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Veltroni, il “Modello Roma” e la sottile occupazione del potere

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C’è un segreto, forse più caratteriale che politico, alla base della ragnatela di potere tessuta da Walter Veltroni in questi anni. E’ un tratto del suo operare, dei suoi discorsi, delle sue dichiarazioni che è già stato oggetto di numerose analisi, alcune delle quali lucide e taglienti come una lama, come quella di Andrea Romano, che l’ha delineato in maniera magistrale nel suo “Compagni di scuola”. E’ la capacità di “trasformare l’arte della fuga nella retorica del coraggio”. Nel corso della sua fulgida carriera politica Veltroni ha saputo utilizzare tutto ciò che ha incontrato sulla sua strada, vittorie e sconfitte, rovesci nazionali e cambiamenti globali, in occasioni per inserire una nuova tessera al mosaico del suo personaggio, capace di definirsi pronto al futuro, disponibile e sfrontato verso il nuovo, movimentista ma equilibrato , contrito e compunto nelle cerimonie, dolce e sorridente nelle tante inaugurazioni, momento che ama sopra ogni cosa. Insomma un solido alleato per tutti i poteri, perché lui pensa sempre positivo, anche quando la situazione non lo consentirebbe affatto e la maggior parte delle persone si vergognerebbe a dire le cose che lui dice convinto.

Cosa c’è di meglio per qualunque potere di chi, in modo carsico ha saputo elevare la retorica ad unico plusvalore da esporre nell’agone partitico, guardandosi bene dal perpetuare lo slogan delle sezioni del Pci: “Compagni… il problema è politico”. Per Veltroni la politica vera è cosa troppo pesante, un po’ come fu da ragazzo lo studio del greco. E’ una parola da non pronunciare quasi mai, se non associata ad altre che la rendano più bella! Questo vocabolo, del quale ormai diffidano un po’ tutti, deve essere sempre aggettivato di qualità simboliche, sostantivato con pacatezza, nobilitato dall’estetica del bel gesto. Non deve mai svolgersi in un clima schiettamente dialettico, perché lui, Walter, non ama la dialettica. Preferisce la dolce armonia, creata narcotizzando il conflitto con un dolciastro minestrone di parole giustapposte, calde e suadenti come un alito di vento di scirocco (dunque assai temibile).  

Con Walter ce n’è per tutti e nessuno si ribella, anzi.  Ce n’è per il mondo del mattone, un mondo al quale il Sindaco ha saputo preparare il terreno, o meglio i terreni,  per rovesciare su Roma una quantità di cemento da far invidia all’epoca dei primi Caltagirone, dei Marchini, dei Lenzini e degli Anzalone. In questa squadra di tenaci supporter del Sindaco c’è veramente di tutto. Dal mondo cooperativo che comunque bisogna soddisfare per antica consuetudine di partito, alle più grandi imprese: la Lamaro, dei fratelli Toti – prossimi all’acquisto dell’Unità – i quali per ringraziare delle tante commesse ricevute (una su tutte la Nuova Fiera di Roma, una cattedrale nel deserto la cui utilità è tutta da dimostrare, da 400 milioni di euro) hanno “regalato” alla città un raro esempio di provincialismo culturale, il Globe Theatre a Villa Borghese; la Ati con capofila Astaldi Spa, formata da Vianini Lavori Spa, Consorzio Cooperative Costruzioni, Ansaldo Trasporti Sistemi Ferroviari Spa, che ha ottenuto l’appalto della Metro C, la linea fantasma della quale si parla da ormai dodici anni (!).  Questa società è un po’ la fotografia del modo di procedere di Veltroni: dentro c’è di tutto, il vecchio, il nuovo e il sempre verde del mondo del mattone. Ma ovviamente non può mancare nell’universo di riconoscenti sponsor la famiglia Caltagirone, già ben posizionata durante la Giunta Rutelli, con Veltroni ha trovato veramente l’Eldorado: tutti i rami della grande famiglia hanno continuato a costruire a rotta di collo, fino alla creazione della una nuova cittadella a Porta di Roma, dove hanno scoperto, con trent’anni anni di ritardo sulla Milano 2 berlusconiana, l’edilizia residenziale di qualità.  Nella cuccagna di Porta di Roma (due milioni e mezzo di metri cubi!) ci stanno lucrando in molti e tutti, al momento giusto, sapranno ovviamente essere riconoscenti.

