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Faber

Ventidue anni senza De Andrè: com’è che non riusciamo più a volare?

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Com’è che non riusciamo più a volare? “Coi tuoi santi sempre pronti a benedire“. Ventidue anni fa se ne andava, come disse Fernanda Pivano, il “più grande poeta che abbiamo mai avuto” e da allora con Fabrizio De Andrè si è in qualche modo spenta la capacità stessa di dare un nome al disagio personale, all’ipocrisia della quotidianità, alla rabbia per le contraddizioni sociali, divenute specularmente sempre più marcate, sempre più insopportabili. La fatica e il pericolo di guardare in fondo all’abisso sono stati lentamente sostituiti dal grido superficiale, senza elaborazione, incapace di incidere sulla realtà, perché la realtà nemmeno la si vuole più conoscere. E senza poterlo nominare, senza dargli una forma, questo disagio, nascosto negli armadi della pigrizia e del quieto vivere, è silenziosamente cresciuto nel buio, il mostro generato dal sonno della poesia è divenuto più grande. Ingestibile.
Com’è che non riusciamo più a volare? “E più niente per poterti vergognare“. Poco o nulla è rimasto oggi della consapevolezza magari ingenua, sbagliata, “da non raccontare” dipinta da De Andrè. A livello individuale, sociale, politico. Eppure le domande dell’Uomo scavate con la chitarra da Faber, sono sempre lì e il non cercare risposte non le fa diventare meno dolorose. Anzi, come una cronica malattia non curata, diventano macigni sull’anima. Di più, si intrecciano con l’anima stessa divenendo una cosa sola, inestricabile. Un grigio irriconoscibile, frutto della resa. Di una battaglia non solo persa, ma quasi dimenticata.
Com’è che non riusciamo più a volare? “Con tua moglie che lavava i piatti in cucina. E non capiva“. E in fondo l’amore stesso, cantato da De Andrè nelle sue contraddizioni e nelle sue profondità, nelle sue bassezze e nella sua carnalità, nella malinconia di chi andava “a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori“, ora appare forzatamente e fintamente sublimato e cristallizzato nel “dover essere” che non offende, non giudica, non prende parte, non si sbilancia. Che accetta ogni provocazione, ogni Crocefisso denudato, ma che non tollera l’ammissione della diversità in quanto tale. Ora, nella furia politicamente corretta non si può nemmeno più immaginare che il Paradiso sia “solo lì al primo piano“, in via Del Campo.
Com’è che oggi non riusciamo più a volare? “Il francescanesimo a puntate“. La Fede che disturba e che scuote. La Fede che offende, che fa male e che fa cadere da cavallo. Cosa resta di quella Fede, o meglio di quella eterna Ricerca, cantata da Fabrizio De Andrè nella Buona Novella, scritta fuori dal tempo, volutamente fuori dal tempo, mentre i ragazzi si impadronivano del ’69? Chi siamo? Dove andiamo? Da dove veniamo? Tutto cancellato, nella illusione che il ricacciare giù i pensieri lenisca il dolore. Rinunciando così anche a quei brevi momenti di pace quando “la sera ed il buio” toglievano “il dolore dagli occhi” anche a chi, in direzione ostinata e contraria, sfidava Dio stesso per tenerli aperti.

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