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Venezia Giulia. Francobolli tra memoria storica ed Europa

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Il 1° maggio 1945 le truppe jugoslave titine entrarono a Trieste, istituendo un duro regime d’occupazione che sarebbe durato 40 giorni. Erano le avanguardie: nei giorni successivi si dedicarono all’occupazione sistematica dell’intera Venezia Giulia, che rivendicavano, ovvero Gorizia e il suo entroterra carsico, abitato per lo più da sloveni; l’intera penisola istriana, compattamente italiana sulla costa, mista nell’interno; e infine la città di Fiume, al confine d’Italia. Questa, compattamente italiana nel centro, croata nei sobborghi, con presenze anche austriache e ungheresi, venne occupata il 3 maggio: fu l’ultima città italiana ad essere sgomberata dai tedeschi, otto giorni dopo Milano, anche se nel suo caso non si può parlare di liberazione, perché i nuovi padroni istituirono un regime se possibile ancora più duro.

Anche le truppe alleate erano arrivate a Trieste, ma furono respinte.

Dopo quaranta giorni, il generale Harold Alexander (comandante degli Alleati in Italia) e Tito si accordarono. Il territorio che apparteneva alla Venezia Giulia italiana, ovvero le province di Gorizia, Trieste, Pola e Fiume, venne suddiviso tra Alleati e Tito secondo una linea di demarcazione detta linea Morgan, dal nome del generale che materialmente la tracciò. Le due zone d’occupazione vennero chiamate “A” (l’alleata), “B” (l’altra). La zona A comprendeva le città di Gorizia e Trieste con una fascia contermine, nonché la città di Pola. Tutto il resto era zona B, da dove gli jugoslavi cominciarono subito a farla da padroni e gli italiani ad andarsene.

Il trattato di pace assegnò alla Jugoslavia tutta la zona B, la città di Pola e ulteriori pezzetti dell’ex-zona A. Trieste venne retta a “Territorio libero” diviso in due zone, anch’esse dette A e B, da non confondersi con le precedenti. Più di 300mila italiani esodarono dalle terre assegnate alla Jugoslavia.

Alcuni però rimasero (per adesione ideologica al nuovo regime, per desiderio di non staccarsi dalla terra, per altri motivi) e loro e i loro discendenti costituiscono oggi la minoranza italiana in Croazia e Slovenia, concentrati soprattutto a Capodistria e Pirano (Slovenia), Buie, Momiano, Rovigno, Pola e Fiume (Croazia).

L’Istria, infatti, oggi è politicamente divisa tra Slovenia e Croazia: il torrente Dragogna segna il confine. Nella terminologia politica prima jugoslava e oggi slovena e croata le due parti hanno nomi diversi. “Istra” identifica non tutta l’Istria ma solo la parte croata; “Slovensko Primorje” (cioè “Litorale sloveno”) la parte slovena. Poco tutelati sotto la Jugoslavia, gli italiani lo sono di più oggi: nell’area slovena e nell’Istria croata (che non comprende Fiume, oggi Rijeka) è ufficialmente in vigore il bilinguismo.

La pretesa di sovranità sulla regione da parte jugoslava iniziò subito e si manifestò, sin dal maggio 1945, anche con i francobolli. Oggetti molto più usati di oggi, questi erano chiari simboli di sovranità, di solito portavano i simboli dello Stato o il volto del regnante e mostravano sempre con evidenza il potere allora al comando. Per questo motivo gli occupanti sostituirono subito i francobolli allora in corso (che erano quelli della repubblica sociale italiana) prima con valori provvisori, poi con un’emissione specifica: molti valori, di cui poi si ebbero diverse uscite, che iniziarono il 15 agosto 1945. Si trattava di francobolli con vedute dei luoghi, prodotti locali, la stella rossa e l’indicazione del territorio che servivano, nelle tre lingue: “Istria – Littorale sloveno/Istra – Slovensko Primorje”. Proprio per indicare, così, l’intera Istria. Molti notarono l’errore grammaticale: “Littorale” con due “t”. Giovannino Guareschi fece notare che sì, era vero, c’era una “t” in più; ma più che una “t”, c’era uno “sloveno” in più.

Dopo l’annessione formale (15 settembre 1947) la regione ebbe i normali francobolli jugoslavi (la zona del Territorio di Trieste ne ebbe di speciali sino al 1954) e ora ha quelli sloveni e croati.

La filatelia, ovvero il collezionismo di francobolli, non è una passione così diffusa come un tempo ma è ancora molto viva ovunque. Così, le varie autorità emittenti emettono ogni anno diversi francobolli “commemorativi”, ovvero che trattano diversi temi. Si tratta soprattutto di temi e ricorrenze nazionali oppure d’interesse universale.

Due recenti emissioni di Croazia e Slovenia sono lo spunto di questa nota. Il 4 giugno di quest’anno la Croazia ha emesso due francobolli, con finalità di propaganda turistica, dedicati alla cittadina istriana di Rovigno, di schietta impronta veneziana. Belli, attuali, graficamente accattivanti, ma… contro la legge. Nell’Istria croata, infatti, come s’è detto vige il bilinguismo, mentre il nome della città era indicato solo in croato, Rovinj. Tutto ciò mi è stato fatto notare dal noto filatelista Bruno Crevato-Selvaggi, e non ho mancato di segnalare il fatto all’ambasciatore croato a Roma ed ex ministro alla Cultura, Jasen Mesić. Visto che ormai l’emissione era stampata, per evitare problemi ho suggerito di metterla in vendita regolarmente, producendone tuttavia una seconda con la doppia iscrizione. La comune adesione alla Unione Europea, infatti, a mio parere poteva consentire ovunque il rispetto delle differenze linguistiche e culturali e di storie che affondano le radici nei secoli, cementando ancora di più una amicizia tra italiani e croati che a volte può nutrirsi anche di piccoli ma significativi segnali.

Le poste croate hanno accolto il mio appello, fatto proprio anche dall’Anvgd, l’associazione che raggruppa gli esuli giuliano-dalmati, e il 25 giugno sono usciti i medesimi francobolli con il toponimo delle due lingue. Un piccolo successo, un passo significativo nella strada dell’integrazione europea e del riconoscimento dei diritti delle minoranze. Il primo francobollo dal dopoguerra con il nome “Rovigno” in italiano; anzi, a ben vedere il primo in assoluto, perché mai l’Italia aveva emesso, prima o dopo la guerra, un francobollo per la cittadina.

Oggi 13 luglio s’incontrano il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il suo omologo sloveno Borut Pahor visitano insieme la foiba di Basovizza (dove furono occultati i corpi di moltissimi italiani uccisi) e il luogo dove furono fucilati nel 1930 quattro terroristi sloveni. Il Narodni Dom, la casa del popolo slovena, distrutta da un incendio doloso nel 1920 la cui matrice è ancora oggetto di discussione, verrà consegnato alla comunità slovena. Incontro che ha suscitato molte polemiche, su cui ora non entro. Segnalo però che proprio oggi, 13 luglio, la Slovenia emette tre francobolli dedicati agli eventi: uno per il Narodni Dom, uno per i fucilati, uno per i francobolli “Litorale”. Questo è molto interessante: raffigura uno di quei francobolli (quindi con le scritte anche in italiano) e la cartina geografica dell’area, con la zona A e la zona B. Il bollo postale è correttamente bilingue: Koper/Capodistria.

Sono piccoli segnali che fanno ben sperare che nella comune casa Europea vengano ovunque rispettate e valorizzate storia, cultura e lingua delle minoranze, sia quelle italiane in Slovenia e Croazia sia quelle slovene e croate in Italia.

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