Il potere del mattone a Roma, come spesso accade, si incrocia magicamente con quello della carta stampata (della quale parleremo in una puntata ad hoc della nostra inchiesta). Solo en passant ricordiamo: i Toti (Lamaro) alla conquista dell’Unità, di cui sopra, il Messaggero di caltagironiana proprietà, Il Tempo del palazzinaro Bonifaci.

Ma il vero asso nella manica per tenere a bada il potere economico e finanziario, Veltroni ce l’ha in via dell’Astronomia, alla Confindustria. Il suo asse di ferro con Luca Cordero di Montezemolo fa sì che gruppi, gruppetti e liberi battitori dell’imprenditoria si sentano sotto scacco. Per non parlare dell’Unione degli Industriali e delle imprese di Roma (già del Lazio, il nome pare sia cambiato per volontà di Veltroni), presieduta da Luigi Abete, presidente anche di BNL. Come dire: un uomo una garanzia.

Il rapporto con Montezemolo rimonta ai tempi della prima avventura prodiana a Palazzo Chigi, quando Veltroni vice premier amava vedere le partite dell’amata Juve con Luca Cordero, dal quale otteneva succulenti aneddoti sull’Avvocato da usare al momento giusto.  Per chi non ci credesse basta leggere le dichiarazioni degli ultimi tempi. E’ un fiorire di complimenti reciproci. Veltroni su Montezemolo barricadiero dell’Assemblea di Confindustria: “La società ha il diritto di dire la sua opinione sulla politica che, da parte sua non può definirsi territorio off limits”. Dunque Montezemolo è la società, eh già come non pensarci. Montezemolo su Veltroni candidato segretario del Partito democratico al Lingotto: “Dopo il discorso di Torino spero si possa aprire un nuovo capitolo, una nuova stagione di rapporti con una classe dirigente politica moderna vicina ai problemi veri del Paese". Dopo la svolta di Salerno del primo Migliore, la svolta del Lingotto del secondo.  Peraltro la definizione di Montezemolo, la "nuova stagione" è divenuto lo slogan del Sindaco come candidato segretario del Pd: più in sintonia di così...

Del presidente della Camera di Commercio di Roma, Andrea Mondello, è inutile dire: è un sodale vero, un amico di giochi, un compagnuccio della parrocchietta, complice in tutte le iniziative che contano, per le quali il contributo economico e il patrocinio della sua organizzazione non mancano mai.

Un’altra occasione che Veltroni è pronto a cogliere per allargare la sua lista di amici tra i potenti, è l’acquisizione degli Aeroporti di Roma da parte di Benetton.  Potrebbe segnare l’alleanza con un'importante famiglia del nord est, assai poco ammaliato dal canto veltroniano, e garantire un appoggio considerevole, forse non decisivo, vista la complessità di quella realtà territoriale, ma comunque importante.

Un discorso a parte merita il rapporto che Veltroni ha tessuto con il cosiddetto Partito Rai. Lui, orfano ad appena un anno del padre Vittorio (alla memoria del quale forse sarebbe stato carino, ci permettiamo, mantenere il vero nome, Valter: tutti con la V, Vittorio, il padre, Valerio, il fratello e il celeberrimo Valter. La doppia V si formava con il cognome VV. Molto chic. Ma tant’è, il mago del marketing è lui), si è ritrovato ad essere il cocco di una schiera di giornalisti Rai che lo hanno cullato al potere come un loro figlio. Uno su tutti quel Fabiano Fabiani, oggi presidente dell’Acea, l’altro ieri telegiornalista, ieri potentissimo boiardo IRI, poi Finmeccanica, da cinquant’anni (!) a questa parte omogeneo a tutti i poteri che contano, e ora che ha sostituito Angelo Maria Petroni nel Cda Rai, definito un "tecnico" super partes. In realtà Fabiani consente e si adegua naturalmente alle volontà del potere di turno, a tal punto da non aver minimamente risentito del passaggio tra Prima e cosiddetta Seconda Repubblica. L'unico momento nel quale la sua stella si fece calante è stato il II governo Berlusconi. Ma subito intervenne il figlioccio Walter per illuminarlo nuovamente con i generatori dell'Acea.

Alla Rai Veltroni è come un superpresidente ombra: con discrezione e senza mai battere i pugni sul tavolo, ma con feroce e cinica precisione ha tessuto negli anni una trama di rapporti e amicizie, sfruttando di volta in volta le cariche ricoperte, a cominciare dalla prima nel Pci, la Stampa e Propaganda.  Senza mai sporcarsi le mani è riuscito a non perdere mai la presa, forte di una schiera infinita di informatori, di zelanti esecutori del suo grande disegno, per il bene dell'azienda s’intende.  Chiunque stia al Settimo piano, Walter sa sempre tutto in tempo utile, dalle mille stanze tra Viale Mazzini e Saxa Rubra.

