Veltroni lascia all’insegna dei rimpianti

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Veltroni lascia all’insegna dei rimpianti

17 Febbraio 2009

Per il Partito Democratico è l’ora del caos. Walter Veltroni, di fronte a un partito balcanizzato e costretto al “tutti contro tutti”, decide di confermare le sue dimissioni. “Mi assumo le responsabilità mie e non. Basta farsi del male. Mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto”. Con queste parole il segretario del Pd spiega la sua decisione definendola “irrevocabile”. “Rimanere qui” aggiunge “significherebbe esclusivamente logorare me e la possibilità del Pd di esistere”.

Dopo sedici mesi, insomma, Walter Veltroni getta la spugna e il Pd si ritrova senza segretario, con un congresso alle porte e una base sempre più disorientata. Decisiva, nella decisione dell’ex sindaco di Roma, l’ennesima sconfitta elettorale. Quella Sardegna persa in maniera fragorosa e consegnata a Silvio Berlusconi, capace di strappare consensi da capogiro. Solo l’ultimo tassello di 16 mesi difficili per il Pd. Con Veltroni messo sotto accusa più dall’interno del partito che dall’esterno. Mesi di attacchi, più o meno velati, con un invecchiamento repentino di una leadership nata giovane e diventata quasi subito obsoleta, in un precipizio di indecisioni, di scelte deboli e dettate quasi esclusivamente da esigenze mediatiche.

Il problema, però, è che nel precipizio del Pd sembrano essere cadute e sembrano essersi frantumate anche le altre alternative possibili, peraltro poco inclini ad andare allo sbaraglio e rischiare il tutto per tutto alle prossime Europee. L’unica strada percorribile, a questo punto, sembra essere quella di un segretario di transizione, con un mandato temporale limitato in grado di gestire il partito per i prossimi mesi. Un segretario-ponte che, con tutta probabilità, sarà l’attuale numero due Dario Franceschini, disposto a prendere in mano le redini del partito e a gestire il Pd fino al congresso che si potrebbe svolgere tra luglio e ottobre. La proposta del percorso da seguire sarà decisa già nelle prossime ore e avanzata all’assemblea nazionale che, in base allo statuto, voterà il reggente.

L’imperativo, comunque, è fare presto e dissipare la fitta nebbia per non lasciare il partito troppo a lungo in una fase indeterminata e senza guida. Tra le ipotesi inizialmente circolate c’era anche quella di una gestione collegiale transitoria, ipotesi però scartata dai più. Stesso discorso per il congresso anticipato, strada che non ha trovato terreno fertile in nessuno dei componenti del coordinamento, anche per problemi di tempi e di tesseramento, ancora non ultimato.

Di certo il vertice del Pd vuole evitare ulteriori traumi e dolorose conte interne. Per questo il coordinamento unanime – primi tra tutti Bersani, Letta e la Bindi – ha chiesto a Dario Franceschini di assumersi il compito di traghettare il Pd verso il congresso di ottobre. Da qui a quella data, comunque, non è esclusa neppure una riflessione sullo strumento delle Primarie, visto che proprio quelle consultazioni allargate all’elettorato e alla base vennero presentate come il marchio distintivo e la novità simbolica del nuovo partito. Eleggere il segretario attraverso il congresso vorrebbe dire, secondo alcuni, completare la Restaurazione già iniziata con la scelta delle alleanze compiute in Sardegna e innescare una brusca marcia indietro verso il passato.