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Vendola e la retroguardia conservatrice dell’articolo 18

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Quella sulla flessibilità del lavoro e sull’articolo 18 può essere una bella battaglia a sinistra per tentare la scalata alla leadership. In questa contesa, nessun colpo sembra del tutto proibito e i protagonisti si scaldano i muscoli. Le premesse ci sono tutte, compresa la tentazione di Bersani di far saltare il banco del governo per andare a elezioni anticipate, assicurandosi la candidatura a premier, e provare a vincerle.

Il Pd, del resto, è al centro di una diatriba interna per questioni di gestione e di candidature. E le spaccature favoriscono candidati alternativi che Vendola, leader del Sel, contrappone con astuzia ai candidati del Partito Democratico. Dopo Genova, infatti, rischia di implodere anche Palermo, dove vi sono 3 candidati, di cui uno solo del Pd ma vicino ai “rottamatori” del sindaco di Firenze Matteo Renzi e quindi non sostenuti da Bersani. Anche qui Vendola gioca la sua carta con la candidatura alle primarie di Rita Borsellino, sorella del magistrato vittima della mafia, e Bersani, terrorizzato dal pericolo di dover subire una nuova sconfitta, com’è successo già a Napoli, a Milano e a Genova, si è precipitato a sostenerla, a dispetto così del candidato del suo partito.

Non ci sarebbe allora modo migliore, come insegna la vecchia scuola della prima repubblica, per ricompattare le diverse anime interne che andare a elezioni anticipate, senza primarie, con la candidatura del leader del maggior partito della sinistra a fianco dei sindacati su battaglie tutte ideologiche.

Chi sospinge il Pd a dilaniarsi, però, più che la Cgil della Camusso, che guida il sindacato a difesa l’articolo 18, è il leader di Sinistra e Libertà, Nichi Vendola. A sinistra c’è anche chi prova ad aprire il confronto sulle scelte, come deve essere in un partito democratico, per allargarsi verso le aree più moderate del Paese, per affrancare la sinistra dallo schiacciamento su posizioni visibilmente ideologiche. Si pensi ad Ichino, ad esempio. C’è il tentativo nel Pd di ragionare sulle cose, senza farle diventare subito battaglie di principio: ma Di Pietro o Vendola, o tutti e due insieme, laddove possono spaccare la base dei democratici ci vanno giù duro perché sono alla conquista di fette di elettorato tradizionale della sinistra. Il Pd per difendersi si deve adeguare e, nei fatti, sono loro, Vendola e Di Pietro, che ne dettano la linea politica.

Non è facile il compito di Bersani, pressato tra la ragione di un partito che guarda alle soluzioni, pesando le diverse opzioni, e la difesa dall’aggressione del fuoco alleato. Non riesce bene ai democratici di sinistra la copertura dei margini, pur provandoci, come sta accadendo sull’articolo 18, con Veltroni da una parte e Fassina dall’altra. Non riesce al Pd il gioco delle parti per tenere in armi, motivandola, sia la base ideologica, radicata sul non possumus, che quella più pragmatica che guarda al governo di domani in cui la sinistra può essere chiamata a giocare il suo ruolo.

Far fare a un governo tecnico il lavoro difficile, appellandosi al bene del Paese in difficoltà, sarebbe probabilmente la soluzione ottimale per la sinistra. Nella “flessibilità in uscita”, infatti, c’è la soluzione per rilanciare gli investimenti, per recuperare la crescita, per contenere la disoccupazione e per dare risposte e speranza ai giovani che si vogliono affacciare al mondo del lavoro. Per un partito che ambisce a governare dal 2013 per i successivi cinque anni, questa sarebbe un’ottima occasione.

Non la pensa allo stesso modo chi, come Vendola, pone la questione dell’articolo 18 come una contesa tra destra e sinistra salvo poi salire sul pulpito e, paradossalmente, affermare che "ci sono troppe semplificazioni manichee. C'è un eccesso di ideologia nel discutere di mercato di lavoro": proprio lui, il manicheo per eccellenza, che vorrebbe ridurre il confronto politico ad una battaglia tra buoni e cattivi. Al di là dell'ideologia, che è molto più familiare a Vendola che ad altri, quello sull'articolo18 e sulla riforma del mercato del lavoro è un dibattito serio, che sta interessando trasversalmente sia la destra che la sinistra: tanto più che laddove l'articolo 18 non c'è non mancano per questo i diritti sociali, altrove presenti più che nell'Italia iper sindacalizzata. Non mancano, altrove, i servizi che funzionano e che contribuiscono a migliorare la qualità della vita dei cittadini, ed anche il rispetto dei diritti dei lavoratori, senza tanta conflittualità e con meno stress per tutti.

Quali diritti vorrebbe difendere Vendola se la disoccupazione giovanile sta diventando un dramma sociale e se si stanno perdendo posti di lavoro? Quali se non ci sono investimenti perché l’Italia è un Paese a rischio per gli investitori italiani, e tanto più per quelli stranieri? La Burocrazia, la giustizia, l’instabilità politica, i sindacati capricciosi e litigiosi, le normative che cambiano come le mode e le stagioni, infatti, fanno dell’Italia, per gli investimenti di capitali esteri, il fanalino di coda dell’Europa.

Conquiste sociali, buona politica, cultura del lavoro. Vendola parla, come al solito, senza avere il contatto con la realtà. Belle parole, le sue, che però rimangono tali perché altro non potrebbero diventare. E se siamo a questo punto in Italia è proprio perché sono state troppe le “narrazioni” sconclusionate, che hanno fatto perdere il contatto con ciò che è realmente possibile e auspicabile.

Il lavoro va creato, non piove dall’alto. Va organizzato attraverso contratti che consentano reciproci interessi. Altro che "approccio ideologico": è proprio il modo vendoliano di vedere e narrare le cose che appartiene alla vecchia cultura politica di stampo novecentesco. Quella stessa cultura per cui esistono dei totem intoccabili a prescindere, tra cui la difesa senza se e senza ma dell'articolo 18.  

Non ce lo possiamo più permettere. Il Novecento è archiviato, bisogna rivolgersi verso nuove conquiste sociali, senza attestarci a fare barricate per difendere l’immagine di un mondo che non c’è più. Ci sono altre e nuove sfide da affrontare oggi, altre conquiste da fare. La prima è dare una prospettiva di lavoro ai giovani. Nel passato si sono dilapidate risorse, lasciando amare eredità alle generazioni future, ora sarebbe onesto pensare soprattutto a loro, più che fare battaglie - queste sì - ideologiche di principio.

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