Anche il cinema, sua passione dall’adolescenza, quando è diventato Ministro dei Beni Culturali e quindi dello Spettacolo, e insomma della Cultura, si è dovuto inchinare alla sua sovrana volontà. In quei due anni e mezzo (e nei successivi altri due mezzo attraverso la fedele Giovanna Melandri), Veltroni ha generato una vera e propria macchina del consenso, dalla quale sono rimasti immuni solo alcuni, cani sciolti di scarso potere. In quel periodo vara una nuova legge che obbliga i network a produrre film e fiction italiani, riforma apparentemente le modalità di finanziamento dei film, in realtà rimaste le stesse ma con un cospicuo aumento di risorse, insomma molti più soldi, ma sempre ad uso della stessa lobby. Cambia nome al glorioso Centro sperimentale di Cinematografia in Scuola Nazionale di Cinema, ma non ne aumenta di una virgola la capacità di formazione e il prestigio, anzi. Il cinema italiano non migliora granché, e quando esce un film di successo è girato da un bocciato dalle Commissioni ministeriali, tipo Gabriele Muccino. Ma non importa, Walter incassa la benevolenza di tutto l’ambiente che lo considera un eroe, un benefattore. Non c’è attore o regista che non si bei di poter chiamarlo per nome, come un vecchio amico: ciao Walter!

Da queste sponde. Rai e cinema, Veltroni ha costruito il suo immenso potere su tutto l’audiovisivo, statale e parastatale.  Un potere tenue, per esercitare il quale non mai usato il morso. Come dice Edmondo Berselli: “Walter ha la capacità straordinaria di esserci e di sparire, di impegnarsi e di eludere. Non suscita avversioni violente. Nessuno lo odia”. Questo suo piacere senza piacioneria,  questo suo andreottismo così glamour, da suscitare la piageria dello stilista Gattinoni che lo ha immortalato durante una sfilata su una maglietta che si commenta da sola.

Così, giorno dopo giorno - schivando le dichiarazioni più difficili (vedi l’ultima sul bacio, o qualcosa di più, dei due giovani al Colosseo), o enfatizzando le opportunità più ghiotte per comparire per primo sui terminali delle agenzie - si è nutrito e ha nutrito le masse di scorpacciate di emozioni, di pietismo, di solidarismo a buon mercato, di terzomondismo con telecamere al seguito, di altero distacco da quella politica truce e minacciosa, fatta di decisioni magari pure impopolari. Veltroni impopolare non lo sarà mai, il suo Narciso preferisce sempre lisciare il pelo al Demos,  bestia a tratti difficile da domare (soprattutto quando volge il capo verso le sirene berlusconiane) ma che, una volta resa mansueta con qualche “magnifica magia”, può contribuire a fare di lui il vero leader, l’unico, il Migliore. Lui, che concepisce tutte le sue mosse come parte di una grande sceneggiatura, sperando che un giorno qualcuno abbia l’idea di dedicare un film alla sua vita. Tutto è sceneggiato e lui stesso confessa senza pudore: “fin dall’inizio la mia ossessione è stata stabilire il momento dell’uscita di scena, come ha fatto Marcello Lippi. Credo che la grandezza di una persona si misuri veramente soltanto nel momento in cui si ritira”. Verrebbe romanamente una battuta, ma ci asteniamo.

Tra Lippi e Kennedy, tra Berlinguer, Don Milani e Zidane, tutto si svolge in un continuo ricorso all’immagine d’effetto, alla citazione toccante, alla vita scomposta in fotogrammi con colonna sonora, al giro di parole cesellato per andare dritto al cuore. E tutto sembra essere funzionale a rendere la politica la quinta scenica colorata di suggestioni da Carosello, che consenta al Manovratore e a tutti i poteri che lo seguono di andare incontro alla “Nuova stagione”.

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1 COMMENT

  1. Ottimo.Ma non esagera un pò
    Ottimo.Ma non esagera un pò il potere reale in termini di consenso popolare di certi “poteri”?Ad es i Benetton sono sempre stati a sinistra,ma non sembrano siano stati proprio decisivi.Idem x cinema e simili.

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