Veltroni vuole fare il “suo” Pd ma D’Alema è pronto allo scontro

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Veltroni vuole fare il “suo” Pd ma D’Alema è pronto allo scontro

17 Dicembre 2008

Dalle macerie abruzzesi all’ Operazione Lingotto Due. La sconfitta elettorale alla Regione, il clamore degli arresti, la riproposizione della questione morale, l’ondata di rabbia e di sgomento per la cannibalizzazione da parte dell’Italia dei Valori dipietrista, non sembrano cambiare la strategia di Walter Veltroni. Il segretario del Pd tiene duro e appare deciso a presentarsi alla Direzione del prossimo 19 Dicembre con una piattaforma che affronti tutti i nodi più intricati, dalle alleanze alla collocazione europea, fino al commissariamento del Pd abruzzese, di quello sardo e forse di quello campano, alla luce della nuova bufera giudiziaria scoppiata questa mattina.

La sua linea resta quella delle ultime settimane, paradossalmente rafforzata dalla sconfitta. La ricetta è semplice: spingere sull’acceleratore sul fronte del rinnovamento della classe dirigente sulla base del principio che a reggere le sorti del partito non è una nuova leva di dirigenti ma quella ereditata dai partiti fondatori. Come dire che il Pd, nella sua declinazione visiva, ancora non esiste ma “resiste” e si mostra all’esterno come un coacervo delle vecchie classi dirigenti, oltretutto compromesse agli occhi dell’elettorato dalla presenza di troppi personaggi considerati impresentabili. In pratica: fatto il Pd, bisogna fare i “piddini”.

Le sue prime parole dopo la debacle abruzzese vanno esattamente in questa direzione. "Sento la necessità di fare ancora di più il Pd e la responsabilità di non aver reso evidente e chiaro ciò che il Pd può essere di nuovo". Veltroni osserva infatti che "ogni volta che il vecchio si aggrappa ai nostri piedi, noi paghiamo un prezzo. Quando invece il Pd è il Pd, i risultati vengono". E’ l’annuncio di un repulisti, o perlomeno dell’intenzione di tentare di procedere lungo questa strada, visto che tra il dire e il fare c’è di mezzo la rabbia e la resistenza degli apparati. Nel partito, infatti, si annuncia bufera con Massimo D’Alema che prepara un intervento ad hoc per la Direzione e il suo fedelissimo Nicola Latorre che affila le armi dialettiche: “A me non preoccupa la crescita di di Di Pietro, preoccupa il calo del Pd. Ragioniamo sul fatto che Di Pietro sta erodendo il nostro elettorato”. L’apripista che si farà carico di scatenare l’attacco contro l’ex pm sarà il senatore democratico, Marco Follini, che presenterà una mozione per dire basta all’alleanza con Di Pietro. D’Alema, invece, dirà che il partito sconta troppi ritardi nel tesseramento e nel radicamento sul territorio ed è quindi ora di archiviare la tesi del partito liquido. Rilancerà l’alleanza con l’Udc e con Vendola. E chiederà al Pd di mettere in campo proposte credibili contro la crisi economica, smarcandosi dalla subalternità alla Cgil, proposte che se venissero accettate dovrebbero poi, essere coerentemente votate in Parlamento insieme al centrodestra.

Gli equilibri di forza, però, non sembrano lasciare all’ex ministro degli Esteri la possibilità di uno scontro frontale. Alcuni giorni fa Franco Marini si era esposto dicendo con chiarezza che non sosterrà D’Alema in un eventuale scontro: ”Sono suo amico – diceva l’ex presidente del Senato – ma non è che se uno imbocca una strada che a me pare sbagliata, lo seguo”. Insomma gli ex popolari rimangono leali a Veltroni, così come promette “fedeltà critica” anche Francesco Rutelli, tanto più di fronte alla strategia di D’Alema di portare il Pd nel Pse.

E’ anche per questo – per questa oggettiva posizione di forza che resiste alle sconfitte in serie – che da tempo il segretario del Pd chiede che la Direzione si esprima in maniera chiara sulla sua leadership attraverso un voto. Veltroni, insomma, vuole andare alla conta, convinto di vincerla, per poi tirare dritto fino al congresso del 2009 ”dove si tireranno le somme”, anche se i suoi collaboratori stanno cercando di convincerlo ad evitare questo braccio di ferro che potrebbe sancire una effettiva divisione in maggioranza e minoranza interna.

Nel Pd si ipotizza che la tregua tra Veltroni e D’Alema possa reggere fino a primavera. Ma su una cosa i veltroniani mettono già la mani avanti: una revisione, o un allargamento degli organismi dirigenti, in nome di una gestione più collegiale del partito non è all’ordine del giorno anche perché, spiega un dirigente, ”l’ultimo problema del Pd è quello di avere sedi dove discutere che sono fin troppe”.

La gestione della sconfitta, in ogni caso, sarà complicatissima. E non solo per i malumori interni ma perché la campana elettorale tornerà presto a suonare. Il voto in Sardegna appare ormai inevitabile. Inoltre si profilano test amministrativi delicati come quelli di Bologna e Firenze, fino ad approdare allo showdown delle Europee che potrebbe, quello sì, segnare la conclusione della parabola politica di Walter Veltroni se la tendenza alla sconfitta non venisse in qualche modo invertita. In primavera, per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, infatti, si voterà per i singoli partiti e se le percentuali dovessero essere simili a quelle abruzzesi il segnale di fine corsa per il segretario diventerebbe inevitabile. Decretando l’archiviazione del progetto politico del Partito Democratico.