Veltroni non riesce ad essere cattivo  (e sincero) neppure nell’addio

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Veltroni non riesce ad essere cattivo (e sincero) neppure nell’addio

18 Febbraio 2009

 

Walter Veltroni ha presentato le sue dimissioni in una conferenza stampa che somigliava  ad un comizio con in più il sapore amaro di una cerimonia degli addii. Punteggiato da applausi, il suo è stato soprattutto il discorso dei rimpianti e delle scuse. Neppure nel momento più drammatico del suo breve mandato, ha saputo distaccarsi da se stesso, da quell’immagine buonista e conciliatoria a cui è così affezionato ma che non gli ha portato fortuna.

Veltroni se n’è andato a modo suo, “senza sbattere” la porta, resistendo ad una continua pressione di pianto che gli rompeva la voce e resistendo alla tentazione di dare un nome e un cognome ai suoi nemici, a quelli che hanno “remato contro” e messo “i bastoni tra le ruote”.

Invece ha fatto molti nomi, Pierluigi, Piero, Enrico, Dario (Massimo, no, almeno questo se l’è risparmiato), come fosse una riunione di famiglia, il saluto prima di un lungo viaggio, tra abbracci, saluti e ancora scuse per l’improvvisa partenza.

Per paradosso, le parole più aspre, Veltroni le ha trovate per l’opposizione, per Berlusconi e il suo “sistema di disvalori”,  fino a trovare magra consolazione per la virulenza degli scontri nel Pd nella battuta “qui non siamo in una caserma”. Come se il gigantesco e caotico ring che è stato il Pd in questi ultimi mesi fosse una soluzione di cui vantarsi.

Forse sono stati solo due i momenti in cui Veltroni ha voluto segnalare la sua vera amarezza e ha fatto affiorare il risentimento per l’epilogo a cui era stato costretto. All’inizio del suo discorso, quando ha detto: “Il Pd doveva nascere 10 anni fa”. Il riferimento era chiaro: il seminario di Gargonza del marzo 1997, quando Prodi era da poco al governo e Veltroni era vice-premier. L’Ulivo aveva appena visto la luce, stava resistendo faticosamente all’impresa di governare e D’Alema calò il suo primo colpo d’accetta: “L’Ulivo è un aggregato instabile”. L’allora segretario del Pds fece un discorso che lui stesso definì “spigoloso” per dire che il futuro della politica era ancora dei partiti e che l’idea che un’alleanza come l’Ulivo potesse prenderne il posto era “infondata e superficiale”.  Dopo poco più di un anno il governo dell’Ulivo naufragò e D’Alema prese il posto di Prodi a Palazzo Chigi. Un piccolo rebus storico per evitare di indicare il suo avversario con nome e cognome, ma che non sarà sfuggito all’interessato.

E poi alla fine, con un richiamo biblico, Veltroni ha sprigionato un altro breve momento di verità, quando ha detto , parlando di coloro che prenderanno le redini del partito, “io non farò ad altri quello che è stato fatto a me”. Avremmo voluto sapere dalla sua viva voce cosa gli è stato fatto e da chi. Sarebbe stato utile a lui e al progetto del Pd, se ancora ha un futuro. Invece Veltroni è tornato in se rapidamente, ha ripreso a scusarsi, a ringraziare questo e quello,  e a rievocare le capacità catartiche delle sue aspirazioni africane.

Certo, domani sui giornali, gli “esperti” e i “retroscenisti” troveranno mille chiavi e mille interpretazioni per sceneggiare la lotta interna al Pd che ha portato a questo mesto addio.  Ma Veltroni, almeno nel suo ultimo atto, avrebbe potuto togliere il lavoro a chi guarda nel buco della serratura e spalancare invece  la porta davanti a tutti, i suoi elettori, i cittadini, anche quelli che non lo hanno votato, e far vedere, almeno per un istante,  il vero volto del suo partito. Invece la porta l’ha chiusa (senza sbatterla) ed è uscito di scena.