Venezia: le metamorfosi di un mito che non si estingue

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Venezia: le metamorfosi di un mito che non si estingue

13 Agosto 2008

Per comprendere i luoghi reali e immaginari ove Venezia come mito e idea s’aggira, occorre allontanarsi dalle rotte consuete. Non si tratta più di guardare a quel Nord vichingo, o quasi, dove i veneziani pure si spinsero, a caccia di nuovi beni, del merluzzo soprattutto. Amsterdam, Copenhagen, e finalmente San Pietroburgo si contesero un tempo l’ambito epiteto di “Venezia del Nord”.

Ora tuttavia il mondo globale reclama Venezia senza neppure che i veneziani, coloro che sempre meno popolano le due sue isole maggiori, se ne rendano bene conto. E allora lo sguardo muove prima ad Oriente, poi ad Occidente. La primazia orientale: Macao, placidamente adagiata sul delta del fiume Perla, dal 1999 territorio a statuto speciale della repubblica cinese, e tale, insieme ad Hong Kong, non troppo distante, fino al 2049 almeno. Macao che già nel nome mostra un’affinità tutta marina con Venezia: sede d’un tempio antico della divinità Matsu, una sorta di Nettuno al femminile, protettrice di marinai e mercanti e pescatori. Macao, enclave, o piuttosto exclave portoghese per secoli, luogo dove fiorirono commerci pacifici, anche con Venezia, a partire dalla metà del Cinquecento. E che ora ha trovato, dopo la decolonizzazione, e coll’attenzione specifica del nuovo corso cinese verso la decentralizzazione, una sua propria raison d’être in qualcosa, ancora una volta, di intrinsecamente veneziano. Il gioco d’azzardo. Non sorprende dunque che Macao superi, per introiti dal gioco, la stessa Las Vegas, che a sua volta ha da un decennio almeno eclissato Atlantic City, ormai decadente come lo splendido film di Louis Malle che porta il suo nome.

Singolare che, come a Vegas, del resto, ma in scala ancora maggiore, a Macao vi sia un immenso resort che si chiama “The Venetian”, e riproduce in gran parte piazza San Marco, con tutti i suoi palazzi, “secolarizzati”, per così dire: in un mondo dove non vigono le regole di governo della Serenissima, e in un oriente mercantile ove il 72% della popolazione – questo scrive Fareed Zakaria di Newsweek – non crede in Dio, e ha pochissima stima della religione. E dunque, a che scopo riprodurre San Marco? Eppure, siamo di fronte ad uno spettacolo di intrattenimento, 3000 suite e camere d’albergo, diecine di ristoranti, boutique, negozi di lusso. Perfino un campo da golf a diciotto buche, che si chiama “Grado”, quasi a ricordare, chissà come, chissà perché, la sonnolenta e quieta Grado veneziana, dormiente finché non fu proprio il turismo a riportarla a nuova vita. Ma quando il dominio della Serenissima era passato da lungo tempo. The Venetian di Macao è ancor più grandioso di quello di Las Vegas, che riproduce per molti rispetti. Anche nel caso del Nevada, si tratta della maggior attrazione turistica, una trasfigurazione della storia unica al mondo. Ma per molti un’anticipazione della “real thing”.

Vedere prima la copia, poi la realtà, accade sempre più spesso, la riproduzione del cuore della Serenissima invita il turista distratto a sognare di vedere la realtà, il cuore insieme al corpo. Ma il corpo di Venezia è ancora abbastanza vivo, in una sorta di schizofrenia tra il fermento del presente e quello, ancora più grande, del passato. Ché il turista vede qualcosa di diverso, certo, passando dal Canal Grande, rispetto a quanto trova nel “Grand Canal” di Macao: negozi di lusso, e soltanto quelli, “in elegant streetscapes reminescent of Venice”. Ma quanta differenza c’è rispetto al vero Canal Grande? Non è forse una grande parade di glorie passate, alcune anche in vendita, a carissimo prezzo, materiale e morale? Ca’ Dario dal destino sfortunato, forse maledetto. Da Raoul Gardini in poi. Le seterie Rubelli, che ancora fabbricano abiti di sete preziose, orientali, quasi mistiche. E che nel prezzo e nell’immaginario superano i prodotti delle grandi sartorie milanesi, svilite ora forse nell’immagine da Gomorra, da cattiva propaganda? Questo ai tessuti Rubelli, fondati, su antiche tradizione, solo al declino della potenza absurgica, e dopo mezzo secolo da Campoformido, non succederà mai.

Ecco dunque che Venezia rivive nel mondo globale, trasformando la sua miseria – i casinò estrema oasi di speranza per i Barnabotti, nobili decaduti nella nobile decadenza della Serenissima dei Lumi – in cifre della nuova ricchezza del mondo, che spera, giuocando con la sorte, di arricchirsi vieppiù. Anche Venezia nel Settecento giuocò troppo spesso d’azzardo, scegliendo ad esempio una neutralità disarmata, che la fece preda facile del giovane Napoleone: giuocò, ma perse tutto. O quasi.