Veltroni ora è solo ma gli appetiti sulle liste sono tanti
09 Febbraio 2008
Il divorzio soft con la Sinistra Arcobaleno è ormai ufficiale. Una separazione consensuale e, almeno per ora, senza liti giuridiche, lancio di piatti e ritorsioni feroci, che porterà il Partito Democratico a una navigazione solitaria anche al Senato. Apparentemente dietro il gesto di Walter Veltroni c’è la volontà di intestarsi il ruolo del mazziere, ovvero di essere quello che dà le carte al tavolo dell’innovazione, e assicurare preventivamente che non ci saranno problemi di governabilità e non si cadrà nell’errore di presentarsi con una allegra e scombinata Armata Brancaleone, unita esclusivamente dall’antiberlusconismo. Ma a livello strategico, in realtà, c’è anche la certificazione di un doppio obiettivo sempre più definito. Da una parte dare l’assalto al tesoro dei voti moderati rubando consensi al centrodestra. Dall’altra svuotare gli ex alleati minori, chiedendo un “voto utile”, per poi magari aprire un periodo di collaborazione con la ex Casa delle libertà.
Il segretario del Pd, con la sua dialettica immaginifica e cinematografica, insiste sull’efficacia della sua scelta, sostiene che il Pd solo al voto «sembra difficile, sembra una sfida tra Davide e Golia, siamo 18 contro uno ma si può fare». Cita Guerre Stellari e Obi Wan Kenobi «se la forza sarà con noi…» e sceglie Spello, nel cuore dell’Umbria, per lanciare la campagna elettorale del Pd. Da lì farà «un discorso per l’Italia, perché la politica deve tornare a dire cosa può fare per il Paese». La macchina elettorale, insomma, è in moto, continuano le riunioni sul programma, con il problema della riduzione del valore d’acquisto dei salari in primo piano. Il segretario del Pd punta molto sul web, e ieri ha lanciato il sito per la campagna elettorale.
Un lavorio intenso per una scommessa che per essere vincente dovrà superare tre ostacoli non di poco conto. Innanzitutto il superamento della soglia minima del 30% in modo da acquisire “potere contrattuale” nel dopo-voto. Evitare che lo strappo con il resto del centrosinistra metta in crisi le tante coabitazioni nelle giunte locali. Incrociare le dita e sperare che il centrodestra non faccia cappotto, chiudendo così le porte alla speranza del Pd di ottenere un ruolo forte nel dopo-elezioni.
Sarà ovviamente il verdetto elettorale a emettere il verdetto sulla sua strategia. Ma nel frattempo bisogna lavorare sulla nuova identità da dare al partito e sulla sfida della raccolta dei voti centristi. Il desiderio è, a partire dalla definizione del programma, quello di fornire messaggi rassicuranti, anche se ieri un potenziale traino verso quell’elettorato, il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, ha fatto sapere che a candidarsi non ci pensa nemmeno. «Noi cominciamo – dice a chiare lettere Dario Franceschini – una campagna elettorale più libera nei contenuti
senza più compromessi. Avremo un programma con poche cose chiare e parliamo agli elettori del centrodestra». E lo ribadisce anche Piero Fassino: «La nostra scelta è non solo coerente ma quella più in grado di conquistare nuovi consensi e nuovi voti».
Le porte chiuse del Pd potrebbero, naturalmente concedersi qualche deroga. Oggi, infatti, Veltroni vedrà Antonio Di Pietro. Il discorso è diverso da quello con la Cosa Rossa ma il sindaco di Roma non transige sul fatto che l’ex pm dovrà sottoscrivere
punto per punto il programma. Poi Veltroni partirà per chiedere il voto portone per portone nelle province italiane.
In contemporanea continua la preparazione delle liste, ovvero di quelle che dovrebbero essere il biglietto da visita del “nuovo”. «Faremo una consultazione perché non ci siano solo gli apparati». In questo mese dunque, ci saranno diversi incontri a livello regionale, per mettere sul tavolo tutte le proposte che saranno poi valutate da un tavolo nazionale al quale, oltre a Veltroni, Franceschini e Bettini, parteciperanno i segretari regionali. Le direttrici su cui muoversi sono quelle note: giovani, donne, esponenti della società civile ed è su questa base che si orienterà anche l’Assemblea costituente del 16 febbraio, chiamata ad approvare lo Statuto. Nelle liste ci saranno nomi di peso, ma c’è un nodo con cui fare i conti: l’interpretazione della norma dello Statuto che fissa in tre mandati, pieni e consecutivi, il limite massimo per poter essere di nuovo candidati. Ovviamente ci saranno delle deroghe, ma molto dipenderà dall’interpretazione dello statuto: per alcuni il criterio è numerico – tre mandati indipendentemente dalla durata della legislatura – per altri letterale: «I mandati sono per cinque anni, quindi tre sono quindici anni. Le deroghe saranno pochissime», osservano alcuni parlamentari provenienti dalla Margherita. Ma ormai sembra sicuro che non ci saranno esclusioni eccellenti e si procederà con le ricandidature di molti “big” tra cui Marini e D’Alema, oltre alla riconferma di tutte le ministre del governo Prodi. Più delicato il capitolo relativo a Ciriaco De Mita mentre, alla fine, Antonio Bassolino non dovrebbe dimettersi come paventato inizialmente ma piuttosto avrebbe intenzione di farsi eleggere in Europa nel 2009. L’uomo del “yes, we can”, insomma, potrà anche muoversi con le mani relativamente libere. Ma alla prova dei fatti dovrà mettere da parte l’illusione di un putch veltroniano sulle candidature e dovrà fare i conti con le gerarchie e i potentati interni. Svestendo, almeno su questo fronte, l’abito scintillante dell’innovatore.
