Vi racconto cos’è stato per me il “FabLab” di Milano

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Vi racconto cos’è stato per me il “FabLab” di Milano

03 Dicembre 2013

Sono amministratore in un comune della Brianza lecchese, Merate, e sabato scorso ho avuto modo di partecipare al FabLab di Milano. Il titolo, laboratorio di idee, mi lasciava dubbioso, specie se visto in prospettiva dell’imminente fondazione di un partito, e francamente avevo preventivato di restare solo per i lavori della mattina. Una volta entrato, pero’, l’atmosfera mi ha trattenuto fino all’intervento conclusivo di Angelino Alfano. Ho volutamente utilizzato il termine atmosfera perché la sensazione vissuta – in quelle ore ed in quel luogo – era realmente paragonabile a quella che si vive in una piccola azienda, dove si lavora fianco a fianco e dove tutti contribuiscono con le proprie capacità, idee o iniziative a strutturare e realizzare un prodotto finale che possa competere sul mercato.

Con il passare del tempo quelle idee mi apparivano sempre più concrete per il mercato cui erano destinate. Il mercato – ovviamente – è quello del consenso politico, un settore dove il cliente finale, per quanto distratto o indifferente, riesce comunque a cogliere il prodotto-novità e penalizza chi mette in commercio qualcosa di inutile o non competitivo. Le regole del mondo dell’impresa, dove è il mercato stesso a spazzare via il prodotto inutile, valgono anche nell’ambito della proposta politica. Occorre portare una proposta realmente innovativa, pena il fallimento.

Di esempi negativi nella storia politica nazionale ce ne sono, neppure tanto distanti. FabLab, nel  metodo con cui si è approcciato alla realizzazione di una  proposta elettorale – ossia l’ascolto – ha posto il nuovo centro destra su una strada giusta. Solo attraverso l’attenzione alle istanze dei portatori di interessi si può ragionare in concreto sul progetto politico; diversamente si corre il rischio di restare fuori dalla realtà e di implodere in un inutile esercizio filosofico. Impropositivo e fine a se stesso. Del resto la mia breve esperienza di amministratore locale me lo ha imposto come metodo e la politica nazionale non può sottrarsi alla medesima logica; pena la permanenza di quella distanza in cui trova linfa il grillismo da V-day.

Ho condiviso anche il giudizio secondo cui la distanza che oggi esiste tra politica ed elettorato debba essere colmata attraverso un profilo identitario certo. E’ imprescindibile quanto sostenuto dagli "operai" della FabLab: il nuovo movimento che sabato prossimo avrà la sua consacrazione a Roma dovrà avere quale elemento caratterizzante i valori di una moderna destra italiana, valori che sono rimasti annacquati dai compromessi e dalle alchimie di una politica poco coraggiosa e che ha reso sempre meno credibile la proposta lanciata nel lontano 1994. E’ quindi chiaro a tutti che il soggetto politico non potrà essere una scimmiottatura di quanto già il mercato ha offerto in questi anni, né una stampella a chi ha deciso di continuare nell’azione politica di scontro senza guardare alla condizione del paese.

Mostrerà il coraggio delle idee, perché – come è stato ben detto – l’elettore vuole avere ben chiaro il posizionamento di chi gli chiede il voto. Mostrerà il coraggio di porle con forza nell’agenda di governo, perché l’elettore vuole una prospettiva per la crescita del paese. Di fronte ad un inevitabile declino del partito personalistico (che potrebbe restare in piedi grazie alle risorse finanziarie che il leader riesce a mettere in campo e al voto degli impolitici) è la compartecipazione a divenire strumento virtuoso per affrontare – con una proposta seria – quei temi che sono ormai ineludibili per un paese come il nostro che non solo vuole, ma merita di competere con gli altri d’Europa, senza subalternità.

Personalmente ho apprezzato il coraggio mostrato da questo gruppo di parlamentari nel sostegno al Governo Letta; ancor piu a FabLab dove si toccava la volontà di dare concretezza al gesto di responsabilità, partendo da quello che c’è, ovvero una rilettura moderna della costituzione. Non necessariamente ciò si traduce nel cambiarla; basterebbe solo una reale e più diffusa consapevolezza che i principi fondanti che hanno pacificato l’Italia postbellica sono ancora nella condizione di restituire impulso al paese. Non sarà un caso che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro, riconosce la sovranità in capo al popolo, rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale e trova nella famiglia il nucleo originario ineludibile. Le premesse per dare risposte ci sono e l’azione, dopo sabato, dovrà proseguire nel solco della responsabilità.

Sono contento di aver partecipato fino alla conclusione di FabLab. Se un limite devo trovare, credo che possa essere individuato nel fatto che non si sia affrontato il tema dei rapporti con gli enti locali, con i quali oggi esiste una distanza istituzionale inopportuna. Un serio intervento di riforma deve riallineare Stato ed Enti locali, ricostituendo quella identità di vedute e quel sostegno diretto utile a dare certezza a chi amministra e, quotidianamente, deve dare risposte ai cittadini. Questo sarà un altro compito del partito che nascerà.

Volutamente, invece, tralascio il tema della giustizia. Lo faccio perchè è l’ambito in cui lavoro e ciò che –  a volte – mi capita di vedere nelle aule dei Tribunali, mi impone di concentrare lo sforzo su una questione più essenziale: il rispetto della dignità dell’uomo.