Parla Vincenzo Bassi, neo Presidente FAFCE

“Vi spiego perché le politiche demografiche sono un problema economico oltre che sociale”

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Che il problema demografico sia sempre più un’emergenza europea da affrontare il prima possibile, è sotto gli occhi di tutti. Ne è fermamente convinto anche il neo Presidente della FAFCE (Federazione europea delle associazioni familiari cattoliche) Vincenzo Bassi. Marito, padre di tre figli e avvocato, Bassi prende il posto del francese Antoine Renard, dopo aver svolto per anni il suo servizio come membro del Direttivo del Forum delle Famiglie. Con lui il Forum diventa per la prima volta il capofilia delle associazioni familiari europee d’ispirazione cattolica.

A sinistra l’ex Presidente della FAFCE Antoine Renard e a destra Vincenzo Bassi, attuale Presidente

Vincenzo Bassi, dal Forum delle famiglie alla FAFCE. Da Roma a Bruxelles ma sempre mettendo al centro la famiglia…

E’abbastanza facile mettere al centro la famiglia, proprio perché è al centro ed è il riferimento fondamentale della società. Purtroppo oggi è diventata quasi una impresa affermare questa verità e la nostra missione è sempre più quella di testimoniare la centralità della famiglia con le istituzioni, con i corpi intermedi, le associazioni e qualche volta anche con i cittadini. Se chiudessimo gli occhi, infatti, non potremmo mai immaginare una società senza famiglia…

Non è un mistero, infatti, che oggi la famiglia naturale sia “sotto attacco” eppure alcuni osservatori continuano a dire che non sia corretto dire “difendiamo la famiglia” quanto “valorizziamo la famiglia”. E’ d’accordo?

Sì, a me non piace difendere la famiglia – e lo dico da avvocato, abituato a difendere per mestiere. Il nostro obiettivo deve essere quello di evidenziare la funzione della famiglia quale istituzione al servizio della società. E’ un’istituzione che vuole assumersi le responsabilità per il bene della società. La famiglia non è un fatto privato, ma un fatto di rilevanza pubblica. Per questo, se guardiamo alla sua funzione, non credo si possano avere dubbi sul fatto che essa è tale perché generativa. Il potere generativo della famiglia è un fatto essenziale.

Secondo lei qual è il colpo più duro che l’istituto familiare ha dovuto subire in questi anni a livello europeo e non solo?

A mio avviso, prima di oggi, la cosa grave è non capire come la demografia sia un problema non solo sociale, ma anche economico.

Non a caso, poco dopo essere stato eletto Presidente FAFCE lei ha dichiarato: “La questione demografica è un tema urgente per tutti gli Stati europei”

Si, perché, l’unico modo che noi abbiamo per risolvere il problema del debito pubblico, del deficit e dell’inflazione è investire sulla famiglia, sulla natalità e quindi sulla demografia perché se non lo si farà sicuramente avremo il collasso dei parametri di Maastricht. Se non si faranno figli sicuramente aumenterà il debito pubblico. Se non altro perché ci saranno più anziani, meno popolazione attiva e saranno sicuramente molto più costosi gli oneri contributivi e fiscali. Non a caso la storia ci ha insegnato che il baby boom è coinciso con un momento bellissimo e di benessere del nostro Paese…

In pratica si tratta di far passare il messaggio che il tema demografico non è solo un problema sociale ma anche e soprattutto economico

Esattamente. Il tema demografico non può essere affrontato senza coinvolgere o riconoscere la funzione di rilevanza pubblico-economica della famiglia. E per raggiungere questo obiettivo metteremo in campo tutte le forze e tutta la rete di contatti che è stata sapientemente costruita in questi anni. Certo, in Europa le modalità sono diverse rispetto a quanto può accadere a livello nazionale. Occorre, prima di tutto, essere presenti e noi lo siamo. Siamo presenti a Bruxelles, siamo presenti a Strasburgo. Oltretutto la FAFCE ha una funzione importante perché è anche accreditata presso il Consiglio d’Europa, dove stiamo cercando di attirare l’attenzione sul fatto che il non poter far figli per ragioni di povertà è una evidente lesione della dignità della persona. Lo faremo sempre cercando di convincere, provando ad avere il consenso di tutti, non soltanto di politici ma anche di altri portatori di interessi.

C’è un modello di politiche familiari in Europa a cui guardate in particolare? 

Se le posso dire la verità, la parola modello non mi piace. Le persone sono diverse tra loro, le realtà sono diverse. Ciò che unisce la famiglia è la generatività per cui le politiche familiari devono essere politiche nazionali. Non possiamo e non dobbiamo – perché potrebbe essere pericoloso – creare un modello unico di politica familiare. Dobbiamo lasciare ai singoli Stati membri la cura di questo aspetto. Per quanto riguarda le istituzioni europee occorre vigilare sul comportamento degli Stati che non si preoccupano del legame fra povertà e generatività.

Se dovessero chiedere alla FAFCE di elaborare una proposta concreta per sostenere la natalità e, di conseguenza, il riconoscimento del ruolo della famiglia nella società, qual è la prima idea che sosterrebbe? 

L’Unione Europea potrebbe far passare un concetto assolutamente chiaro, trasparente e, se mi passa il termine, pure semplice, e cioè che la demografia deve considerarsi un investimento della società, quindi le spese demografiche non devono far deficit. Le politiche demografiche sono le uniche che possono essere perseguite e che porteranno nel futuro un beneficio. Ora con ciò non pretendiamo un cambiamento dei parametri di Maastricht, semplicemente stiamo chiedendo che le politiche demografiche non concorrano alla determinazione del deficit. Questo è un concetto per me importantissimo. E le dico di più: oggi si parla tanto di ambiente. Tanto che il ministro Gualtieri, in maniera condivisibile, è arrivato a dire che le politiche ambientali non dovrebbero essere considerate nella determinazione del deficit e questo per scelta politica e non per scelta economica (perché non è detto che nel futuro questo abbia un impatto diretto sui parametri di Maastricht). Ecco, di fronte a questo, io sostengo che, per scelta economica e quindi non politica, le politiche demografiche non debbano essere considerate nella determinazione del deficit perché spese di investimento.

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