrara dunque usa metodi e argomenti così estranei alla tradizione del Foglio che persino un collaboratore del giornale come Luigi Manconi nota la mascalzonaggine e si chiede perché «la categoria di valore venga brandita con tanta aggressività contro Marcello Pera». Manconi domanda spiegazioni e le cerca nei pettegolezzi, ma di questi non ce n'è. Le ragioni dell'accanimento ferraresco sono alla luce del sole. Lo abbiamo già detto: Ferrara è convinto di essere l'unico a possedere lo stile e la grazia per parlare di valori. Che siano quelli della tradizione dell'Occidente, i soldi di Tanzi o le fideiussioni di Fiorani.

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